Attualità: Cose del mese, marzo ’20
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Cose del mese, marzo ’20

Libri, dischi, gif, e film da leggere, ascoltare e vedere nel mese più pazzo dell’anno.

@@@@@, Arca

Chi conosce Arca è abituato a farsi sconvolgere — in positivo — dalle sue sperimentazioni musicali e dalle sue performance. L’album che porta il suo stesso nome, del 2017, è senza dubbio una delle uscite più interessanti di questi anni.
Oggi l’artista venezuelana è tornata con un mix di 62:20 minuti, che rimanda già dal titolo a nuovi linguaggi e ad altri mondi possibili, presentato come una trasmissione clandestina di una «radio-pirata di un universo immaginario e speculativo». E se Pitchfork aveva definito i suoi show la caotica decostruzione del concetto di diva pop, la protagonista di questo nuovo lungo pezzo concettuale, divisibile in 30 frammenti, è proprio una “DIVA EXPERIMENTAL” che vive attraverso vari corpi nello spazio.


Sebbene a primo impatto possa non risultare facilmente fruibile, in quest’ora di ascolto c’è di tutto: dall’avanguardia al lirismo che pure aveva caratterizzato il precedente LP, dall’elettronica pura ai suoni più leggeri ed electro-pop. La sua estetica è allo stesso tempo raffinata e provocatoria, una vera e propria implosione del sentimento incondizionato: Arca, te sentimos por dentro. [Valeria Marzano]

 

Diamanti grezzi, Josh e Benny Safdie

Vedere Adam Sandler recitare in una parte “seria”, di tanto in tanto, fa piacere. Siamo normalmente abituati ad ammirarlo in ruoli comici, talvolta anche demenziali, ma le sue capacità si sposano perfettamente con le esigenze di un cinema diverso, in ruoli drammatici o in commedie fuori dagli schemi (per esempio Ubriaco d’amore di Paul Thomas Anderson o Men, Women & Children di Jason Retiman). Bene hanno fatto, dunque, i fratelli Safdie a puntare su di lui per Diamanti grezzi, storia cupa e ineluttabile di un gioielliere newyorkese, da poco su Netflix.

Howard è, appunto, il gestore di una gioielleria e porta avanti una vita segnata dagli eccessi. Pur essendo sposato, padre di tre figli e con un’attività ben avviata, ha una relazione con la sua dipendente Julia e, soprattutto, deve fare i conti con il suo demone più grande: le scommesse sul basket. Nei pochi giorni in cui si sviluppa l’intreccio, Howard è stritolato in questa micidiale dialettica tra un’esistenza comune (la famiglia, il delicato rapporto con la moglie, la celebrazione della Pasqua ebraica) e una vita parallela fatta di pericolo e adrenalina. Simbolo di questo vincolo è il parente Arno, con cui ha contratto un debito e dai cui scagnozzi deve difendersi.

Ma non si tratta solo della doppia vita o dei vizi: in Howard c’è un senso di fatalità, come se tutto concorresse per indirizzare gli eventi in una direzione che può essere solo quella. A questo percorso contribuisce attivamente la sua stupidità, che inserisce il film dei Safdie in una dimensione simile a quella di un’altra coppia di fratelli registi, i Coen, nei cui lavori non mancano rappresentazioni di uomini comuni e mediocri che proprio per via della loro superficialità finiscono con l’essere travolti da una tempesta di eventi via via più drammatici (si pensi a Fargo o all’Uomo che non c’era). Le tante luci del film — quelle dei locali notturni, dei diamanti e soprattutto dell’opale che muove i fili narrativi e che fa impazzire Kevin Garnett (nel ruolo di se stesso) — illuminano di una tinta fosca e malinconica la vita di un uomo americano lontano da ogni forma ideale o stereotipata di eroismo o di virtù, ma a cui è difficile negare simpatia. [Massimo Castiglioni]

 

Il panda che si fida

 

