La storia del referendum abrogativo è sintomatica della lentezza con cui nei primi decenni di vita della Repubblica Italiana si è data attuazione alla nostra carta costituzionale, la quale prevede nei suoi articoli un sistema caratterizzato da “pesi e contrappesi”, reazione fisiologica a venti anni di totalitarismo fascista.
La concretizzazione di questo sistema non è stata immediata, con le due camere a lungo timorose e diffidenti di dover attivare e regolamentare enti e organismi volti a limitare il potere parlamentare: per esempio la Corte Costituzionale fu attivata solo nel 1955, mentre le regioni in quanto enti, fatta eccezione per quelle a statuto speciale, si costituirono solo negli anni Settanta.
L’attivazione di questo istituto è il frutto di un compromesso politico legato all’approvazione, nel 1970, della legge “Fortuna-Baslini”, comunemente conosciuta come “legge sul divorzio”: nello stesso anno il parlamento provvide ad approvare la legge n. 352/1970, dal titolo “Norme sui referendum previsti dalla Costituzione e sulla iniziativa legislativa del popolo”.
Quattro anni dopo con il primo referendum abrogativo, proprio sull’abrogazione della legge sul divorzio (che registrò l’87,7% di affluenza), il 59,3% dei votanti si espresse per il NO, decretando la sconfitta della tradizione cattolica, degli antidivorzisti e del partito di maggioranza relativa, la Democrazia Cristiana.

In Italia hanno avuto luogo 67 referendum abrogativi, in occasione dei quali la popolazione è stata chiamata ad esprimere la propria scelta in relazione a diversi argomenti, con quesiti più o meno facilmente comprensibili, su tematiche talvolta eccessivamente tecniche, talora molto delicate: dall’esistenza del Ministero del Turismo e dello Spettacolo, alla durata delle concessioni già in essere per l’estrazione di idrocarburi in zone di mare; dalla separazione della carriera di pubblico ministero da quella di giudice, alla procreazione medicalmente assistita.
Quello che segue è un breve elenco dei quesiti sottoposti al placet popolare che ritengo più particolari, spesso non ricordati o considerati “marginali”, ma comunque delle vere e proprie “sliding doors” con cui si è avuta la possibilità di modificare, più o meno sensibilmente, diversi aspetti della nostra società.
1. Abolizione dell’ergastolo
Il 17 maggio del 1981 gli italiani furono chiamati a esprimersi su cinque quesiti referendari, dei quali si ricordano principalmente i due relativi alla legge sull’aborto: uno promosso dai radicali e sostanzialmente volto ad estenderne l’ambito di applicazione, l’altro promosso dall’associazione “Movimento per la vita” e di senso diametralmente opposto.
Tra i quesiti rimanenti, si votò anche sull’abolizione della pena dell’ergastolo, un’iniziativa audace dei Radicali, considerato anche il momento storico e il clima politico e culturale del tempo: un sondaggio Doxa del 1977, riportava il 51% degli intervistati favorevoli alla pena di morte e ancora, nel d.l. 59/1978 l’ergastolo era previsto addirittura in caso di morte non voluta, purché conseguente ad un sequestro di persona a scopo di estorsione o di eversione.
Comunque, questa norma fu modificata in sede di conversione in legge, limitando l’ergastolo all’assassinio doloso della vittima.
Nonostante il raggiungimento del quorum, con un numero di votanti pari al 79,40% degli aventi diritto, il popolo italiano si espresse per il mantenimento dell’ergastolo: il 77,40% votò NO, il 22,60% la percentuale dei SÌ.
Al giorno d’oggi, l’ergastolo continua ad essere la massima pena prevista nel nostro ordinamento penale, ma il dibattito sulla sua abolizione non s’è mai interrotto: basti pensare che nel 2013 Roberto Speranza e Danilo Leva, rispettivamente capogruppo alla Camera e responsabile giustizia del Partito democratico, hanno presentato una proposta di legge volta alla sua abolizione; inoltre, sempre nello stesso anno, la Grande Chambre della Corte europea dei diritti dell’uomo, ha affermato il principio per cui l’ergastolo senza possibilità di liberazione anticipata o di revisione della pena costituisce una violazione dei diritti umani, considerando l’impossibilità della scarcerazione un trattamento degradante ed inumano contro il prigioniero.
