Attualità: Due anni dopo, il terremoto ci spia
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Due anni dopo, il terremoto ci spia

Una cosa ho capito, visitando Pretare, vicino Arquata del Tronto, piena Zona Rossa, costeggiando l’Aquila, i paesi vicini, le terre straziate: il terremoto non è un evento traumatico, il terremoto non è un evento naturale, Il terremoto non è un giorno in cui cambia tutto. Certo, è tutto questo. Ma il terremoto è soprattutto qualcosa […]

28 Ago
2018
Attualità

Una cosa ho capito, visitando Pretare, vicino Arquata del Tronto, piena Zona Rossa, costeggiando l’Aquila, i paesi vicini, le terre straziate: il terremoto non è un evento traumatico, il terremoto non è un evento naturale, Il terremoto non è un giorno in cui cambia tutto. Certo, è tutto questo. Ma il terremoto è soprattutto qualcosa che rimane a spiare. Qualcosa che si nasconde di corsa appena ne percepisci la presenza. Qualcosa di antico come le montagne intorno, che forse è arrivata subito dopo la nascita del mondo. Non lo ha fatto per le macerie. Non per quelle che possiamo vedere. Non per quelle, non per quelle soltanto.

Qualcosa che rimane a spiare le macerie. Non quelle che immaginiamo, le case crollate, con i tetti spettinati e le mura infrante. No, il terremoto spia le persone. Ne controlla costantemente il tasso di paura. Ne studia i movimenti. Si compiace del senso di impotenza. Gode quando passano 600 giorni e non succede nulla. Gode da morire, prova piacere. Perché questo aumenta lo scoramento. Perché il terremoto è prima di tutto qualcosa che rovista dentro. E quando rovista, rimesta nel peggio e nel meglio che l’uomo può offrire. Ma ama portare a galla, come da oscurità e recessi nascosti, quello che è fortemente bestiale. Quello che è fortemente ancestrale. Quello che fa paura dell’uomo all’altro uomo.  

Quando sono andato a Pretare ci hanno subito detto, qualcuno che stava andando via, che non si poteva dormire. I non residenti non possono rimanere. Il terremoto spia solo quelli veramente privati di tutto. Piccole casette basse, in fila. Privacy poca. Il terremoto spia tutti. Spia le reazioni di tutti. Lo puoi sentire che striscia nei cuori. Lo puoi sentire che fa piroette, di fronte a futili litigi, chiacchiere, sciocche pretese terriere. Verrà tutto demolito. Per la proprietà privata passare più tardi.

Là c’era il bar. La proprietaria mi diceva sempre: «Che bel ragazzo». Che comunque è sempre abbastanza piacevole. Il terremoto spia le mie reazioni di fronte al cratere. Il bar è stato abbattuto, cancellato. Sin dalle fondamenta. Non c’è più nulla di piacevole. Solo un immenso buco. Un immenso vuoto. Qualcosa su cui sembra difficile possa sorgere di nuovo vita.

La salita che porta alla parte superiore del paese è lunga, e sa di terra, sa di calcinacci e piccoli dettagli. Il terremoto spoglia, principalmente, le case di ogni sorta di intimità. Bagni scoperchiati brillano nell’erba. Camerette senza pareti al terzo piano sembrano sul punto di precipitare nel nulla. E la terra, la terra sembra voler ricoprire tutto. La natura, la natura sembra volersi riprendere con violenza tutto.

In fondo alla salita c’era un altro bar. Appartiene ad una vecchina deliziosa, con i capelli di un bel bianco venato d’argento, un piccolo viso incorniciato di sorriso intimidito. Quel bar, dov’è ora? Dove sono tutti quelli che passavano, i ragazzini che ogni tanto di nascosto rubavano un gelato, e lei li lasciava fare? Dove sono le sue antichissime specialità?

Sono stato vicino L’Aquila. Sono stato vicino Amatrice, sopra un eremo a contemplare il silenzio. Dove sono le sagre? Dove sta quella polvere sottile di chiacchiere, allegria? Ho fatto la fila a Montereale. Ancora tutto in piedi, sapete? Ma il terremoto ci spia anche qui. Anche qui casette, camper, costruzioni di fortune. L’Aquila, c’è una polvere che sembra eterna nei vicoli ancora chiusi. Non è la polvere delle macerie, ma la gettano, granello, dopo granello, tutti quelli che possono e non fanno. Tutti quelli che vorrebbero, ma non tornano. Tutti quelli che c’erano, e ora non ci sono più, lontani, nella migliore delle ipotesi. Come un estraneo, ha chiuso la via a chi voleva tornare.

