Attualità: Cose del mese | Gennaio ’19
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Cose del mese | Gennaio ’19

Libri, dischi e film che abbiamo letto, ascoltato o visto nel mese più freddo dell’anno.

31 Gen
2019
Attualità

I hate my village — I hate my village

La cosa bella degli I Hate My Village è che sono un supergruppo a tutti gli effetti, ma questo non interessa a nessuno dei componenti. L’unica cosa a cui tengono Adriano Viterbini e Fabio Rondanini (con l’aiuto di Alberto Ferrari alla voce) è la musica, questo è quanto emerge dai ventiquattro tiratissimi minuti del loro debutto. Il disco suona come se l’afro-beat di Fela Kuti venisse filtrato attraverso i suoni grunge, un po’ la caratteristica che ha accompagnato la ricerca musicale dello stesso Viterbini con i Bud Spencer Bues Explosion sul versante blues.

È proprio il chitarrista di Marino che emerge come il principale attore all’interno del progetto, trascinando i brani grazie a riff ipnotici e adrenalinici che sono evidentemente frutto di uno studio approfondito della musica africana, possibile anche grazie alle importanti esperienze al fianco di due giganti contemporanei di quell’universo — Bombino e Rokia Traorè. Anche la batteria di Rondanini sembra ben rodata nel performare ritmi incredibilmente complessi per chi non ci è cresciuto in mezzo, e il suono d’insieme plasmato da Marco Fasolo dei Jennifer Gentle è coerente con l’immaginario del progetto, crudo ed incredibilmente organico — vivo. La ciliegina sulla torta è offerta da Alberto Ferrari che presta la voce a quattro brani e si dimostra estremamente talentuoso lontano dalla sua comfort zone, forse anche più intrigante e convincente. Non vediamo l’ora di goderceli dal vivo. (Giulio Pecci)

 

The Delines — The Imperial

Motel Life, il romanzo d’esordio di Willy Vlautin dei Delines, ruotava attorno a due fratelli scampati a un incidente mortale. Una simile tragedia sfiorata ha rischiato di privarci della voce soul di Amy Boone che, da sola, basta a rendere The Imperial qualcosa in più dell’ennesimo disco di una band da Portland.

I Delines dicono di suonare “retro country” ma, ringraziando il cielo, questo non fa del loro secondo album un lavoro datato, di quelli che interessano solo a chi vive nel sud degli USA. D’altronde, dietro l’atteso seguito di Colfax, c’è un vero e proprio dream team, nato mettendo assieme i membri di band da sempre destinate a“piacere alla gente che piace”: oltre alla Boone, voce dei Damnation TX,  ci sono infatti anche Jenny Conlee dei Decemberist, Tucker Jackson dei Minus 5 e il già citato Willy Vlautin, ex Richmond Fontaine e romanziere amato da Hollywood. The Imperial, il nuovo risultato di cotanto menage, è una collezione di ballate elettroacustiche che raccontano piccole ordinarie sconfitte. Battute d’arresto a cui vale la pena sopravvivere, anche solo per scoprire quanto è bello ritrovarsi quando non ci speravamo più. (Manuel Santangelo)

 

James Blake — Assume form

A tre anni da The colour in anything — probabilmente uno dei migliori album del 2016 — il ragazzo prodigio britannico dalla magica voce soul è tornato: difficile non avere grandi aspettative per Assume Form.

La title-track in apertura, tuttavia, pare da subito deluderle tutte. Voce e piano, un testo che ci racconta di sensazioni che lo stesso cantante paragona a quelle che si vivono durante le fasi depressive:  «[leads to] this feeling of I’m not in my body, I’m not really experiencing life through first-person» spiega su iTunes, ma per essere un brano che dovrebbe trasmetterci un conturbante senso di straniamento risulta piuttosto piatto.
Sembrano invece prometterci più sperimentazione e contaminazione tra i generi i due pezzi in collaborazione con Metro Boomin, Travis Scott e Moses Sumney, ma che comunque non ci lasciamo fluire in quel modo per cui James non può crederci (come titola appunto Can’t believe the way we flow). Persino il pezzo con Rosalìa, la cantante spagnola di R&B electro-flamenco, headliner del Primavera Sound di quest’anno, non è uno dei suoi più riusciti, seppur tra i più interessanti dell’intero album.

