Attualità: Delfini da guerra
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Delfini da guerra

Che sia a livello di quella umana oppure no, l’intelligenza dei delfini ha portato l’uomo a sfruttare le abilità di questi mammiferi per scopi diversi, e non solamente di tipo ludico. Ad esempio, i delfini sono stati (e vengono tutt’ora) utilizzati per scopi bellici.

4 Giu
2019
Attualità

All’inizio di “Guida galattica per autostoppisti”, consapevoli dell’imminente fine del mondo, i delfini (mammiferi più intelligenti degli esseri umani, nel racconto di Douglas Adams) decidono di lasciare il nostro pianeta dicendoci addio e ringraziandoci di tutto il pesce. La storia dell’incredibile intelligenza dei delfini, però, non è soltanto frutto della fantasia dell’autore: secondo alcuni studi questi mammiferi non solo sarebbero più intelligenti degli scimpanzé, ma avrebbero addirittura caratteristiche cerebrali a livello di quelle degli esseri umani. Che sia a livello di quella umana oppure no, la spiccata intelligenza dei delfini ha portato l’uomo a sfruttare le abilità di questi mammiferi per scopi diversi, e non solamente di tipo ludico. Ad esempio, i delfini sono stati (e vengono tutt’ora) utilizzati per scopi bellici.

Di animali in guerra ce ne sono sempre stati, dai cavalli ai cani  kamikaze utilizzati per far esplodere i carri armati nemici durante la Seconda Guerra Mondiale. E ancora: elefanti che passano le Alpi, topi e api per scovare le mine, pipistrelli per incendiare le città. Nessuna di queste creature, però, sarebbe in grado di affiancare i militari nelle azioni in mare. Cosa che invece possono fare benissimo i delfini e altri mammiferi marini. In questo senso, due colossi su tutti hanno investito risorse su simili progetti: Russia e Stati Uniti.

 

Russia, Crimea e delfini da combattimento

Qualche tempo fa ha fatto il giro del mondo la notizia del ritrovamento, da parte di alcuni pescatori norvegesi, di un beluga con una strana imbracatura che riportava la scritta “attrezzatura di San Pietroburgo”. Qualcuno ha ipotizzato che potesse trattarsi di una “spia” russa, anche perché da quelle parti non hanno mai fatto mistero dell’utilizzo dei mammiferi marini per scopi militari.

Nel marzo del 2016, ad esempio, sul sito del Ministero della Difesa russo è stato pubblicato un annuncio (poi rimosso) piuttosto particolare: cercasi cinque delfini, tre maschi e due femmine, di età compresa tra i tre e i cinque anni, in buona salute e con una lunghezza da 2,3 a 2,7 metri. Prezzo: 25.000 dollari.

Nel 2017, inoltre, Zvezda (il canale televisivo ufficiale del Ministero) ha confermato che la Russia stava riprendendo l’attività di addestramento dei mammiferi marini. “Riprendere” è il verbo più adatto, perché in realtà queste attività erano iniziate ai tempi della Guerra Fredda: l’Unione Sovietica nel 1966 aveva lanciato il programma di addestramento con cinque diversi centri, il più grande dei quali era situato nella base di Bukhta Kazachya, nei pressi di Sebastopoli.  

Il tutto è stato interrotto con lo scioglimento dell’URSS, e a quel punto, la gestione del progetto era passata all’Ucraina. Secondo la BBC, però, non potendo mantenere questo tipo di attività, l’Ucraina nel 2000 ha venduto molti delfini (e altri mammiferi marini come i trichechi e i leoni di mare) all’Iran, destinando inoltre altri esemplari a compiti civili, precisamente all’aiuto di bambini autistici o con disturbi emotivi.

Dieci anni più tardi, il Ministero della Difesa ucraino ha deciso di mettere nuovamente in moto il Combat Dolphin Program, salvo poi chiuderlo definitivamente il 13 febbraio del 2014 per mancanza di fondi, annunciando contestualmente la vendita degli esemplari agli acquari. Poi, però, è arrivata l’annessione della Crimea alla Russia a sconvolgere tutto, visto che Sebastopoli si trova proprio nella penisola che si affaccia sul Mar Nero. Il delfinario è tornato così sotto la gestione russa e l’attività è ricominciata con “nuovi strumenti e applicazioni per aumentare l’efficienza dei delfini”.

