Attualità: Cose del mese, febbraio ’20
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Cose del mese, febbraio ’20

Libri, dischi, gif, effetti e film che abbiamo letto, ascoltato, visto o usato nel secondo mese dell’anno.

Libri, dischi, gif, effetti e film che abbiamo letto, ascoltato, visto o usato nel secondo mese dell’anno.

 

Cinema | Jojo Rabbit, Taika Waititi

Gli appassionati del genere indie apprezzavano il regista neozelandese Taika Waititi già dalla prima ora, e se non l’avete ancora fatto andate subito a recuperare i suoi Eagle vs Shark (2006) e Selvaggi in fuga (Hunt for the Wilderpeople) (2016).

Questa nazi-commedia dai toni “wesandersoniani” è anche un coming of age, e ha innanzitutto il grande merito di commuovere ed emozionare fuggendo qualsiasi stucchevole retorica. Siamo in Germania, ed è il 1945: Johannes, detto Jojo, ha la cameretta tappezzata di svastiche e post di Hitler, è felicissimo di partecipare assieme al suo amico Yorki alla riunione della Gioventù hitleriana e come ogni bambino di dieci anni è perennemente scortato dal suo amico immaginario, il Fuhrer in persona — interpretato straordinariamente dallo stesso Waititi.

Quando però trova nascosta dentro alle pareti di casa Elsa, una giovane ragazza ebrea amica della defunta sorella, tutti i suoi fermi principi sulla purezza della razza ariana iniziano a vacillare, complici anche la madre Rosie (Scarlett Johansson) creativa e premurosa, attiva nelle sotterranee operazioni di opposizione politica, e il padre nella Resistenza in Italia. Il tutto è raccontato con toni leggeri e brillanti, e la scelta audace di un’apparente prospettiva rovesciata, per quanto rischiosa, sembra essere assolutamente vincente. D’ispirazione il dialogo tra Elsa e Rosie, formativo al femminile; iconica la scena della danza finale con in sottofondo Heroes / Helden di David Bowie. Assolutamente da vedere. [Valeria Marzano]

 

Cinema | SORRY WE MISSED YOU, KEN LOACH

Sorry we missed you è la frase di cortesia stampata sui biglietti che Ricky lascia quando non trova in casa i destinatari dei pacchi che deve consegnare per lavoro. L’ultimo film di Ken Loach, come il precedente I, Daniel Blake, è ambientato a Newcastle, una città che i tifosi di calcio ricordano soprattutto per essere stata il teatro delle maggiori imprese di Alan Shearer, e dove Ricky e la sua famiglia scontano gli effetti della crisi del 2008, nei cui anni immediatamente successivi è ambientata la storia.

In realtà non è il caso di parlare di storia: non c’è una vera e propria narrazione. Come in altri suoi film, Loach si limita a far parlare la realtà osservando i suoi personaggi alle prese con le agghiaccianti e contraddittorie dinamiche sociali che si abbattono con maggiore violenza sulle classi più basse. Tutto, nel suo sguardo, è naturale e privo di retorica, sebbene non distaccato; tutto scorre avvolto da un misterioso alone di inevitabilità.

È inevitabile che Abbie, la moglie, debba lavorare senza un contratto a ore a costo di enormi sacrifici; ed è inevitabile che Ricky, pur di guadagnare, sia costretto a un nuovo lavoro massacrante che gli viene presentato al suono di squillanti slogan («tu non lavori per noi, lavori con noi») buoni solo per nascondere lo sfruttamento e la mancanza di ogni possibile tutela (già, perché può rinunciare a un giorno di lavoro solo dopo aver trovato qualcuno che faccia le consegne al posto suo, altrimenti arriva la multa; non è pensabile avere un contrattempo più grave, che so, tipo un incidente che impedisca di lavorare: multa; è impossibile pretendere comprensione da parte del capo, altrimenti come si fa a raggiungere gli obiettivi, a primeggiare, a guadagnare abbastanza); ed è inevitabile che una situazione così angosciante porti a uno sfilacciamento del tessuto familiare (per quanto unito, e qui torna un altro tema di Loach: la solidarietà affettiva, familiare o amicale) o a maturare vere e proprie nevrosi.