2. Abolizione della concessione del porto d’armi
Tra gli ultimi due quesiti del referendum abrogativo del maggio 1981, entrambi promossi sempre dai Radicali, spicca quello relativo all’abolizione delle norme sulla concessione del porto d’armi.
Con l’abrogazione il Partito Radicale puntava ad abolire il diritto per ogni privato cittadino di portare qualsiasi tipo di arma, precisando comunque che: «non ne conseguirebbe il disarmo degli apparati militari, e nemmeno quello delle forze di polizia. Le forze di polizia sono infatti autorizzate – anche senza porto d’armi – a portare le armi in dotazione ai reparti necessarie per i servizi di istituto. Gli appartenenti non potrebbero però portare altre armi, soprattutto le cosiddette “seconde armi”, il cui uso è stato fonte di grossi interrogativi in occasione di incidenti tra dimostrati e forze dell’ordine».
«Un’altra conseguenza dell’abrogazione delle autorizzazioni per porto d’armi – continuano i Radicali – sarebbe il disarmo delle polizie private, delle molteplici squadre di “vigilantes” che pattugliano le nostre città. E questo sarebbe un risultato di portata veramente molto estesa. La tutela dell’ordine pubblico, è necessario richiamare sempre i termini del problema, finisce inevitabilmente per interferire con la consistenza e con l’esercizio di fondamentali diritti dei cittadini; di diritti costituzionalmente garantiti. Si tratta sempre di limitazioni estremamente pericolose. Ed allora è veramente indispensabile che il settore dell’ordine pubblico sia interamente gestito sotto la responsabilità integrale e completa di autorità che rispondono politicamente di fronte al parlamento e agli elettori».
Anche qui il quorum fu raggiunto, con un numero di votanti pari al 79,40% degli aventi diritto, ma la norma non fu abrogata: l’85,90% votò per il NO, con il fronte del SÌ fermo al 14,10% dei voti.
Al giorno d’oggi non pare esserci ancora un grande dibattito sull’abolizione della concessione del porto d’armi, pure se nel 2002 l’allora ministro della difesa Antonio Martino tornò sull’ipotesi di rivederne la legislazione ma “all’americana”, per garantire così il diritto di portare armi a tutti i cittadini.
3. Abolizione della caccia
Il 3 giugno del 1990 furono sottoposti al voto tre quesiti referendari, due dei quali relativi alla caccia: il primo di questi volto all’abolizione tout court della norma che ne disciplina l’attività, il secondo all’abrogazione dell’art. 842 del codice civile, seppur limitata ai primi due commi: “Il proprietario di un fondo non può impedire che vi si entri per l’esercizio della caccia, a meno che il fondo sia chiuso nei modi stabiliti dalla legge sulla caccia o vi siano colture in atto suscettibili di danno. Egli può sempre opporsi a chi non è munito della licenza rilasciata dall’autorità”.
Questo referendum fu promosso non solo dai Radicali, ma anche dai Verdi, dal Partito Comunista Italiano, da Democrazia Proletaria, dalla Sinistra Indipendente, dalla LIPU e da Legambiente.
Inoltre questi due quesiti (e non il terzo, relativo all’uso dei fitofarmaci nell’agricoltura) furono sostenuti anche dal Partito Socialista Italiano.
Uno schieramento dai connotati ideologici ben definiti e ampio che però non riuscì a coinvolgere la maggioranza assoluta degli elettori: quello del giugno 1990 è stato il primo referendum nel quale non si raggiunse il quorum previsto dalla costituzione, registrando la partecipazione solo del 43,40% degli aventi diritto al voto, di cui 92,20% favorevoli all’abrogazione e il 7,80% contrari.
Nonostante il risultato, però, quello della caccia è continuato ad essere un tema mai abbandonato, tanto che nel 1997 i Radicali riuscirono comunque a sottoporre di nuovo al voto l’abrogazione parziale dell’art.842 del codice civile, ancora una volta senza veder raggiunto il quorum.
Inoltre, nel 2012, si sarebbe dovuto sostenere in Piemonte un referendum di abrogazione parziale della legislazione regionale sulla caccia, successivamente annullato per l’approvazione di un emendamento volto nella sostanza a far venir meno le ragioni della consultazione.