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Delfini sorridenti e minacciosi
Delfini a passeggio
Delfini che giocano
Delfini in branco
Delfino imprigionato
Delfino archeologo
Delfino davanti a un infame

Nel 2018 c’è stato un episodio che ha fatto scalpore, alimentando ancora di più il conflitto tra Russia e Ucraina: i delfini del programma militare avrebbero deciso di suicidarsi piuttosto che obbedire agli ordini degli addestratori russi. Uno slancio di lealtà messo in pratica semplicemente lasciandosi morire di fame. Questa versione, com’era lecito aspettarsi, è stata smentita dalla Russia, precisamente dal deputato Dmitry Belik: niente patriottismo, i mammiferi sarebbero morti per cause naturali. Lo stesso Belik ha aggiunto: “Con l’Ucraina l’unità speciale di delfini aveva sostituito le spade con gli aratri e non si occupava più di operazioni militari, ma esclusivamente di eventi di natura commerciale”.

Il centro di Sebastopoli, comunque, non è l’unico campo d’addestramento per delfini al mondo. Ne esiste un altro: si trova a San Diego, in California, ed è di proprietà della Marina militare americana.

 

Il “Marine Mammal Program” degli USA

Il progetto statunitense ha avuto inizio nel 1959 nella base di San Diego, e nei primi anni la Marina USA si è concentrata soprattutto sull’ addestramento dei mammiferi marini. La prima occasione per testare questi animali sul campo è stata la guerra in Vietnam, dove i delfini e le focene sono stati utilizzati per individuare i sommozzatori nemici.

Il programma, però, è rimasto top secret almeno fino a quando la Marina militare, per rispondere ad alcune indiscrezioni lanciate dalla rete NBC, ha ammesso di aver inviato cinque delfini nelle zone in cui si stava combattendo la guerra del Golfo. Nel comunicato diffuso dalle fonti americane, comunque, veniva sottolineata la garanzia dell’incolumità dei delfini, che non venivano usati come kamikaze ma semplicemente come aiuto per “fiutare” i pericoli circostanti.

Proprio per quanto riguarda l’aspetto pratico dei war-dolphins, nell’ottobre del 2018 Steven Aftergood, direttore del Federation of American Scientists, è riuscito ad entrare in possesso del manuale sulla gestione dei mammiferi marini della US Navy. Questi ultimi, come si evince dal testo, vengono trasportati in aereo (con un veterinario al seguito) se i viaggi sono troppo lunghi, mentre per le brevi distanze raggiungono il luogo scelto nuotando affiancati dalle navi della marina.

Per quanto riguarda le specie utilizzate, nel manuale si parla non solo di delfini, ma anche di focene, balene, foche e leoni marini. Limiti per quanto riguarda il numero (“non più di 25 esemplari all’anno”) e limiti anche nel loro utilizzo, che viene limitato solo a compiti di difesa. Anche se, in realtà, nel corso degli anni ci sono state molte speculazioni a riguardo.

 

L’utilizzo dei mammiferi marini in ambito militare

Secondo la US Navy, “il fatto che le missioni siano rimaste coperte da segreto per molti decenni ha portato media e attivisti a denunciare l’uso dei delfini come armi offensive e in passato questi sospetti non potevano essere dissipati perché i documenti che descrivevano i programmi militari erano secretati”. E nonostante l’apertura mediatica della marina dai primi anni ‘90 in poi, le voci su utilizzi non difensivi dei mammiferi marini hanno continuato a susseguirsi.