Stiamo vivendo un momento difficile: su tutti i siti di informazione rimbalzano titoli allarmanti sul coronavirus, siamo bombardati da notizie brutte e non sappiamo bene come comportarci. Tutto è partito dalla Cina, e anche noi partiamo da lì per la gif del mese: facciamo come fa questo panda, che senza dubitare si lascia andare tra le braccia di un uomo col camice. Fidiamoci della scienza, lasciamoci trasportare placidamente, in attesa che arrivino tempi migliori. Una carezza salverà il mondo. O quantomeno un panda. [Leonardo Mazzeo]

 

Græ: part 1, Moses Sumney

La cifra del lavoro di Moses Sumney è l’evasione dalla definizione. Nasce dal confronto con l’esperienza del proprio sentire contingente e dalla necessità di rendere giustizia alla propria modalità di esistenza ed è una sfida continua ed estenuante che Moses sembra abbracciare stoicamente, quasi incarnare nella sua persona artistica, con la piena consapevolezza della fatica che il processo comporta.

«I insist upon my right to be multiple» recita «also also also and and and», brano del suo nuovo album. Da febbraio la prima parte di græ — doppio disco — è disponibile sulle piattaforme digitali. Tra gli artisti che hanno partecipato alla sua realizzazione troviamo Oneohtrix Point Never, Thundercat, FKJ, Adult Jazz, Jill Scott. Il disco è multiforme e complesso, come annunciato. Nemico degli algoritmi, risulta difficile ascriverlo a un genere, chiuderlo in scatole.

Le influenze sono molteplici, come già in Aromanticism (2017): neo-jazz, soul, indie, pop, art-rock. La differenza con Aromanticism — nell’intenzione, ma anche nel fatto musicale — è probabilmente nella dichiarazione «When I was making the first record, the mantra I had in my head was, “Just because you can doesn’t mean you should”. For this album, the mantra was, “If you can, you probably should.”». In quest’album Moses torna a raccontarci di relazioni sentimentali, di mascolinità e di emarginazione, di desideri e di aspettative. Lo fa con la sua voce virtuosa e cangiante (il suo falsetto cristallino tocca vette altissime). Ci parla con delicatezza e fragilità non nuove, ma sono proprio questi i tratti che ci confermano che è ogni volta sempre nuovo, in ogni forma assunta. L’album ci restituisce l’immagine di un mondo interiore caleidoscopico, cosa che emerge anche da un punto di vista audiovisivo, dando uno sguardo al suo canale YouTube.

græ: part 2 uscirà il 15 maggio per l’etichetta indie Jagjaguwar. Abbastanza tempo da consentirci di digerire queste prime 12 tracce. O almeno lo speriamo. Intanto, oltre alla prima parte, ci ha lasciato questa:

 [Giulia Scorsino]

 

Miss Anthropocene, Grimes

Se la critica è unanimemente d’accordo nell’acclamare Arca, Grimes al contrario fa parecchio discutere. C’è chi da un lato pensa che certe sue prese di posizione e la sua tanto chiacchierata vita privata (presto lei e il noto imprenditore Elon Musk avranno un figlio) siano in netto contrasto con l’ideologia sottesa all’apparato concettuale di questo suo ultimo lavoro; e c’è chi — come chi scrive — pensa che, nonostante tutto questo, il disco sia fico. Dal canto loro, i fan di sicuro continueranno ad amarla. Perché anche se non si può negare che alcuni tentativi della cantante di rendere glam la crisi e la fine del mondo suonino davvero posticci, questi quindici brani si lasciano ascoltare con molto piacere: sono freschi, sono orecchiabili, sono ballabili e cantabili, sono pop.


Ok, confesso: non è più come quando avevo diciassette anni e uscì Visions, Grimes non è più la mia eroina, si cresce e si staccano i poster dalla parete della cameretta (ma quando mai). Miss Anthropocene, però, resta un lavoro interessante, capace di conciliare sonorità elettroniche e darkwave con una gradevole leggerezza synth-pop. Insomma, probabilmente l’artista canadese è solo una furba cavalcatrice di tendenze, ma per una volta m’importa poco: mi va ancora di ascoltarla. [Valeria Marzano]

 

Atti relativi alla morte di Raymond Roussel, Leonardo Sciascia

Leonardo Sciascia è un autore che molti, complice il fatto di averlo conosciuto sotto il regime scolastico, nel cui circuito di letture predefinite è entrato assai presto, tendono a identificare unicamente nel contesto di una letteratura di denuncia del potere mafioso. E per quanto si tratti di una parte centrale e irrinunciabile della sua produzione (e dell’intera produzione letteraria italiana del secondo Novecento), a volte si corre il rischio di mettere tra parentesi un altro Sciascia, quello dei libri non-narrativi, quello spinto dallo stesso, incoercibile spirito di indignazione e passione civile, che però si esercita su eventi o personaggi realmente esistiti, quando il nesso talvolta perverso tra storia, verità e racconto si fa più delicato e drammatico.