Tutto è inevitabile perché sembra non esista un’alternativa possibile a questa società. [Massimo Castiglioni]

 

La gif del mese 

 

Il 2020 che ci sta cogliendo alla sprovvista: l’Australia in fiamme, il Papa che schiaffeggia una fedele, l’ombra della Terza Guerra Mondiale, la morte di Kobe Bryant, il coronavirus. In questi giorni siamo così, come questo wombato sorpreso dalla neve: un po’ spaesati, leggermente confusi, con qualcosa di strano sempre in testa. Nel suo caso è neve, nel nostro qualche pensiero che ci rende le giornate più pesanti del solito. Andiamo avanti come fa lui, con passo incerto e irregolare, ma consapevoli di una cosa: l’inverno passerà, bisogna solo avere pazienza. Al termine della strada innevata, ci aspetta una bellissima primavera. [Leonardo Mazzeo]

 

Cinema | Piccole donne, Greta Gerwig

«Perché leggere i classici?», si chiedeva Calvino in un suo celeberrimo pamphlet. Perché sono libri che non smettono mai di dirci quello che hanno da dire. Piccole donne è un classico che ha detto tanto, a tante generazioni di donne. Da Simone De Beauvoir a J. K. Rowling, da Susan Sontag a Elena Ferrante, da Patti Smith ai personaggi delle pop fiction come Dawson’s Creek, dove la protagonista Joey Potter deve il suo nome all’intraprendente Jo, o come Friends (Rachel convince l’amico Joey a leggere la storia delle sorelle March e scoprire come anche un uomo possa sentirsene profondamente toccato).

Greta Gerwig poi ci ha dimostrato fin dal suo esordio registico (Lady Bird, 2017) di amare particolarmente i racconti di formazione e di Jo March, grande icona femminista, la regista dice: «Voglio che le ragazze vedano la madrina di tutte noi e poi che ne sentano il potere e la novità […] che è l’abilità di arrivare dritto al desiderio di comunicare cosa c’è dentro di noi».

Il personaggio di Jo interpretato dalla fantastica Saoirse Ronan è infatti prismatico: carismatico ma anche fragile, non più solo donna che lotta per la sua indipendenza, ma anche umana e fragile, sola. E non è l’unica dalla quale abbiamo da imparare. Ognuna delle ragazze, infatti, troverà la sua strada e ognuna è per questo da ammirare, perché si può diventare ed essere donne in molti modi: l’essenza di qualsiasi battaglia emancipatoria è avere la libertà di trovare il proprio. Suona incredibilmente attuale, vero?
La trama la conoscete già, il cast è stellare, l’estetica deliziosamente di genere: vi manca solo andarlo a vedere. [Valeria Marzano]

 

Instagram | Quale luogo comune sei?

Si sa, gennaio è un mese particolarmente malinconico: le Feste natalizie che si concludono, l’inizio del nuovo anno, l’inverno pieno, il lavoro, lo studio… Sarà per questo che su Instagram è stato decisamente il mese degli effetti-quiz. Agli effetti RA (realtà aumentata), si è aggiunta la funzione per scoprire quale libro famoso sei, quale supermercato, quale opera d’arte, persino quale leader comunista. Il nostro preferito in assoluto? Decisamente «Quale luogo comune sei?» di @magliettedellasalute. Anche ai nostri tempi ci si diverte con poco. [Valeria Marzano]

 

Cinema | HERZOG INCONTRA GORBACIOV, WERNER HERZOG, ANDRE SINGER 

 La chiacchierata tra Werner Herzog e Michail Gorbaciov è di fatto un lungo elogio a un politico che sta evidentemente molto a cuore al regista, soprattutto per essere stato uno dei promotori della riunificazione tedesca e per aver contribuito attivamente alla fine della Guerra Fredda.

Contrariamente all’altro, pungente film intervista d’autore tra un regista e un politico russo — Intervista a Putin di Oliver Stone —, dove non mancano domande polemiche su argomenti scomodi (prontamente evitate dall’intervistato), in questo Herzog incontra Gorbaciov, semplicemente, si ripercorre in ordine cronologico la carriera politica del russo, sullo sfondo dei fatti storici di cui è stato testimone o principale interprete. A interrompere il flusso dell’intervista ci sono immagini d’archivio, interventi di altre figure politiche o sequenze filmate appositamente.

