Tempo fa, giovedì 19 febbraio, è apparsa su Twitter una notizia proveniente dalla Libia orientale. Io l’ho letta qui, con questo titolo: «Libia, militanti dell’Isis danno alle fiamme centinaia di strumenti musicali». Il testo era illustrato da una foto. Il contenuto del pezzo non aggiungeva molto al titolo, se non che gli strumenti erano nuovi, appena tolti dall’imballo. Nella foto compariva una catasta di tom, rullanti, grancasse, divorati piano dalle fiamme, come uno spiedo, sotto lo sguardo cerimonioso e pio della milizia. Il Messaggero proseguiva dicendo che neppure i tamburi «della tradizione nord-africana» erano stati risparmiati.

Mentre leggevo mi sono accorto di una coincidenza: proprio in quei giorni avevo notato sul Fatto Quotidiano la notizia del debutto per Goodfellas di una band romana, La batteria, mentre nei giorni precedenti avevo visto al cinema Whiplash, la storia di un giovane batterista, e soprattutto un altro film, il famoso Birdman, dove lo score è interamente costruito sulle improvvisazioni free di un percussionista, Antonio Sanchez. Birdman racconta la storia di un attore, interpretato da Michael Keaton, che vuole riscattarsi. Come uomo e professionalmente. Un suono di batteria lo bracca ovunque. È la voce, il tumulto interno del protagonista che prende sembianza di suono. E vibra, batte. È il logos che non smette di parlare, tradotto in cassa-rullante-cassa. Forse è il suo martellante desiderio di venire riconosciuto e amato – come enunciato nel dialogo di Carver che apre il film.
Il pezzo del Messaggero cominciava così:«La musica non piace a molti fondamentalisti islamici. Almeno non quella occidentale». In realtà, se prestiamo ascolto alle clip montate dalla propaganda dell’Isis, ci rendiamo conto che una musica esiste. Questa musica si esaurisce nel repertorio del nasheed, ovvero un genere di canti tradizionali, cori, a tema religioso o guerriero. Ne esistono migliaia di esempi.
Le voci sono quasi sempre ritoccate in post produzione, grazie a un sistematico sfruttamento dell’eco. Gli strumenti, invece, sono proibiti. Tutti. Comprese le centinaia di percussioni della tradizione araba e nord-africana, come notava Il Messaggero. Gli strumenti musicali, infatti, secondo un hadith, cioè un episodio della vita del profeta narrato nel Corano, appartengono alla sfera dell’harām, ovvero del peccato.
Tale filosofia della musica, radicale e massimalista, concede l’uso della voce e nega il resto. Nega la percussione, ovvero ciò che lega il suono alla battuta, al tempo, al polso, al nostro battito interno: il castigo dell’essere che fa di ogni umano un Birdman. Soprattutto nega il tempo, la durata. Negando il tempo, lo sospende e proclama l’avvento della fine. Annuncia la fine dei tempi e la liberazione.
Come provato a documentare in un saggio apparso sull’Atlantic, la fine dei tempi è una suggestione affatto episodica nella propaganda dell’Isis, i cui fondatori, già dagli ultimi anni dell’occupazione americana in Iraq, vedevano i segni dell’arrivo di un Mahdi, una figura messianica destinata a guidare la jihad nella battaglia che precede la fine del mondo. Lo stesso magazine dell’Isis, Dabiq, prende il nome dalla città della Siria dove il Profeta ha indicato lo scontro finale con gli infedeli. Il nasheed, coerentemente, si avvolge dentro un’asciutta estetica musicale perfettamente radicale e apocalittica, dove il tempo è già abolito. L’espulsione dell’elemento ritmico forma una prospettiva musicale meritevole di ascolto e considerazione. Se non fosse, ça va sans dire, prescritta dalla violenza integrale e omicida degli uomini dell’Isis. Anche Birdman, a un certo punto, si affaccia ad una finestra di ospedale, per cercare la fine del tempo. C’è sempre qualcosa, da qualche parte, che lega in profondità gli uomini.
Perfino un islamofascista e un attore americano in crisi.