Certo, Berlinguer era più fragile: di più, era gracile e sembrava indifeso, nelle praterie proporzionali della Prima Repubblica, nonostante l’imponenza di un popolo comunista (e non, più blandamente, “della sinistra”) che poteva ancora contare su di una forza indubitabile e su autorevoli reti di protezione internazionali. Al riguardo, è difficile oggi immaginare in una cornice sovietica quel sardo timido, quel sassarese educato e rispettoso, quel ragazzo invecchiato capace di sorrisi improvvisi, di aperture solari che diradavano per un attimo un fondo inestirpabile di malinconia: difatti, sappiamo come andò finire la storia, con l’allontanamento del Partito Comunista Italiano dalla propria collocazione originaria e il rifugio presso l’“ombrello protettivo della NATO”. Certo, il penultimo segretario del PCI, l’ultimo per il quale la conclusione dell’incarico coinciderà con la (tragica) scomparsa fisica, era riuscito a instaurare una connessione sentimentale senza precedenti (e senza adeguati successori) coi propri militanti, nonché un alone di rispetto e di stima che si estendeva fino a coinvolgere anche gli avversari più acerrimi, come nel caso noto e tramandato di Giorgio Almirante. E dopo? Dopo, nessuno che sia più riuscito ad avvicinarsi al carisma gentile di Berlinguer: stilisticamente, una replica in scala aumentata (ma di eguale peso corporeo, distribuito su un’altezza ben maggiore) è stata quella di Piero Fassino, colui che condusse quella gloriosa tradizione a stemperarsi nell’approdo democratico, l’ascetico sabaudo del quale le massaie delle feste dell’Unità si prendevano cura, presentandogli sotto il naso fior di manicaretti, ma il paragone non regge più di tanto.
A molti, insomma, il solo accostamento del nome di Berlinguer a quello di Matteo Renzi risulterà improprio o addirittura offensivo: la verità, però, è che il dimissionario segretario del Partito Democratico è stato amato in misura eccezionale da settori di una certa consistenza della società italiana. Di nuovo: è vero che, se la figura di Berlinguer provocava nel simpatizzante e finanche nel puro osservatore l’istinto all’accudimento, il desiderio di liberare quelle due spalle troppo strette dai pesi troppo gravosi che si trovavano a dover sopportare, la presenza fisica di Renzi, invece, causa una reazione uguale e contraria, quella di volersi difendere dalle grinfie della sua irruenza e di mettersi al riparo, prima di venire risucchiati nel vortice delle sue inesauribili battute di spirito e di diventarne, magari, gli involontari protagonisti. L’uno veniva preso in braccio da Benigni e l’altro, piuttosto, sarebbe riuscito a far divertire una platea bendisposta inscenando la bullizzazione del proprio compagno di palcoscenico: in quel caso, avere al proprio fianco un altro uomo di spettacolo, un Checco Zalone, sarebbe stato perfetto, e non è un mistero che Renzi sia attratto dalla carriera televisiva, essendo stato egli stesso a confessarlo. Un’altra differenza, macroscopica: per il primo, l’affetto di una generazione di vecchi comunisti che in lui vedeva il figlio prediletto, l’eroico termine di una catena storica che sarebbe giunto fino all’estremo auto-sacrificio, al dono della propria vita alla Causa; per il secondo, il sentimento saldo di alcuni, associato all’altrettanto solido risentimento di (molti) altri che non hanno mai perdonato a Renzi di essere un usurpatore, di avere approfittato di una momentanea debolezza, di essersi intrufolato in una storia non sua e di averla pervertita dal di dentro, benché il Partito Democratico avesse dovuto rappresentare, nelle intenzioni, proprio l’unione di (almeno) un paio di storie politiche egualmente degne. Sarà un’esagerazione affermare che Renzi sia stato odiato quanto e più di Berlusconi? No.
Adesso, un’urgenza: a prescindere dai destini personali di “Matteo”, che fare di quelle migliaia (e migliaia, e migliaia) di suoi innamorati — e innamorate, in maggior numero —, di simpatizzanti che si erano avvicinati più a lui che alla formazione politica di cui egli rappresentava l’esponente di punta? Si tratta di coloro che hanno identificato il PD con Renzi o che hanno addirittura considerato, nel corso di questi anni di renzismo reale, il partito quasi come un orpello novecentesco, un intralcio non necessario alla visibilità mediatica del leader. I militanti storici hanno osservavano col sopracciglio alzato questi renziani ortodossi che, oggi come dopo la sconfitta referendaria del 4 dicembre, inondano i profili social dello sconfitto di commenti, implorandolo di restare e ribadendo promesse di fedeltà eterna: per coloro che ne hanno viste molte e che, magari, provenendo dal partito berlingueriano, hanno poi attraversato gli anni del PDS e quelli dei DS, comportamenti del genere restano un’assurdità, specialmente dopo un crollo elettorale senza precedenti. Così come sembrava un’assurdità, quindici mesi fa, quella di Renzi di giustificare la propria permanenza e la successiva ricandidatura alle primarie con la motivazione (non esattamente politica) che le e-mail di incoraggiamento che aveva ricevuto erano proprio tante.
Oggettivamente un po’ naïf, queste truppe di renziani ortodossi e sordi a ogni richiamo della realtà sono i principali accusati, nonché gli attori, di quel mutamento antropologico di cui avrebbe sofferto il Partito Democratico, a partire dall’avvento del fiorentino: parola grossa, “antropologico”, ma che qualcosa sia successo, a livello comportamentale e valoriale, è innegabile. Chi deponga per un attimo, però, lo snobismo post-comunista — ma anche post-democristiano, perché no? — sa che un partito che sia arrivato a toccare (e superare) la percentuale del 40% era inevitabile che attraesse le energie più disparate o che, al contrario, queste siano state le precondizione di quel picco: sa, inoltre, che la sconfitta del 4 marzo deriva dal non essere riusciti a riattivare le forze che si erano mobilitate per quello straordinario — sì, straordinario, a conti fatti — risultato del 4 dicembre e che, per quanto costi ammetterlo, il futuro e la possibile rinascita del partito passa anche o soprattutto da quel popolo del Sì che allora si era riusciti a radunare. Chi riuscirà a consolare i renziani in lacrime, nella speranza che siano le idee a contare e a dover proseguire su altre gambe, e non il semplice attaccamento alla travolgente simpatia del leader più telegenico della storia della sinistra italiana, avrà in mano le carte da giocarsi nella mano complicatissima e non ulteriormente rinviabile del post-renzismo.