Di per sé è affascinante ascoltare le parole del principale protagonista della fine della Guerra Fredda, che oltre a stemperare la tensione internazionale ha cercato di cambiare un sistema, quello sovietico, retto da figure anziane poco disponibili al cambiamento. I suoi sforzi, tuttavia, sono stati mortificati dopo la caduta del Muro, e proprio qui ci si aspettava qualcosa di più. Affrontando il momento della sua fine politica, del tradimento di cui è stato vittima e della tremenda instabilità in cui si è trovata la Russia, Gorbaciov si limita a qualche frecciatina sussurrata a mezza bocca contro Eltsin e contro la classe dirigente emersa in quegli anni (e che conosciamo piuttosto bene). Niente di che, come se non avesse voluto abbandonarsi a giudizi troppo sferzanti. Le aspettative erano decisamente più alte rispetto al risultato. [Massimo Castiglioni]

 

Cinema | Figli, Mattia Torre

Sono andato al cinema a vedere Figli, l’ultimo film scritto da Mattia Torre, interpretato da Valerio Mastandrea e Paola Cortellesi. Parla di due genitori che affrontano la nascita del secondo figlio, e di tutti gli stravolgimenti che questo comporta nelle loro vite. Il film è tratto da questo monologo qui, scritto sempre da Torre e interpretato da Mastandrea (che nel corso degli anni si è trovato più volte a leggere i suoi testi).

Mattia Torre non c’è più. Se n’è andato lo scorso luglio, e mentre guardavo Figli non potevo fare a meno di pensare che quella sarebbe stata l’ultima volta che avrei ascoltato per la prima volta dei dialoghi scritti da Torre per essere messi su un grande schermo. Ho apprezzato molto il film, ma mi ha lasciato anche un vuoto dentro. È ironico e sferzante, divertente e veritiero, a tratti quasi onirico e in alcuni punti anche drammatico. C’era tutto Mattia Torre, insomma, e non ci sarà più. Figli sembrava una sorta di ultimo saluto a quello che ha rappresentato, da Boris a La linea verticale: c’erano gli attori di sempre come Paolo Calabresi e Valerio Aprea (anche lui di recente ha letto un monologo di Torre), c’era la critica alla società ma con un sorriso bonario, la rappresentazione della cruda realtà ma in maniera scanzonata. 

La sua visione del mondo era speciale: sapeva fotografare scene di vita quotidiana in maniera chiara e vera, rideva delle cose senza prenderle troppo sul serio, ma la sua non era un’ironia stupida e frivola. Al contrario, era profonda e piena di significato, eppure allo stesso tempo non complicata. Mattia Torre rendeva leggere cose pesanti. Quando ho visto o sentito qualcosa di suo, io non mi sono solo divertito: mi sono sentito capito. 

Mancherà tantissimo, almeno a me, che nel dubbio riavvolgo il nastro e riparto da Boris 1×01. [Leonardo Mazzeo]

 

Cinema | 1917, Sam Mendes

 1917 di Sam Mendes è una grande macchina cinematografica, maestosa e impressionante, che difficilmente lascia indifferenti gli spettatori ma che pure si compiace un po’ troppo del suo splendore.

Il film è nettamente diviso in due atti: una cesura a schermo nero divide i due piani sequenza che compongono il film. Già da questa scelta si intuiscono il virtuosismo e l’abilità di Mendes, che costruisce un film senza fermarsi mai, portando lo spettatore a livello dei protagonisti e del loro grande problema: il tempo.

Siamo nella Prima Guerra Mondiale, in Francia, tra le truppe inglesi. Per impedire a un reggimento intero di cadere in quella che sembra una trappola dell’esercito tedesco, due ufficiali (interpretati da George MacKay e Dean-Charles Chapman) devono personalmente raggiungere i compagni per informarli della situazione, correndo ovviamente molti pericoli (le comunicazioni telefoniche sono state interrotte dai tedeschi). È una corsa contro il tempo, e il piano  sequenza serve a ridurre la distanza tra spettatori e personaggi, a far entrare il pubblico in quelle strette trincee o nel fango della battaglia o tra gli spari dei nemici. Questo fantastico lavoro di regia è senz’altro un piacere per gli occhi, ma sfortunatamente, nonostante le intenzioni, non c’è molto altro.

Con Dunkirk di Nolan abbiamo assistito a una pura estetizzazione della guerra, a un esercizio di stile il cui unico scopo è perdersi nel labirinto astratto della battaglia; 1917 punta ad essere qualcosa di più, a sfiorare la fragilità della vita umana in una situazione incomprensibile ai militari (perché combattere in un Paese straniero, si chiede uno di loro), a mettere a fuoco il sottilissimo filo che separa la vita e la morte, la nascita e la distruzione. Peccato che quel l’eccessivo compiacimento stilistico di cui abbiamo detto limiti parecchio la portata del film. Alla fine rimane solo la bellezza delle immagini. [Massimo Castiglioni]

 

Cinema | RICHARD JEWELL, CLINT EASTWOOD 

Richard Jewell segue la deriva biografica che da circa un decennio guida la filmografia di Clint Eastwood: storie vere, di persone comuni o meno, che si trovano nel mezzo di una qualche situazione eccezionale.

