Edward Snowden e noi
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Edward Snowden e noi

Siamo a Perugia al main event del Festival internazionale del Giornalismo, lui è in Russia, in collegamento Skype.

«Chi è che ha un telefono cellulare in questa sala?» – risata malcelata della mia vicina di posto che coccola a turno il suo Ipad e il suo Iphone. «Bè allora state certi che il vostro governo sa dove siete, dove dormite stanotte, con chi dormite, se vi svegliate insieme o se te ne sei andato senza fare colazione», l’altro mio vicino impugna entusiasticamente l’Iphone e twitta la frase, etichettata da #citSnowden e #ijf15. Ad essere citato è il faccione di Edward Snowden proiettato sul maxischermo, la talpa che ha svelato lo scandalo NSA (o Datagate) nel 2013.

 

https://www.youtube.com/watch?v=c7X9Ex8olNY

 

Siamo a Perugia al main event del Festival internazionale del Giornalismo, lui è in Russia, in collegamento Skype. In fondo alla Sala dei Notari, che assomiglia alla sala del trono di Game Of Thrones. A partecipare alla discussione c’è Fabio Chiusi, organizzatore e moderatore del panel, Ben Wizner, avvocato di Snowden, Paula Potrais, regista del documentario Citizenfour (anche lei in collegamento Skype), Simon Davies, fondatore di Privacy International e Patrizio Gonnella e Andrea Menapace, dell’associazione Coalizione Italiana libertà e diritti civili.

 

Trailer di Citizenfour.

 

Il dibattito si apre e si chiude con la domanda fondamentale sulla questione della sorveglianza: come rendere il problema morale e legale più importante nello stato moderno una priorità per ogni cittadino?

Snowden ci prova elencando tutte le cose spaventosissime che ha visto con i suoi occhi. Inizia raccontando che quando lavorava a Ginevra per la CIA, era in strettissimo contatto con i Servizi Segreti di Milano, il governo italiano è sempre stato coinvolto nel sistema di sorveglianza anche se Renzi «potrebbe non sapere tutto, anzi forse non vuole sapere». Continua la sua arringa con voce ferma e chiara, si vede che è abituato a parlare in pubblico, il discorso è perfettamente organizzato con frasi a effetto e ganci per l’attenzione di un pubblico spesso distratto dalla vibrazione del telefono. «Tutto questo è legale? Non si sa. Semplicemente perché non sappiamo niente. Non puoi avere nessun controllo né consapevolezza su quanto sia stato archiviato sul tuo conto questa è la realtà della tecnologia oggi. La realtà è che se anche il tuo paese ha delle bellissime leggi in termini di protezione della privacy, condividerà informazioni con altri».

Snowden, continua parlando del potere e della sua natura, dando ancora più verosimiglianza alla sala del Trono di Games of Thrones: «I Governi hanno oltrepassato il limite invisibile del loro potere, solo noi possiamo fermare tutto questo, le persone comuni, dobbiamo cambiare la natura di questo potere e la resistenza civile può fare la differenza. Dobbiamo far capire che vogliamo continuare a vivere con la medesima libertà e che non abbiamo paura di finire su una lista, serve un’affermazione politica». Subito dopo si scaglia contro l’effettiva utilità dei sistemi di sorveglianza, non hanno dato i frutti sperati, non hanno sventato Charlie Hebdo nonostante le pesanti norme introdotte precedentemente in Francia. Ma soprattutto, anche se avesse inciso sulla sicurezza della collettività, vale lo stesso prezzo della nostra libertà? Ricorda molto Just asking, breve articolo nel quale David Foster Wallace si chiedeva quanto il Patriot Act avrebbe cambiato la percezione di sé stessi negli Stati Uniti.

L’ingegnere nato ad Elizabeth Town appena 32 anni fa, è scettico anche sulla crittografia, la stessa soluzione che ha usato insieme a Glenn Greenwald e Laura Poitras per portare a galla lo scandalo e per girare Citizenfour. «Si, la crittografia protegge le comunicazioni, ma se esistono delle chiavi queste possono essere rubate, come è successo con la Belgacom e Gemalto in Belgio».

Il problema è radicale perché non esiste una base di legalità a cui appellarsi. Per questo arriva a dire che lo spionaggio dell’NSA fa vacillare la distinzione tra regimi autoritari e democratici. Nei primi almeno gli obiettivi di repressione sono palesi e istituzionalizzati, porta come esempio il Great Cannon cinese, mentre nei secondi è tutto secretato non sappiamo quali siano i costi, i benefici e gli obiettivi di questa operazione. Arriva a definire la sorveglianza di massa come il più grande strumento di oppressione della libertà, e suona strano se si pensa che al di là dello sfondo grigio della schermata di Skype, il 32enne americano non si trova esattamente nella terra della tolleranza e delle minoranze, cioè in Russia.

Il dibattito dura quasi un’ora e mezza, parla quasi sempre Snowden intervallato dalle domande di Chiusi e dai brevi interventi degli altri ospiti. Il pubblico non sembra così spaventato dallo scenario apocalittico disegnato dall’ingegnere americano; neanche l’arringa finale, nella quale afferma di aver visto suoi colleghi frugare tra le mail o gli sms delle amanti o dei figli, altri che guardavano le celebrity di Hollywood e chi si è spinto fino al Papa, riesce nell’intento spaventoso e provocatorio.

Mi sembra che tutti guardino lo schermo come si guarda una grande bistecca sulla brace: una grande storia da qualunque punto di vista, c’è narrazione, c’è un ribelle, ci sono i cattivi che sembrano i buoni, e poi… poi si vabbé faremo un movimento politico per fermare l’oppressione mondiale, ma fammelo guardare ancora un po’, adesso. Nel contesto del Festival di Perugia, un posto in cui giornalisti parlano a giornalisti di giornalismo, c’è spazio per la notizia o la frase giusta da mettere virgolettata dentro a un articolo, non per cambiare l’ordine del mondo.

L’applauso finale è commosso e prolungato, Snowden accenna un sorriso, saluta con la mano. Il pubblico esce dalla sala dei Notari, nella fila ordinata per uscire una quarantenne elegante con il badge verde press tira la giacca al collega davanti: «Con l’ultima citazione ho già fatto 15 retweet».

 

Video integrale della conferenza.

Filippo D'Asaro
Nasce a Roma nell’ottobre del 1992. La sua laurea triennale in scienze politiche si è rivelata fondamentale per scrivere articoli, tenere un blog personale e portare hamburger ai tavoli.
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