Disegno intelligente
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Disegno intelligente

Se nella fonte in cui si specchia Narciso fosse comparsa la scritta «questo non è Narciso», al 99,9% sarebbe ancora vivo e fumerebbe la pipa.

Bisogna poi anche dire che fidarsi è bene non fidarsi è meglio. I grandi cataclismi? Avevano detto la collera degli dei poi, d’un tratto, macché… dissesto idrogeologico, speculazione edilizia e via di questo passo. È anche una cosa un po’ deprimente. Non c’è verso, non ti puoi mica difendere. Non puoi mica dire: «adesso basta, faccio da me». Cosa vuoi fare da te? Ragionare con la tua testa, credere solo in ciò che vedono i tuoi occhi? Eh, buonanotte.

«Apri gli occhi!» ti dicono. Come se la vista servisse a qualcosa. «Hai sentito che bravo quello scrittore lì, come parla bene? Apri gli occhi!» ti dicono. Non: apri le orecchie! che almeno si capirebbe la natura del consiglio. Certo, è solo una metafora, aprire gli occhi, uno dice «Apri gli occhi!» ma poi vuol dire «Stai attento! Non farti illusioni! Ragiona con la tua testa!» e a questo punto, in genere, arrivano i consigli: fai questo o fai quello, valuta questo e valuta quello, rifletti su questa o quella cosa. Come se i consigli, invece, avessero un’origine diversa e non nascessero nello stesso modo in cui nasce il nostro giudizio su quello scrittore che parla tanto bene o nello stesso modo in cui nascono le idee di quello scrittore lì.

E certo, sì, la scienza aiuta. Perché se un giorno, per dire, ci trovassimo a passeggiare a Reggio Calabria, sul lungomare Matteotti, e per caso – guardando verso il mare – ci capitasse di vedere la costa siciliana come fosse a poche centinaia di metri da noi, sapremmo, dopo opportuni approfondimenti di tipo scientifico, che si tratta di un fenomeno ottico che si verifica quando gli strati d’aria più alti sono meno densi di quelli più bassi e un raggio luminoso che parte per esempio dalla costa siciliana, o anche da una nave, per dire, va verso l’alto (allontanandosi sempre più dalla normale) e poi ad un certo punto ritorna verso il basso. Ecco, quelle volte lì, se il raggio luminoso viene intercettato dal nostro occhio mentre passeggiamo sul lungomare Matteotti, a Reggio Calabria, allora ci sembrerà di vedere la costa siciliana oppure la nave, a seconda dei casi, in alto, magari ingrandita o capovolta, come se volasse o fosse a qualche centinaio di metri di distanza.

Per carità, anche la scienza, alle volte, s’inganna. Ma è un fatto temporaneo: prima o poi lo studioso mette le cose a posto.

La terra è tonda… è un dato di fatto. Ed è circondata dall’atmosfera. E anche dalla stratosfera. E poi c’è l’universo. E nell’universo ci sono i pianeti e gli astri. Il sole è uno di questi. La terra gira intorno al sole e non viceversa.

Su questo punto c’è stato da discutere. All’inizio c’erano alcuni che dicevano: «ma come? sulla terra c’è l’uomo, e l’uomo l’ha fatto Dio, e Dio è sopra tutte le cose, allora la terra non può essere in periferia, la terra è al centro, e tutto il resto ci gira intorno». Cosa gli andavi a dire, come argomentavi, che consigli dispensavi? «Aprite gli occhi!» E quelli, appunto – che vedevano il sole all’orizzonte, poi su in alto, poi di nuovo giù, ma in un punto diverso – quelli, convinti che il sole girava, perché lo vedevano girare, seguivano il tuo consiglio e ti mettevano al rogo e anzi, prima di rosolarti, ti dicevano: «Figliolo, orsù, apri gli occhi, pentiti, abiura, parla come mangi e dì quello che vedi».