In sostanza, secondo le versioni ufficiali, i delfini e gli altri animali sono stati usati solamente per i seguenti fini:

  • Individuazione delle mine e di altri pericoli grazie ai loro sonar, che gli permettono di riuscire a portare a termine le operazioni anche in situazioni-limite per la tecnologia umana, come ad esempio nelle acque troppo torbide o troppo profonde;
  • Rilevamento di possibili intrusi che potrebbero mettere a rischio la sicurezza del personale e delle strutture della US Navy;
  • Recupero di “oggetti nei porti, nelle zone costiere ed in profondità in mare aperto”;

Negli anni, però, sia per quanto riguarda il lato-Russia, sia per quanto riguarda il lato-USA, sono stati avanzati diversi sospetti circa l’utilizzo offensivo degli animali in questione e circa il loro addestramento. Ad esempio:

  • Sarebbero in grado di attaccare spie e ordigni esplosivi sui sottomarini nemici;
  • Avrebbero ucciso 40 uomini-rana vietnamiti (e accidentalmente due soldati americani) “con coltelli attaccati alle pinne e al muso e con grandi siringhe ipodermiche piene di biossido di carbonio pressurizzato”;
  • Sarebbero addestrati a far ritorno alla base tramite privazione del cibo;
  • Sarebbero stati lanciati in azioni kamikaze contro gli ordigni nemici;
  • Avrebbero ingaggiato lotte “corpo a corpo” con sub nemici combattendo con degli arpioni agganciati sul dorso;
  • Sarebbero capaci di individuare nemici e di segnalarli al resto del corpo militare tramite una boa depositata nelle loro vicinanze;

Che le ipotesi in questione siano vere o meno, fatto sta che l’utilizzo dei mammiferi marini nelle operazioni militari è ormai certificato. E questo non va sicuramente giù agli animalisti.

 

Animalisti, droni e futuro

Le associazioni animaliste, ad esempio, sostengono che molti delfini muoiano nel corso delle operazioni anti-mina a causa dell’attivazione delle stesse. Per difendere i cetacei è sceso in campo anche il noto filosofo animalista Peter Singer, che nel 2012 sul Guardian pubblicò un editoriale di condanna nei confronti dell’utilizzo di questi animali in guerra: «Gli Stati Uniti non costringono più i cittadini a combattere le guerre da tempo, tutti i soldati sono volontari. Ma anche i coscritti hanno dei diritti di base. Solo i delfini non ne hanno alcuno».

Proprio nello stesso anno, tra l’altro, cominciò a circolare la voce secondo la quale gli Stati Uniti, nel giro di pochi anni, avrebbero sostituito con dei robot ventiquattro degli ottanta delfini utilizzati nelle operazioni militari. I dispositivi, delle dimensioni simili ai delfini e dotati a loro volta di sonar, avrebbero dovuto rimpiazzare tutte le funzioni dei cetacei. Nonostante questa incoraggiante prospettiva, però, nel rapporto della US Navy citato in precedenza  viene evidenziato come «un giorno sarà possibile condurre queste missioni con i droni sottomarini, ma per il momento la tecnologia non riesce a eguagliare gli animali».

I delfini da guerra, quindi, ad oggi restano paradossalmente prigionieri della loro unicità, anche se alcuni di loro anni fa hanno provato una sorta di ammutinamento. Era il 2013, e tre esemplari del centro di Sebastopoli hanno letteralmente disertato un’esercitazione e sono partiti alla ricerca di una compagna, salvo poi tornare alla base poco dopo.

Nonostante il ritorno dei tre animali, questo episodio fa comunque riflettere. Secondo Yuri Plyachenko, ex ufficiale antisabotaggio della Marina sovietica, «se un delfino maschio avvista una femmina durante la stagione degli amori, inizia subito l’inseguimento. Dopo una settimana, però, i cetacei tornano a casa».

In sostanza, ad oggi, tra tecnologie non ancora così avanzate e necessità militari, i delfini hanno solo un’opportunità per non essere più impiegati per scopi bellici: innamorarsi perdutamente e scappare via, senza voltarsi più indietro, lasciandosi alle spalle mine e imbracature varie.

Alla fine, a pensarci bene, l’amore resta l’unica via di fuga. Per loro come per noi.

Leonardo Mazzeo
Classe 1993, di solito scrivo di calcio, qualche volta però esco e vado altrove, non importa dove. Colore preferito: arancione. Segni particolari: nessuno.
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