
Immaginate per un momento di essere nella savana, immaginate di essere in cerca di cibo. Dovete scegliere fra un pasto a base di carne oppure un menu vegetale. Diciamo che scegliete la carne. Dovrete procurarvi una preda. Sfortunatamente non è una cosa semplice procurarsi una preda nella savana. La maggior parte degli animali è più veloce e più agile di voi perciò, appena vi avvicinate, la preda scappa senza lasciarvi il tempo di fiatare. Non c’è nemmeno bisogno che vi veda. Fiuta il vostro odore e come fiuta l’odore… via che scappa.
Poi ci sono gli animali lenti. Se son lenti c’è un motivo. Per esempio che non hanno bisogno di scappare. Infatti non riuscireste a ucciderli né a mangiarli. Troppo grandi, pelosi, corazzati, velenosi…
Infine ci sono animali che è meglio se non vi fate vedere perché, appena vi vedono, vi saltano addosso per sbranarvi. Non c’è nemmeno bisogno che vi vedano, basta che fiutino il vostro odore. Sono anche velocissimi e perciò, se capitate sulla loro strada, fatevi il segno della croce perché non vi restano molte possibilità di scampo.
Quindi, immaginate per un momento di essere nella savana, immaginate di essere in cerca di cibo. È meglio se scegliete il menu vegetale. Il menu vegetale comporta meno rischi. Non meno problemi. Quasi sempre il cibo è protetto da buccia, corteccia, baccello, spine, oppure è sulla cima degli alberi o ancora sotto terra. Il fatto è che la terra, nella savana, con tutto quel sole e praticamente in assenza di pioggia, è dura come il cemento.
Immaginate per un momento di essere nella savana, immaginate di essere in cerca di cibo, immaginate di non avere altro a disposizione se non le vostre nude mani… allora vi chiedo: cosa siete venuti a fare nella savana? E quanto pensate di durare?

Sappiate, se la cosa può consolarvi, che l’australopiteco viveva in un ambiente simile alla savana e aveva gli stessi vostri problemi. Per sopravvivere, l’australopiteco, aveva due possibilità.
L’australopiteco robustus scelse la più semplice: mettere su un fisico imponente, far crescere unghie resistenti come artigli e dentoni trinciatutto. Esteticamente non era un granché, l’australopiteco robustus, però riusciva a sopravvivere.
Invece l’australopiteco gracilis, magari era un narcisista, lui scelse il piano B. Che non significava diventar belli, il piano B, significava diventar bravi. Molto bravi. Infatti l’australopiteco gracilis sarebbe diventato molto bravo, sarebbe diventato il protagonista di una vera rivoluzione culturale anticipando, di qualche milione di anni, quella cinese. Un intellettuale ante litteram. Immaginate per un momento il volto di Mao sul corpo di Woody Allen. Ecco, quello è un australopiteco gracilis. Più o meno.
Il piano B, insomma, significava rinunciare alle migliorie evolutive del fisico, per esempio alle unghie resistenti come artigli e ai dentoni trinciatutto, puntando sul cervello.
L’australopiteco gracilis non aveva unghie resistenti come artigli né dentoni trinciatutto e perciò, ditemi, come faceva a scavare oppure a rompere bucce, gusci e baccelli? come faceva a uccidere selvaggina? Come faceva, con le nude mani? Voi ci avete provato e non ci siete riusciti. Eravate nella savana (poi mi direte perché), comunque niente, non siete riusciti a toccar cibo.
L’australopiteco gracilis però aveva il piano B.
La terra ha restituito attrezzi in pietra vecchi di due milioni e mezzo di anni. È la prova che, per ovviare alla mancanza di artigli e zanne, il gracilis si serviva di strumenti rudimentali che, in un certo senso, fungevano da “protesi”. Non li riusciva a fabbricare, ma trovava i più adatti ai suoi bisogni. E questo è già un fatto straordinario, una rivoluzione, appunto.