Nel lieto fine la scienza fa valere le sue ragioni. Ma anche la scienza, gli astronomi per dire, la terra è rotonda e va bene, siamo tutti d’accordo, però sia Keplero che Copernico, a un certo punto, con la storia delle stelle fisse… da una parte c’erano i pianeti, che appunto in greco “pianeta” significa errante, e dall’altro le stelle fisse. E questa cosa qui, delle stelle fisse, è durata fino al Settecento, perché i corpi celesti sono talmente lontani che uno li guarda, anche a distanza di anni, paiono sempre lì, immobili. «Un due tre, stella!» Sempre lì. Fermi. E invece no, le stelle si muovono. Un moto rettilineo, costante, minimo, ma pur sempre moto.

E allora oggi diciamo che non esistono le stelle fisse, e va bene, siamo tutti d’accordo. Poi però parliamo di costellazioni, cioè raggruppamenti di stelle, che invece non esistono neanche loro, perché si muovono, appunto, e le stelle non sono affatto raggruppate, sono a diverse distanze dalla terra, anzi, magari due stelle di diverse costellazioni sono fra loro più vicine (o più vicine alla terra) di quanto non lo siano rispetto alle altre stelle della loro costellazione. E fra qualche decina di migliaia di anni, magari, le costellazioni non esisteranno più perché si deformeranno talmente che il sagittario, per esempio, sarà più simile al toro e il toro ai pesci e via dicendo. E quindi uno che è nato sotto il segno del toro, non saprà se dar retta allo zodiaco del sagittario o a quello dei pesci e ci sarà una gran confusione per tutti, eccezion fatta per gli astrologi – che continueranno a scrivere cose a casaccio, magari rubando frasi a quell’intellettuale che parla tanto bene – e per i venditori d’almanacchi, che continueranno a guadagnare sulle illusioni senza mai risentire della crisi.
La scienza, come aveva intuito Leopardi, allontana gli uomini dalla natura e questo fatto, a ben guardare, se lo si può considerare un progresso, non lo si può definire un favore. «[…] Nella vita che abbiamo sperimentata e che conosciamo con certezza, tutti abbiamo provato più male che bene; e se noi ci contentiamo ed anche desideriamo di vivere ancora, ciò non è che per l’ignoranza del futuro, e per una illusione della speranza, senza la quale illusione o ignoranza non vorremmo più vivere, come noi non vorremmo rivivere nel modo che siamo vissuti».

Svelare come stanno realmente le cose, dimostrarlo scientificamente, ti toglie ogni illusione, ti fa vedere la realtà nuda e cruda, che non è tanto bella la realtà nuda e cruda. Perché la Sicilia è lontana e per arrivarci devi prendere un traghetto e devi fare la coda e sperare che non ci sia uno sciopero. Invece, se la giornata è calda ed il mare è piatto, può darsi che compaia la fata morgana e ti faccia vedere un ponte che non c’è ma che è proprio come se ci fosse.

Dev’esser questo che intendeva Schopenhauer parlando del mondo come una rappresentazione. Basata su delle forme a priori (spazio, tempo e causalità) che però, combinate in un certo modo, te la rendono ingannevole, la rappresentazione, e ti fanno vivere dentro un sogno.

Magritte sarebbe d’accordo con questa concezione del mondo. Lui dice che anche i suoi dipinti non sono la realtà ma una rappresentazione. Fra l’altro quando dipinge, Magritte, toglie tutti i punti fermi e l’osservatore, in questo modo, non è mica sicuro di quello che vede. Resta come inebetito, non sa che pesci prendere, è vittima innocente di un attentato alla rappresentazione.

Nei quadri di Magritte ci sono immagini facili, riconoscibili. Ed è riconoscibile anche la loro menomazione, la loro inefficienza rappresentativa. Prendiamo Il tradimento delle immagini: c’è una pipa e sotto la pipa c’è la scritta «Ceci n’est pas une pipe» (questa non è una pipa). Dopotutto l’immagine dipinta non è una pipa ma, appunto, un’immagine, una rappresentazione. E poi anche la scritta «pipa» non è una pipa.