La salita che porta alla parte superiore del paese è vuota. Era piena prima, piena. Il campanile è rimasto, alto. Solo là sotto prendeva internet. Ora è alto, altissimo, su dorsali di macerie, spiagge di detriti, un mare di polvere caduta. Prende solo un senso di scoramento, quattro tacche di angoscia. Dove sono le lunghe processioni, con in testa la statua del Santo? Il Santo è a casa mia, mi dicono. La processione si farà. Il terremoto la spia, di nascosto, controllando ogni volto, le rughe in più, i passi resi malfermi da qualche piccolo sasso rotolato in mezzo alla strada.

Il terremoto spia, ed esulta, danzando tra le macerie. Ma non è stato tutto qui. Non è finita qui. La notte, quando la notte è scesa, quando tutto è diventato solo una lunga passeggiata di stelle, si sono accese le luci su un palco. Su un palco, come ogni anno, è stata messa in scena una favola antica, che racconta di una maga, una Sibilla, nascosta nell’antro più buio del Monte Vettore, che troneggia su macerie e terremoto, tormenta pastori e fate. Non per le macerie. Non fatelo per quello. Non per quelle che possiamo vedere. Non per quelle, non per quelle soltanto.

Sempre la stessa favola, ripetuta ogni anno, diventa vera? La Sibilla, in questa speciale rivisitazione, è la furia del terremoto. In questa speciale rivisitazione, sul maxischermo dietro il palco scorrono le immagini di Pretare prima e dopo il terremoto. Scruto le facce intorno a me. E vedo le lacrime. Parla, sul maxischermo, il parroco, che non c’è più. Si vede, era una persona semplice. E dice solo: «Vorrei fare di più per loro». E non parla di macerie. Se non qualcosa di più profondo. Se non qualcosa che sotto le macerie è rimasto. Non è neppure questione semplicemente di cose materiali, che quelle perlopiù sono state recuperate. Ma di una quotidianità, perfino una tradizione, che è stata ammazzata. Che, in quel modo, non tornerà più.

Lo spettacolo mostra l’unico modo di recuperare qualcosa tra quelle macerie che non si possono toccare, ma toccano tutti. Sembra camminare in mezzo alla macerie. E ordina qualcosa, di molto serio: ricostruire, non è solo una questione architettonica. Ricostruire, non è solo una questione urbanistica, logistica. Non per le macerie. Non per quelle che possiamo vedere. Non per quelle, non per quelle soltanto. Ricostruire è una specie di stress dell’anima. Bisogna lasciarla vibrare di nuovo, sforzarla verso l’alto. In una nuova mitologia, in una nuova quotidianità. In una qualche timida, ricorrente, quotidiana forma di vita. Il terremoto ne ha paura. Il terremoto ne ha terrore. Il terremoto la spia. Come un estraneo, che non vuole più andare via.  

Perché condensare tutto il futuro nella parola speranza? Possibile che sia solo quella, capace di far crescere qualcosa che non siano erbacce, e nuove macerie, e nuove insulse proprietà private di dolore? Non basta. Non deve bastare. Ma il terremoto la spia, la osserva, ne ha paura. Una cosa ho capito. Il terremoto davvero è dopo. E quello dopo, ha paura soltanto di sperare. Spia, di nascosto, che tutto rimanga distrutto. Che tutto resti maceria. Che niente si rialzi più. Che niente cresca sopra l’abisso. Sempre la stessa favola, ripetuta ogni anno, può diventare vera? Non per le macerie. Non per quelle che possiamo vedere. Non per quelle, non per quelle soltanto.

 

In copertina, foto di terremocentroitalia

Luca Capriotti
Spesso pensa ai dinosauri e agli alberi, nel tempo libero scrive su Fox Sports e Calciomercato.com, e va in diretta tv. Poi torna ai dinosauri, prima che può.
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