Il nuovo film, da un certo punto di vista, assomiglia a Sully, del 2016, dove Tom Hanks interpretava un pilota di linea newyorkese che, a seguito di un’avaria immediatamente successiva alla partenza del suo aereo, compie un tempestivo atterraggio di fortuna sul fiume Hudson salvando le vite delle persone a bordo; peccato che contro di lui venga istruito un processo in quanto, stando all’accusa, sarebbe potuto atterrare in un aeroporto vicino, rendendo più facile il salvataggio dei passeggeri e impedendo la distruzione del velivolo. Eroismo e colpevolezza fusi insieme.

Richard Jewell (Paul Walter Hauser), ex vicesceriffo, si trova al centro di un caso ancor più drammatico. Nel 1996 ci sono le Olimpiadi ad Atlanta, e Richard, dopo essere stato licenziato dal ruolo di poliziotto in un campus universitario, viene assunto come addetto alla sicurezza per la manifestazione. Una sera, grazie alla sua solerzia, individua una borsa sospetta (contenente una bomba), avvisa gli artificieri e allontana più persone possibili dall’area. La bomba esplode, qualcuno rimane coinvolto, ma Richard ha di fatto salvato molte vite.

Arrivati a questo punto vediamo forse la sequenza più interessante del film: Richard è al centro dell’attenzione, i media vogliono intervistare a tutti i costi il nuovo eroe americano, in sottofondo una delicata musica accompagna il trionfo di questo grassoccio e sfortunato uomo medio ossessionato dall’idea di far parte delle forze dell’ordine, la mamma (Kathy Bates) osserva orgogliosa lo schermo sussurrando un classico «my boy». Ma Clint Eastwood sa bene che il mondo non è quello dei peggiori film commerciali (di cui prende in giro qualche cliché), quello dove l’eroe trionfa e i genitori si godono il successo del loro figliolo; nient’affatto: il mondo è quello che si vede due minuti dopo questa sequenza zuccherosa, quando l’FBI, alla ricerca del terrorista (e forse anche per mascherare una certa negligenza nel non aver anticipato la tragedia), si mette a indagare proprio su Richard, che corrisponde perfettamente a una figura psicologica presente negli archivi: l’uomo frustrato che organizza un attentato per poi sventarlo appositamente e prendersi il merito. L’atteggiamento della stampa si ribalta. Ecco improvvisamente l’eroe trasformato in mostro, ecco l’uomo comune alle prese con le due forze più potenti del mondo secondo l’amico avvocato (Sam Rockwell): il governo degli Stati Uniti e i media. I giornalisti si appostano fuori casa per fare domande, catturare immagini o carpire qualcosa da dare immediatamente in pasto alla gente, con noncurante violazione di ogni principio di privacy e di etica professionale.

Il punto non è più arrestare il colpevole ma trovare un capro espiatorio che tranquillizzi le alte sfere politiche e dia materiale ai giornali o alla televisione (che a pensarci bene si comportano in maniera stranamente coerente: che Richard sia un eroe o un assassino cosa cambia? La necessità è vendere la sua vita in cambio di audience, ascolto, attenzione, guadagno ecc.; poco importa se stiamo parlando di una persona buona o cattiva).

E all’epoca eravamo nel 1996. Non c’erano social network, internet diffuso in tutte le case e quella inverosimile cattiveria che vediamo abbattersi su ogni argomento. Vedere l’accanimento dei professionisti della comunicazione contro un uomo, in un periodo non così lontano nel tempo, ma sideralmente distante a livello tecnologico, non può non far pensare alla piega che certe dinamiche legate all’informazione e alla ricezione dei fatti hanno preso in questi ultimi ventiquattro anni. [Massimo Castiglioni]

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DUDE è un manuale di sopravvivenza per gentiluomini, dal momento che ne sono rimasti pochi e vanno salvaguardati. Nel periglio della rete, Dude è l’atlante per orientarsi tra il guazzabuglio della produzione culturale telematica e le piccole zone d’ombra, alla ricerca di preziose gemme, conversazioni, galanterie che troppo spesso si nascondono ai margini delle strade più battute. Dude lavora a una cartografia esclusiva — facendosi lente d’ingrandimento sul dettaglio perduto — racconta i massimi sistemi in formato leggero.
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