4. Abrogazione delle pene per la detenzione ad uso personale di droghe
Il referendum abrogativo della primavera del 1993 è ricordato essenzialmente per due motivi: nei libri di diritto per aver determinato la “svolta” dal sistema elettorale di tipo proporzionale a quello maggioritario (seppur limitata all’elezione del Senato della Repubblica); nei giornali, nei bar, nei blog, nelle tribune politiche e nei talk show per l’abrogazione del contributo statale al finanziamento dei partiti politici, successivamente aggirata da una creatività parlamentare protezionistica e tendente allo status quo.
Non tanti ricordano però che, tra gli otto quesiti proposti, gli elettori ebbero la possibilità di esprimere la propria posizione in un tema sempre delicato come quello dell’uso delle sostanze stupefacenti.
Il referendum parzialmente abrogativo della legge in materia, la “Jervolino-Vassalli”, proponeva l’eliminazione delle sanzioni penali per l’uso personale di sostanze illecite, l’abrogazione della cosiddetta dose media giornaliera (cioè del criterio spartiacque fra l’uso personale e lo spaccio, e quindi fra la sanzione amministrativa e quella penale), delle norme che permettevano al ministro della sanità di poter stabilire limiti e modalità nell’uso di farmaci sostitutivi e di quelle che imponevano al medico di famiglia di comunicare al servizio pubblico per le tossicodipendenze il nome dei loro pazienti consumatori di sostanze proibite.
Se superare il quorum non fu problematico, data anche la compresenza di altri sette quesiti, il 55,40% dei votanti si espresse per l’abrogazione, i NO si fermarono invece al 44,60%: un distacco abbastanza sottile se si tiene presente che, nella stessa tornata, per abrogare la legge che istituiva il Ministero delle Partecipazioni Statali, si espresse favorevolmente oltre il 90% dei votanti.
Nel 2014, con la dichiarazione di incostituzionalità della successiva legge “Fini-Giovanardi”, ha avuto luogo la reviviscenza (ovvero «il ritornare in vigore di una norma abrogata a seguito dell’abrogazione della norma che la abrogava») della legge “Jervolino-Vassalli”, così come modificata dal referendum del 1993. Attualmente l’attuale governo ha provveduto a far approvare una nuova normativa in materia.
5. Abrogazione della norma che impedisce la liberalizzazione degli orari dei negozi
Correva l’anno 1995 e nel pieno della “rivoluzione liberale” tanto declamata all’alba della Seconda Repubblica gli italiani tornarono a esprimersi stavolta su ben dodici questioni, alcune promossi dai Radicali, altre dalla sinistra.
Quesiti del Partito Radicale, per utilizzare le loro parole, «che impongono tutti una opzione fra destatalizzazione e assistenzialismo, fra tutela della dignità del cittadino-contribuente-consumatore-utente e mantenimento dell’attuale parastatalismo (e collateralismo con il regime politico), fra transizione verso regole nuove e mero nuovismo all’interno della vecchia logica assistenzialista che ha generato corruzione e inefficienza».
In pratica, una sfida rivolta «non solo al “pubblico” ma anche al “privato”, alla società civile e all’imprenditoria, che dopo decenni di collusione non sempre trasparente con il potere politico deve saper dimostrare sul campo le capacità di efficienza ed equità di cui ancora troppo astrattamente e benignamente gli si fa credito».
Una svolta liberale articolata in diversi quesiti, tra i quali quello relativo all’abrogazione della norma volta a impedire la liberalizzazione degli orari dei negozi: il quorum fu superato anche in questo caso con il 57,30% degli aventi diritto, ma il NO prevalse nettamente, con il 62,60% delle preferenze.
Questa scelta è stata comunque scavalcata dal governo Monti nel gennaio del 2012, con il decreto “Salva-Italia” e la sua totale e completa liberalizzazione degli orari d’apertura (24 ore al giorno, 365 giorni l’anno): già a settembre dello stesso anno una nota catena di supermercati francese ha iniziato a sperimentare in Italia l’apertura “no stop” dei suoi punti vendita.
6. Abrogazione delle norme che consentono la concentrazione di tre reti televisive
Tra gli altri quesiti del referendum abrogativo del 1995, alcuni erano volti a stravolgere il sistema radiotelevisivo nazionale: oltre a quello volto alla privatizzazione della RAI (mai avvenuta, nonostante la posizione favorevole degli elettori italiani), si affiancò anche quello volto ad abolire la possibilità di essere titolari di più concessioni televisive nazionali.