«La famosa pipa…? Sono stato rimproverato abbastanza in merito. Tuttavia… La si può riempire? No, non è vero, è solo una rappresentazione. Se avessi scritto sotto il mio quadro “Questa è una pipa”, avrei mentito!»

L’immagine tradisce. Ma questo fatto del tradimento dell’immagine non è di per sé negativo perché fa spazio all’interpretazione soggettiva. L’alta fedeltà delle immagini, invece, è solo un’invenzione pubblicitaria, un fatto di marketing. Il disegno, anche un brutto disegno, è migliore di qualunque fotografia o ripresa digitale. Il disegno di Magritte, ad esempio, secondo Michel Foucault scardina il sistema gerarchico che c’è (nell’arte) fra realtà, rappresentazione e significato. Se per un accidente qualunque Magritte infila in un quadro elemento grafico ed elemento plastico, se gli capita di sovrapporli (ad esempio l’immagine di una pipa e la sua didascalia sul non essere una pipa), c’è da scommetterci che la didascalia contesterà l’immagine. «Ceci n’est pas une pipe».

Il disegno può somigliare in tutto e per tutto all’oggetto rappresentato ma continua a non essere l’oggetto rappresentato. E quando entra in gioco “il non essere una pipa”, spuntano contemporaneamente la negazione dell’evidenza e la verità della negazione. Se io disegno una pipa e sotto ci scrivo «questa non è una pipa» nego l’evidenza e però, al tempo stesso, siccome nego l’evidenza dico la verità, un’altra verità: ci puoi fumare in quel disegno? no. Perché la pipa disegnata è una rappresentazione della realtà, che si lascia negare. In questa negazione della rappresentazione (che è evidente) c’è almeno una prospettiva diversa dalla quale affacciarsi sulla realtà.

«Chi oserebbe pretendere che la rappresentazione di una pipa è una pipa? Chi potrebbe fumare la pipa del mio quadro? Nessuno. Quindi non è una pipa». Se fossimo furbi, invece, dubiteremmo delle immagini ad alta fedeltà perché quelle immagini lì, con la loro assurda pretesa che è possibile riprodurre la realtà, si sentono in diritto di influenzare le nostre decisioni e finanche di decidere al nostro posto. Se ci fidiamo di quelle immagini, e però accettiamo di non possederle, e dunque di non metterci in relazione con loro mettendo in discussione il nostro io, allora il fallimento sembra scongiurato. Lo spettatore iper-evoluto rifiuta tutto quel che mette in discussione l’Io esattamente nel modo in cui Narciso rifiuta la separazione dalla propria immagine riflessa nello specchio d’acqua.

«Questa non è una pipa, è un’altra cosa» dice l’immagine che tradisce. «Va bene, ma allora cos’è?» domanda lo spettatore tradito. Per scoprirlo lascia perdere la pipa e si mette a cercare l’altra cosa. Prova a mettersi in relazione con l’altra cosa. Naturalmente può fallire in questa sua ricerca, ma può anche reinventare la pipa: quella disegnata e, se ci scappa il lampo di genio, anche quella fisica.

Se nella fonte in cui si specchia Narciso fosse comparsa la scritta «questo non è Narciso», al 99,9% sarebbe ancora vivo e fumerebbe la pipa.

Allora mi viene in mente che Henry Miller, a casa sua, a Ville Seurat, aveva appeso un quadro che era una tela su cui c’era scritto: «questo non è un Magritte». Che mi sembra un quadro molto bello e anche difficilmente falsificabile.

 

Illustrazione di Flavio Ceriello.

Mauro Orletti
È nato a Chieti. Ha studiato Giurisprudenza a Bologna dove vive e lavora. Ha collaborato con la rivista «L’Accalappiacani, settemestrale di letteratura comparata al nulla» (Deriveapprodi). Ha scritto della Fiat (“Mi sento già molto inserito”, 2009) e di Comunione e Liberazione (“Un uomo in movimento”, 2012). Il suo ultimo libro, “Piccola storia delle eresie“, è uscito nel 2014 per Quodlibet. È fra gli autori del “Repertorio dei matti della città di Bologna” (Marcos y Marcos 2015).
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