E l’homo habilis, con la sua capacità tecnologica, ha spinto ancor più in là questa rivoluzione. L’homo habilis, infatti, fabbricava strumenti e c’è una quantità enorme di ossa e reperti che lo dimostrano. Ciò non toglie che aveva un grandissimo debito culturale nei confronti dell’australopiteco gracilis. Primo: perché, se non era per lui, la “presa di precisione” delle mani se la sognava e ancora doveva cavarsela con artigli e dentoni trinciatutto. Secondo: perché due milioni di anni fa, dopo aver convissuto per un certo periodo con l’homo habilis, l’australopiteco gracilis si è fatto da parte. Aveva una sua dignità, l’australopiteco gracilis. Appena si rese conto che la sua “presa di potenza” gli consentiva l’utilizzo di strumenti “prefabbricati” dalla natura ma non la “fabbricazione” di arnesi originali, preferì estinguersi. A testa alta, in posizione eretta.
Invece l’homo habilis utilizzava gli oggetti, li trasformava, li fabbricava. Ci riusciva perché sapeva lavorare per astrazioni. Cioè immaginava l’uso e la forma che avrebbe dovuto assumere un certo strumento. In linea teorica c’erano già tutti i presupposti perché, con la sua tecnologia, diventasse la specie dominante. In linea teorica. Di fatto però i suoi 650 centimetri cubici di scatola cranica non gli servivano solo per pensare in modo complesso ma anche per “gestire” il proprio slancio biologico, mettere un freno alle proprie pretese evolutive. Sicché anche il tempo dell’homo habilis è tramontato. Non perché avesse una tecnologia arcaica, ma perché non ebbe mai la tentazione di occupare tutte le “nicchie” evolutive disponibili. Sopravvivere a scapito delle altre specie di ominidi non rientrava fra i suoi piani.
Poi è arrivato l’homo erectus.

Allora: l’homo habilis aveva ereditato il proprio patrimonio culturale dall’australopiteco, l’homo erectus lo ereditò dall’homo habilis. E, novità assoluta, sviluppò comportamenti “gregari”. Per farlo aveva bisogno di comunicare e allora inventò il linguaggio e dopo averlo inventato disse: «È venuto il momento di costruire capanne». Poi disse: «Mettiamo da parte il cibo e portiamolo a casa» (cioè nelle capanna). Poi disse: «Accendiamo il fuoco». Erectus cominciò a mangiare davanti al fuoco, di notte, senza che il buio oppure il freddo creassero problemi. Il gusto per la discussione nacque lì, a casa (cioè nella capanna) dell’homo erectus. Poi un giorno erectus, chissà cosa gli balenò dentro i suoi 1000 centimetri cubici di scatola cranica, si alzò, spense il fuoco, raccolse le sue cose e tolse le tende (cioè le capanne).
Trovo meraviglioso che tre diverse specie di ominidi – tutte dotate di tecnologia – a un certo punto abbiano deciso di estinguersi. Quello di erectus, probabilmente, fu un suicidio culturale. Questa sua incredibile capacità di gestire l’ambiente lo aveva condotto in una palude evolutiva. Cioè, immaginate per un attimo di essere tornati nella savana (poi mi direte cosa vi attira tanto nella savana). Avete lance, frecce, asce e tutto quel che serve per lacerare la carne oppure per scavare a terra. Prede ce n’è quante volete. E anche semi, frutti, erbe. Tutto alla vostra portata. Insomma, anche senza artigli e dentoni trinciatutto, siete diventati dei perfetti abitanti della savana. Niente vi preoccupa. Siete totalmente autosufficienti. Il guaio è che siete anche del tutto impreparati al cambiamento. Il vostro livello di specializzazione vi ha reso forti ma vi ha anche isolati. Non potete sopportarlo. E vi estinguete.
L’homo sapiens non ebbe mai questi problemi. Con la sua arroganza (fin dal nome… che, in un certo, senso si è dato da sé) non esitò un secondo ad instaurare un regime tecnocratico che alla dignitosa cultura della sopravvivenza (destinata al tramonto) sostituì la mistica dell’opulenza, del superfluo e del ridondante. Un bel momento decise che il nome sapiens non gli rendeva giustizia e allora si autoproclamò sapiens sapiens. La verità è che, oltre a non avere un briciolo di fantasia, il sapiens era una specie di Frankenstein. Aveva un testone che poteva arrivare a 2000 centimetri cubici di scatola cranica. Nient’altro che materia grigia in eccesso, sovrappiù cerebrale, avanzo di frattaglia. Un cervello abnorme che suscitò un tale sgomento nell’homo neanderthalensis, suo vicino di casa, suo dirimpettaio, direi anche stesso pianerottolo… da indurre quest’ultimo, 30.00 anni fa – e dopo 250.000 anni di faticosa ed eroica sopravvivenza ai ghiacci – a estinguersi.