La volontà di colpire il cuore dell’impero mediatico di Silvio Berlusconi fu portata avanti dall’allora Partito Democratico della Sinistra, ma fu proprio lo stesso Berlusconi, fino a pochi mesi prima Presidente del Consiglio, a preferire di giocarsi il tutto per tutto alle urne pur di non prestare il fianco all’approvazione di una legge antitrust: «Bisogna andare al referendum e lasciare il giudizio al popolo».
Tant’è, alla fine il quorum si raggiunse, con la maggioranza del 58,10% degli elettori a rigettare il quesito (56,90% per il NO, 43,10% per il SÌ).
Scriveva Massimo Fini: «I dirigenti Fininvest hanno sempre sostenuto, non senza ragione, che la loro azienda ha dovuto assumere le dimensioni che ha assunto perché altrimenti sarebbe stata strangolata dalla Rai. Ma se vincessero i no verrebbe definitivamente sancita l’ attuale situazione di duopolio che, oltre ad essere anomala ed iniqua in se, impedisce, o rende estremamente difficile, la discesa nel mercato dell’informazione televisiva di altri soggetti competitivi e proprio per le ragioni addotte dai dirigenti Fininvest per giustificare le abnormi dimensioni della loro azienda. Quindi il referendum sarebbe, comunque, la peggiore delle soluzioni. E qui si dimostra ancora una volta che affidare ad un secco aut aut del “popolo” (parola divenuta taumaturgica di cui oggi si fa largo uso e abuso soprattutto da parte di personaggi che son vent’anni che non mettono piede in un bar o in un cinema) questioni così delicate, intricate e complesse è pura follia demagogica.»
7. Abrogazione delle norme che consentono un certo numero di interruzioni pubblicitarie in tv
Tra le dodici questioni referendarie del 1995, sempre nel quadro di quelle volte a modificare il sistema radiotelevisivo nazionale, spiccava un altro quesito promosso dall’allora Partito Democratico della Sinistra volto all’abolizione della possibilità di inserire messaggi pubblicitari durante ciascun tempo o atto di film, opere teatrali, liriche o musicali.
Qualora avesse vinto il SÌ, la pubblicità sarebbe potuta passare solo all’inizio, negli intervalli previsti dall’autore e alla fine.
La campagna per il SÌ, promossa dal PDS, fu portata avanti al grido di quel “non s’interrompe un’emozione” coniato anni prima da Federico Fellini proprio per contestare l’abuso delle interruzioni pubblicitarie, tematica toccata negli ultimi film della sua vita come “Ginger e Fred” e, in maniera minore, “La voce della Luna”.
Nel comitato per il NO, invece, oltre all’ovvia presenza di Silvio Berlusconi e a quella dei Radicali, si registrò anche quella di Michele Placido, a testimonianza di come l’adesione del mondo della cinematografia alla battaglia referendaria non fosse così scontata.
Anche qui il risultato fu sostanzialmente analogo, con il raggiungimento del quorum e i NO per il 56,90% a prevalere sui SÌ, fermi al 43,10%.
8. Abolizione dell’Ordine dei giornalisti
Nell’ambito da un progetto da loro definito «americano, liberale, libertario e liberista», i Radicali riuscirono a far tornare gli italiani alle urne per esprimersi su sette quesiti referendari, tra i quali uno volto all’abolizione dell’Ordine dei giornalisti: ovviamente il referendum venne osteggiato proprio dallo stesso Ordine, che temeva la cancellazione della professione e la caduta di qualsiasi garanzia deontologica.
Scriveva Jole Zangari: «Fra gli undici referendum (sui 30 proposti) ammessi dalla Corte Costituzionale, figura quello relativo all’abolizione dell’ordine dei Giornalisti.
Senza entrare nel merito delle motivazioni che hanno spinto i membri dell’alta Corte a decidere in tal senso, non possiamo non preoccuparci delle conseguenze: abusivato, mancanza di un ordine che vigili sulla deontologia professionale dei propri iscritti, giornalismo selvaggio lasciato nelle mani dell’editore, un mercato editoriale monopolista, un accesso alla professione fondato più sul favore che sul merito. Un’informazione in gabbia, quindi, senza tutela e controllo, tenuto conto che l’Ordine è l’organo che permette ai giornalisti di essere imparziali, vigilando sulla deontologia dei propri iscritti. Se questo venisse abolito, ci troveremmo nella condizione di avere nessuna informazione e si infliggerebbe un colpo mortale alla libertà di stampa, presupposto indispensabile per un paese democratico».
