Attualità: Cosa rimane dell’est
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Cosa rimane dell’est

Siamo stati a L’viv, nell’Ucraina che sembra tendere la mano verso l’Europa e il suo stile di vita.

 

L’Ucraina è un paese dell’est ancora molto dell’est. L’alfabeto è cirillico e per strada non si incontrano mai insegne tradotte o anche solo traslitterate. Capita non raramente di doverci entrare, in un negozio, per capire se vendono pane o scarpe. Tuttavia c’è un posto in Ucraina che sembra tendere la mano verso l’Europa e il suo stile di vita.

L’viv — Leopoli — la città più a nord-ovest del Paese, geograficamente vicina e storicamente compromessa con la Polonia, è forse l’avamposto dell’occidentalizzazione: un esempio in miniatura di quello che, da un po’ di tempo a questa parte, l’Ucraina sta facendo in vista dell’agognata — ma discussa — entrata nell’Unione europea.

Si nota questo processo di parziale europeizzazione se ci si avvicina a L’viv gradualmente: raggiungere il centro cittadino da fuori, passando prima per la campagna e poi per la periferia, dà infatti il vantaggio della distanza. Questo percorso dall’agreste all’urbano sembra raccontare la storia e l’identità del Paese: una storia di eterogeneità, divisione e transizione.

 

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L’Ucraina, ad oggi, è nel mezzo di un profondo cambiamento, ma è anche evidentemente molto incerta sulla direzione da assumere: l’esperienza della neo emersa Repubblica autonoma di Crimea e la guerra civile scoppiata nelle province di Donetsk e Lugansk occupate da forze indipendentiste filorusse lo confermano. La prima è sorta de facto nel 2014, quando milizie russe — anche se non ufficialmente identificate — hanno progressivamente intensificato la loro presenza sul luogo, occupando i palazzi governativi, gli aeroporti e i porti della regione e costringendo l’esercito e la marina ucraine ad abbandonare il territorio; un’autoproclamazione parlamentare di indipendenza e un successivo referendum di annessione alla federazione russa — non ancora riconosciuti dalla comunità internazionale — hanno in seguito ratificato l’accaduto. Ma se la questione della Crimea ha radici storiche che spiegano la volontà di almeno parte della popolazione — per il 58% parlante russo — di tornare nell’alcova di mamma Russia, ben più opache sono le volontà politiche che agiscono nei territori orientali del Paese, dove dal 2014 è in corso, con alti e bassi, apici di tensione e tregue, una vera e propria guerra civile. È esattamente in questo lembo di terra che si gioca la partita tra Occidente e Russia per il controllo dell’Ucraina.

 

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Se quindi da una parte è effettivamente impegnata in una guerra intestina fatta di feriti, prigionieri, vittime e assalti, dall’altra l’Ucraina è pur sempre quel Paese che, a partire dalla rivoluzione arancione del 2004 e ancor di più dopo Euromaidan, ha manifestato l’esplicita volontà di avvicinarsi all’UE. Difatti, una delle ragioni che nel novembre 2013 scatenò gli eventi di Euromaidan fu proprio la sospensione — voluta dall’ex presidente filorusso Yanukovich — dell’Accordo di stabilizzazione e associazione che costituiva un primo passo verso l’acquisizione dei prerequisiti necessari all’ammissione in UE. Si trattava di un accordo bilaterale in cui, in cambio dello stanziamento di fondi necessari a sanare almeno in parte la gravissima crisi economica in cui il Paese versava, l’Ucraina si impegnava a soddisfare alcune richieste dell’UE: rispettare standard economici, realizzare riforme amministrative e legislative, assicurare il rispetto dei diritti umani fondamentali. Tuttavia proprio all’ultimo l’accordo non venne firmato e, alla criticatissima sospensione delle trattative con l’UE, seguì la firma di un altro accordo: con la Russia. Putin si impegnava a ridurre di un terzo il prezzo del gas per l’Ucraina e a comprare titoli di Stato per un valore di 15 miliardi di dollari: Yanukovich sceglieva di rientrare sotto l’influenza russa. Euromaidan e la successiva fuga di Yanukovich in Russia sarebbero state le risposte della pancia ucraina, restia a questo rinnovato abbraccio con Mosca.

 

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Da allora il Paese ha persistito in questa politica schizofrenica: l’attuale governo — il primo direttamente eletto dopo quello ad interim che si formò dopo gli eventi del 2013 — continua a promuovere riforme per raggiungere gli standard europei, mentre la marina militare nel porto di Sebastopoli batte bandiera russa e nel Donbass imperversa la guerra civile.

Quello che si vede, oggi, a L’viv è proprio quel tentativo di sottrarsi all’attrazione magnetica — rassicurante e insieme pericolosa — esercitata dalla Russia: il tentativo di spostare lo sguardo verso un nuovo orizzonte.

Dopo aver attraversato paesi di campagna privi di infrastrutture e grigia periferia sovietica, nel centro di L’viv si incontra troppa cucina continentale e così viene da chiedersi quale sia, alla fine dei conti, l’identità ucraina: quale il suo baricentro, se l’est o l’ovest.

 

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La risposta, forse, è nelle più profonde radici identitarie: una nazione che ha nel nome di essere una terra di confine (u krajna letteralmente significa “terra di confine”) non può che avere per destino di trovarsi costantemente ostaggio delle influenze e ingerenze dei vicini, divisa tra centri di potere che non la conquisteranno mai del tutto e mai del tutto la lasceranno andare.

 

Foto e video dell’autrice.

Francesca Sabatini
Francesca Sabatini
Nata a Napoli nel 1993, vive a Roma da allora. Si è laureata in Filosofia e si sta specializzando in Geografia Sociale. Appassionata di cammini, paesologia, esperienze estetiche dello spazio, derive e utilizzi psichedelici dell’urbano. Collabora con “Urban Photo Hunt”, di cui ha curato una stagione a Bordeaux. Ha girato corti sperimentali e short doc, di cui “Siete Qui” per e con Dude Mag. Si interessa di videoarte.
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