L’uomo di Neanderthal era un autentico genio: per esempio fabbricò il primo strumento musicale non percussivo, un flauto in osso. Fu anche il primo artista figurativo in senso stretto.
Ecco, voi non ci crederete, questo uomo qui, questo genio, lasciò tramontare la sua civiltà per lasciare campo libero al sapiens.
Tantissimi scienziati, zoologi, paleontologi dicono che l’uomo di Neanderthal non fu una specie autonoma rispetto al sapiens. Insomma era talmente intelligente, l’uomo di Neanderthal, che doveva essergli almeno parente. Un fratello, un cugino, uno zio alla lontana…

Se era tanto intelligente, dice il sapiens sapiens, allora dev’essere un sapiens.
Ma siam poi sicuri che il sapiens avesse qualcosa da insegnare all’uomo di Neanderthal? Per esempio il sapiens fu il primo a credere nell’esistenza di un aldilà. Nell’al di qua, infatti, seppelliva i morti e vicino ai morti seppelliva strumenti, monili, cibo… Con tutta la fatica che bisognava fare per mettere qualcosa sotto i denti (animali troppo veloci, troppo pelosi, troppo pericolosi, vegetali nascosti nel terreno, e poi bucce, gusci, baccelli, spine, cortecce… e voi ne sapete qualcosa) chi mai si sarebbe sognato di buttar via del cibo sotterrandolo con un cadavere, se non un uomo convinto di fare un favore al defunto nella sua vita ultraterrena?
I Neanderthal, dall’altra parte del pianerottolo, videro quegli strani comportamenti ma non li imitarono, non caddero nella trappola della superstizione. Nossignore.
Per esempio il sapiens utilizzava monili, si pitturava la pelle, indossava collane, fabbricava arnesi poco efficienti ma di valore simbolico. Il sapiens si educava alla vanità, si abituava all’apparenza e, in base a quella, a distinguere chi era del gruppo e chi no.
I Neanderthal videro dallo spioncino quegli strani comportamenti e non li imitarono, non caddero nella trappola delle mode, non entrarono a far parte del gruppo. Nossignore. I sapiens, per questo, li emarginarono. Non dico che li perseguitarono, ma li emarginarono. Non dico che li sterminarono, ma li allontanarono.
Per esempio il sapiens aveva sviluppato una tecnica di caccia molto particolare: spingeva un’intera mandria verso un dirupo o una scogliera e poi la costringeva a saltar giù. Ovviamente non riusciva a smaltire tuta quella carne. Se l’uomo di Neanderthal (che non risulta uccidesse più del necessario per sfamarsi) gli avesse detto: «Ma insomma, ti sembra il modo questo?» Il sapiens gli avrebbe risposto: «Non lo faccio mica per me, sai, è per il mio Dio». Oppure gli avrebbe risposto: «Ma tu di che t’impicci?» Oppure non gli avrebbe risposto, lo avrebbe ucciso e sacrificato al suo Dio.
Insomma, a essere sinceri, Sapiens e Neanderthal hanno poco in comune: non sembrano parenti, nemmeno amici, nemmeno conoscenti.
E il fatto di aver rifiutato una nuova palude evolutiva, di aver evitato di lasciare tracce del proprio DNA in quello del Sapiens, di essersi tenuto alla larga da lui, è una prova convincente dell’appartenenza dell’uomo di Neanderthal ad una diversa civiltà.
L’ultima, sfortunatamente, ad avere il pudore di tramontare.
Illustrazione di Flavio Ceriello.