Nota di merito indiscussa va invece al pezzo con il rapper André 3000, nel quale everything’s rose, tutto è roseo, sebbene lo sia lungo delle coinvolgenti e cupe melodie electro-beat, in un’atmosfera onirica e dark tipica dell’album d’esordio eponimo e che sembrava quasi perduta. Altre tracce sono un po’ la copia sbiadita di pezzi di Overgrown, ma la chiusura con Lullaby for my insomniac, un’inquietante litania ambient-gospel, ci smuove dopo un ascolto complessivo che — diciamocelo —  ci ha un po’ annoiati: in copertina non c’è più il ventitreenne dalla sagoma sfocata che ci aveva incantati con il suo flow, ma un uomo maturo che ci ha proposto un album abbastanza monotono e stagnante;  se è questa la forma che ha assunto con la sua maturità artistica JB non possiamo far altro che aspettarci di meglio, la prossima volta. (Valeria Marzano)

 

Yorgos Lanthimos — La Favorita

L’ultimo film di Yorgos Lanthimos, La favorita (vincitore del premio Osella alla miglior sceneggiatura allo scorso Festival di Venezia), si presenta come un puro e classico spettacolo in costume, ambientato nella corte inglese della regina Anna, ai primi del Settecento, addirittura suddiviso in capitoli come fosse un tradizionale romanzo. Peccato che di tradizionale questo film abbia ben poco e il palazzo reale si riempie di situazioni, dialoghi e atteggiamenti che quasi nulla hanno a che fare con lo stereotipo regale: volgarità, freddure, sesso tra la regina e le sue protette, scherzi stupidi o violenti, persone che entrano a palazzo coperte di fango e a tratti un po’ di sano nonsense; il tutto mentre Rachel Weisz, braccio destro della regina, accoglie la parente Emma Stone a lavorare, per poi ritrovarsela contro in una guerra per chi deve essere la favorita della sovrana.

Una sceneggiatura che riecheggia, pur in un tempo passato, Eva contro Eva; un modo molto personale di giocare con l’immaginario delle corti; un film da vedere, anche solo per il regista che lo ha firmato. (Massimo Castiglioni)

 

Luca Guadagnino — Suspiria

Il tanto discusso remake di Guadagnino conserva ben poco dell’originale: l’ambientazione della scuola di danza rimane, ma complessivamente la trama è caricata di molti altri elementi forse ridondanti e superflui. In ogni caso tutto sembra ricondurci ad altre atmosfere: la Berlino Est di Guadagnino fa da cornice a una vicenda tutta allegorica, e ad una simbologia troppo criptica che si ha la sensazione di non afferrare mai pienamente.

Non c’è dubbio che il cinema del regista sia soprattutto un’esperienza estetica, e se non altro è per quella gradevolezza che andrebbe guardato: i giochi di macchina, le inquadrature circolari, i corpi delle ballerine in movimento. Chissà se è una scelta felice affiancare Dakota Johnson alla sempre magnetica ed affascinante Tilda Swinton, come già aveva fatto nel 2015 in The Big Splash. Di certo la scena del gioco di sguardi tra le due ai capi della lunga tavola vale la candela, e sebbene anche il personaggio del dottor Kempeler sia centrale, non è un caso che anche questo sia interpretato da Swinton (alzi la mano chi non se n’era accorto): in questo dramma in sei atti c’è spazio solo per il femminile, in una lunga tensione fisica — a tratti persino sessuale — e psicologica. Le insegnanti di danza sono al tempo stesso amorevoli e manipolatrici, streghe e madri. Il nucleo tematico della madre è quindi il vero risvolto interessante: nella casa della Madre tutti i piani sono tenebre, titola il quinto atto, e tra le Tre, la madre dei sospiri (sospirorum) è la Morte. Una madre non si sceglie ma non si può nemmeno rinnegare, anche se è lei a farlo con la figlia, come fa la madre malata di Susie sul punto di spirare.
Urlare al capolavoro è certamente eccessivo, di sicuro Suspiria non piacerà a chi non ama le narrazioni patinate o i giochi intellettuali al limite dell’autoreferenzialità, ma è sicuramente un film da vedere. (Valeria Marzano)

 