È lo Sciascia, per dire, dell’Affaire Moro, della Scomparsa di Majorana e di Atti relativi alla morte di Raymond Roussel, un’inchiesta uscita inizialmente sulle pagine di “Mondo” nel 1971, per poi essere pubblicata come libro, nello stesso anno, per le Edizioni Esse (ora note come Sellerio). Adesso è Adelphi a riportare in libreria questo agile libricino, incursione nelle menzogne che hanno accompagnato le veloci indagini sulla morte dello scrittore Raymond Roussel, avvenuta nel 1933 in una camera d’albergo di Palermo.

Non è tanto una questione affettiva, quanto piuttosto il concorso dei vari interessi tesi a mettere rapidamente sotto silenzio la questione ad attrarre Sciascia e la sua scrittura (una scrittura che è davvero un piacere per gli occhi). Interessi che vanno dal privato di alcuni individui vicini al defunto, al pubblico di una polizia espressione di uno stato fascista che deve celare quei gesti che potrebbero alludere al male di vivere dei cittadini (italiani o stranieri). [Massimo Castiglioni]

 

Memorie di un assassino, Bong Joon-Ho

Il notevole successo di pubblico, critica e premi (su tutti la Palma d’oro a Cannes 2019 e i quattro Oscar — tra cui Miglior film) riservato a Parasite ha contribuito a una maggiore diffusione della filmografia di Bong Joon-Ho, sebbene si tratti di un regista non completamente sconosciuto dalle nostre parti (The Host, Snowpiercer e Okja già gli avevano consegnato una relativa celebrità). Purtroppo, come spesso accade al troppo ingiustamente trascurato cinema orientale, bisogna aspettare il successo internazionale affinché anche i primi film di un dato regista possano guadagnare una distribuzione corretta, quella negata all’epoca della loro realizzazione, quando la firma alla regia ancora non godeva della giusta fama.

È sostanzialmente quanto capitato al secondo lungometraggio di Bong Joon-Ho, Memorie di un assassino, del 2003, distribuito direttamente in home video, in Italia, nel 2007 e proposto in sala soltanto durante questo febbraio (davvero un brutto periodo per uscire al cinema). Ispirato alla vera storia di un serial killer attivo in Corea del Sud alla fine degli anni Ottanta, il film segue le indagini di tre agenti di polizia intorno ad alcuni brutali omicidi a sfondo sessuale. Già da questa seconda prova, Bong Joon-Ho sperimenta una dimensione corale, dove la difficile cooperazione tra investigatori (alcuni abituati ad usare metodi poco ortodossi) sbatte contro il muro creato dall’assassino, sempre un passo avanti, sempre abile a nascondersi, come fosse invisibile. L’ostinazione con cui si insegue la verità si fonde con la frustrazione e con la percezione di trovarsi di fronte a qualcosa di inevitabile e inarrestabile, mentre le vittime continuano ad aumentare inesorabilmente. Per gli amanti del regista, sicuramente è un film da non perdere. [Massimo Castiglioni]

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DUDE è un manuale di sopravvivenza per gentiluomini e gentildonne, dal momento che ne sono rimasti pochi e vanno salvaguardati. Nel periglio della rete, Dude è l’atlante per orientarsi tra il guazzabuglio della produzione culturale telematica e le piccole zone d’ombra, alla ricerca di preziose gemme, conversazioni, galanterie che troppo spesso si nascondono ai margini delle strade più battute. Dude lavora a una cartografia esclusiva — facendosi lente d’ingrandimento sul dettaglio perduto — racconta i massimi sistemi in formato leggero.
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