Complimenti professore, anche lei è maschio
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Complimenti professore, anche lei è maschio

Gianluca Briguglia è professore di Filosofia medievale e rinascimentale all’università di Strasburgo. Nel suo blog su “il Post” se l’è presa con la scarsità, quando non addirittura l’assenza, di donne in convegni e panel. Ma il problema a nostro avviso è un altro.

Gianluca Briguglia è professore di Filosofia medievale e rinascimentale all’università di Strasburgo. Nel suo blog su “il Post” se l’è presa con la scarsità, quando non addirittura l’assenza, di donne in convegni e panel. Ma il problema a nostro avviso è un altro.

 

Esimio professor Briguglia,

In questo articolo lei dice di prestare attenzione «a che sia garantita la presenza di relatrici donne» ai panel e ai convegni che organizza. Dice di farlo da anni e capisco gli obiettivi antisessisti, ne comprendo le ragioni, ciononostante mi sorge qualche dubbio. Mi permetta di provare a dissuaderla sull’aspettativa che lei, immagino, ripone nei risultati di questa sua battaglia.

La preoccupazione rispetto alla mancanza di donne in ambiente scientifico è sacrosanta, ma che senso ha intervenire, per così dire, a giochi finiti? Un convegno o un panel, situazioni in cui lei dice di intervenire facendo presente il suo imbarazzo, sono mondi in cui la formazione dei partecipanti è già conclusa o in fase avanzata (PhD, professori, ricercatori e così via) – in questi ambienti, in queste occasioni, il metodo di selezione dei relatori deve essere solo ed esclusivamente quello del merito. Il solo paventarsi della possibilità che si auspichi un bias positivo a priori spaventa me, e come me molti altri.

Il rischio nel pretendere che “ci siano relatori donne” è quello di lasciar passare l’idea che, in nome della ricerca della parità di genere, si sia disposti a sacrificare il merito – quest’ultimo così bistrattato e latente soprattutto nell’ambito accademico italiano. Si tratta dello stesso rischio che si corre con le quote rosa perché queste sono, appunto, quote, percentuali minime da rispettare riguardanti il genere sessuale.

La speranza, l’obiettivo ultimo da porsi in ambito scientifico rispetto al genere sessuale di chi vi opera, dovrebbe essere quello della non-pertinenza del genere stesso. Andare a un convegno di biologia molecolare, trovare tutti i relatori transessuali, e non immaginare nemmeno di sottolinearlo, notarlo, parlarne come se fosse un elemento rilevante. Tutte quelle persone avranno un PhD, un ruolo di esperte ricercatrici comprovato da titoli e pubblicazioni ottenute con merito e impegno.

C’è poi un problema di linguaggio, e mi rendo conto che farlo notare a un professore universitario come lo è lei, suona senza dubbio supponente se non, addirittura, sfacciato. Lei scrive: «non mi piace assistere a convegni con tutti ospiti maschi» e aggiunge che «non si tratta di una concessione, o di quote rosa o di correttezza politica, ma della necessità di una boccata d’aria fresca che solo la diversità dei punti di vista, delle posizioni, degli stili, degli sguardi sulle cose». In un’ottica antisessista però, queste frasi sono sul filo dell’essere irricevibili. Non dovrebbe piacerle assistere a panel in base al genere sessuale di chi li presenta e soprattutto non esiste un punto di vista femminile o maschile, uno stile o una posizione femminile o maschile. Gli sguardi sulle cose, come gli stili e i punti di vista non dovrebbero dipendere dal sesso di chi li presenta, o dalla sua inclinazione sessuale, dai suoi gusti, dalla sua provenienza geografica o dai tratti somatici. Queste sono tutte caratteristiche che è bene restino fuori da qualsiasi giudizio di merito in ambito scientifico, solo con un annullamento della categoria (o meglio della pertinenza di quest’ultima) possiamo sperare che il sessismo, il maschilismo, la misoginia e il razzismo spariscano dagli iter di selezione, dai pregiudizi in sede di esame e di concorso. È anche una questione di linguaggio, dobbiamo evitare di dire che “ci piace” che ci siano donne perché, non me ne voglia, non può che suonare sessista. Rendere pertinente il sesso di chi parla a un convegno rende automaticamente pertinente il sesso di chi muove la critica e così, il contesto diventa descrivibile in questi termini: “un relatore maschio, in questo caso il professor Briguglia, si lamenta dell’assenza di relatrici femmine”.

Lei dice bene quando sottolinea che «negli ambienti accademici – come in moltissimi ambienti di lavoro – un certo maschilismo permane tenacemente, un certo urtante ammiccamento agli stereotipi di genere è ancora tacitamente operativo e va contrastato» ma se il linguaggio che utilizziamo prevede frasi come questa:

«la presenza di 6-7 uomini in cattedra (e nessuna donna) che, per quanto brillanti, innovativi, aperti possano essere, producono spesso l’impressione di essere al cospetto di una teoria di inquisitori, di un incontro di giudici di Pinocchio, di un consesso di chierici felliniani, di un’assenza ormai poco sopportabile di qualsiasi punto di vista femminile»

allora il rischio è che si consolidi l’idea, sbagliata, che sulle cose del mondo esistano un punto di vista “femminile” e uno “maschile”. È un’idea sbagliata se non altro perché racconta di un universo bipolare, senza complessità: un bianco o nero senza scala di grigi intermedia.

La pressione e l’indignazione dovrebbe essere espressa, mi permetto di suggerire, ai test di ingresso delle università, dove a seconda che si voglia studiare ingegneria o scienze dell’educazione i sessi si dividono che nemmeno davanti i bagni pubblici – come a obbedire a una legge non scritta che seleziona quali attributi genitali servano per occuparsi di un reattore nucleare o dell’educazione degli infanti. Le donne costituiscono il 23% degli iscritti ai corsi di laurea in ingegneria e il 38% nei corsi di area scientifica. Se questa è la base di partenza come possiamo lamentarci della poca presenza femminile ai panel e ai convegni delle facoltà?

Forse l’intervento indignato dovrebbe riguardare innanzitutto altro, gli stereotipi di genere applicati ai tempi dell’infanzia e dell’adolescenza, ad esempio. Quegli stereotipi che possono essere combattuti solo a colpi di educazione, ma che vengono difesi con le unghie e con i denti, nostro malgrado, da religiosi e amici dei religiosi, dai sindaci leghisti fino alle sentinelle in piedi. Una battaglia sacrosanta trasformata in un’inesistente “teoria del gender”.

Caro professore, interveniamo prima – prendiamocela con sentinelle, obiettori e suore negli ospedali, omissioni e censure sessiste sin dalle scuole elementari. È lì che alle bambine viene insegnato che a loro toccano le bambole. Prendiamocela con le fondamenta del problema e stiamo a sentire quei quattro relatori maschi, perché pazienza se sembrano inquisitori – quello che conta è il merito, quello e nient’altro.

Enrico Pitzianti
Cagliari 1988, è parte della redazione di ARTNOISE e di Dude Mag. È laureato in semiotica, scrive per L'Indiscreto, Motherboard, Gli Stati Generali ed è consulente per SpaceDoctorsLtd.
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