Per ovviare alla consultazione, in Parlamento furono presentati 6 disegni di legge, due dei quali prevedevano l’abolizione dell’Ordine (che tra l’altro presentò anche un suo progetto di autoriforma), ma la mancanza di qualsiasi accordo portò quindi gli elettori a decidere: il 65,50% dei votanti si espresse per il SÌ, il 34,50% per il no. Ma degli aventi diritto, solo il 30% si presentò al voto, ben lontani dal quorum costituzionalmente previsto.
Sul finire del 2015 il Presidente del Consiglio Matteo Renzi è tornato comunque sull’argomento, sempre oggetto di un dibattito costante, con poche parole tutt’altro che moderate: «Come tutti voi sapete seguendomi da qualche anno la mia posizione sull’Ordine è una posizione per la quale, toccasse a me, lo abolirei domani mattina».
9. Abrogazione delle norme sulla reintegrazione del posto di lavoro
Scriveva Andrea Pertici, professore di diritto costituzionale all’università di Pisa: «Nel 2000 agli italiani fu già chiesto di abrogare, con un referendum di iniziativa dei Radicali, l’articolo 18. La risposta fu un chiaro NO. Soltanto 4.923.381 elettori, pari a poco più del 10% degli aventi diritto, si espresse infatti per l’abrogazione. […] Nel 2000 andò così: i referendum proposti sui più diversi argomenti (dalla legge elettorale alla separazione delle carriere, dal rimborso elettorale ai partiti all’articolo 18, appunto) non raggiunsero il quorum avendo votato circa il 32% degli aventi diritto. Nessuna abrogazione, quindi. Neppure per l’articolo 18. Ma in questo referendum – caso unico, mai verificatosi né prima né dopo – anche coloro che presero parte al voto si espressero contro la abrogazione: i NO furono il 66,6%. In tutti gli altri ventisei casi in cui non è stato raggiunto il quorum i SI hanno prevalso nettamente (arrivando al 91,5% nel referendum sulla legge elettorale del 1999) perché i contrari sono rimasti fuori dai seggi […] Nel referendum del 2000 sull’abrogazione dell’articolo 18, invece, i contrari sono risultati nettamente maggioritari dentro e fuori le urne. Lasciando a votare a favore solo il 10% degli aventi diritto».
Spauracchio dell’imprenditoria e di buona parte della classe politica liberale, l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori prevede la reintegrazione del posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo: al lavoratore danneggiato spetta, oltre al risarcimento dei danni, il reintegro nel posto di lavoro; il rapporto lavorativo si considera come se non si fosse mai interrotto, con conseguente rimborso delle indennità dovute.
Nonostante la consultazione referendaria, il governo Monti dapprima e il governo Renzi poi, hanno ridotto sensibilmente l’ambito d’applicazione dell’art. 18, arrivando ad un suo sostanziale superamento.
10. Abrogazione delle norme che stabiliscono limiti numerici ed esenzioni per l’applicazione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori
Tre anni dopo aver rigettato l’abrogazione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, gli italiani tornano alle urne per estenderne invece l’ambito d’applicazione anche alle aziende e alle unità produttive di dimensioni inferiori rispetto a quelle previste dalla legge.
Tra i promotori del SÌ: Rifondazione comunista, Verdi, Partito dei Comunisti Italiani, parte dei Democratici di Sinistra e Cgil, compatti nel porre fine a quella che consideravano una “discriminazione” dei lavoratori delle piccole imprese nei confronti di quelle medio-grandi, limitando anche nelle aziende di piccole dimensioni possibili decisioni arbitrarie dei datori di lavoro sui loro dipendenti.
Tra i promotori del mancato raggiungimento del quorum si schierarono tanto realtà contrarie tout court all’applicazione dell’art. 18 (come Confindustria, Forza Italia, Alleanza Nazionale) sia realtà contrarie alla sola estensione, tra cui anche la maggioranza dei Democratici di Sinistra.
Con il 25,60% di affluenza, il quorum non fu raggiunto e la consultazione fu invalidata: comunque, l’85,60% dei votanti si espresse favorevolmente, contro il 14,40% dei NO.