Michel Houellebecq — Serotonina (La Nave di Teseo)

A venticinque anni dal suo primo romanzo Estensione del dominio della lotta lo scrittore francese sembra riprenderne alcuni temi cruciali: la depressione (da cui la necessità di assumere direttamente il neurotrasmettitore Serotonina) e una tristezza esistenziale e profonda caratterizzano Florent-Claude Labrouste (ennesimo alter ego di Houellebecq) che si ritrova a quarantasei anni ad abbandonare il lavoro al Ministero dell’Agricoltura e la compagna giapponese Yuzu per ritirarsi in solitudine in un albergo di Parigi prima e nelle campagne della Manica poi.

Ne seguiranno riflessioni sugli amori perduti, sul sesso, sulle aspettative di vita deluse (sue e dell’amico Aymeric), sull’ineluttabilità del fallimento di certi progetti lavorativi, sulla solitudine come condizione umana ultima. A questa pare non esservi rimedio se non l’amore, confortante ed intenso, unico possibile antidoto e bisogno comune a tutti gli esseri umani. E proprio il racconto dell’amore passato — e presente — per Camille assume tratti spesso lirici che paiono mitigare quella misoginia pungente a cui lo scrittore ci aveva abituati in tutte le sue opere.

Per quanto la prospettiva del maschile possa risultare a tratti noiosa e ridondante, i protagonisti di Houellebecq conservano sempre la possibilità di una lettura critica, e la sua scrittura, sebbene complessivamente il ritmo del romanzo sia lento e il tempo abbastanza dilatato, resta brillante e coinvolgente.

Florent-Claude non è più il giovane protagonista trentenne di Estensione e anzi ne rappresenta in qualche modo la nemesi. Se l’uno si sentiva schiacciato dal peso del mondo esterno, l’altro, non meno triste e pregno di rimpianto, approda però ad una consapevolezza finale: siamo a questo mondo, anche se spesso non lo capiamo per tempo, per far felici gli altri, ed esser felici insieme a loro. (Valeria Marzano)

 

Claire-Louise Bennett — Stagno (Bompiani)

L’esordio più affascinante di questo primo mese dell’anno è senz’altro Stagno di Claire-Louise Bennett, pubblicato da Bompiani e tradotto da Tommaso Pincio.

L’autrice, cresciuta nel Wiltshire a Sudovest della Gran Bretagna, vive a Galway in Irlanda ed è a tutti gli effetti considerata esponente di punta del new irish modernism su cui sta prosperando la letteratura irlandese. È esperta di drammaturgia, tant’è che Stagno potrebbe tranquillamente essere considerato un monologo teatrale in venti atti, su cui aleggia lo spettro dell’Innominabile di Samuel Beckett, così come una raccolta di racconti che ricordano Acqua Viva di Clarice Lispector. Di sicuro la forma-romanzo viene stravolta, la trama rinnegata in nome dell’eleganza e della sensualità del flusso di coscienza della protagonista, che ha abbandonato la sua vita precedente per ritirarsi in un cottage immerso nella natura. Non si scoprirà molto altro di lei, neppure il nome, lasciando il lettore solo con la narrazione di una solitudine che dilata il tempo e i silenzi, e che fa sembrare stupida e insignificante ogni routine: «Continuare a dormire nonostante il risveglio degli uccelli e nonostante i cavalli che risalivano la collina e nonostante le quattro vacche che si ridisponevano per la mungitura e nonostante il cane che va dietro ai cavalli quando questi ridiscendono la collina e nonostante il gatto che era un po’ qui e un po’ là e nonostante la volpe che si fermava sul vialetto e ripartiva e nonostante la presenza dell’asino […]» (Emilio Ciorano)

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DUDE è un manuale di sopravvivenza per gentiluomini, dal momento che ne sono rimasti pochi e vanno salvaguardati. Nel periglio della rete, Dude è l’atlante per orientarsi tra il guazzabuglio della produzione culturale telematica e le piccole zone d’ombra, alla ricerca di preziose gemme, conversazioni, galanterie che troppo spesso si nascondono ai margini delle strade più battute. Dude lavora a una cartografia esclusiva — facendosi lente d’ingrandimento sul dettaglio perduto — racconta i massimi sistemi in formato leggero.
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