Qui la domenica si lavora. Mi mancano le domeniche.
Quando avevo quattordici anni mio padre accompagnava me e Pierluigi alle partite di hockey su prato, all’Acqua Acetosa. Radio su 100.3, pipa in bocca e finestrini chiusi – l’esatto odore descritto da Piperno anni e anni prima che io riuscissi minimamente ad avvicinarmi alla formalizzazione di tale fragranza nei miei emisferi, mio padre guidava. Ci fermavamo in un bar ai Parioli. I giornali sottobraccio, il cappotto di cammello che all’epoca mi urtava, ma faceva capire molte cose. La barba, da sempre. Prima che i calciatori se la facessero crescere. Ed eccolo: il latte macchiato. Da contrappunto, bancone in granito, baristi con gilet nero, ed io. Piccolo, fragile, già stronzo come chi mi ha dato i natali. Piercing alle orecchie, capelli improbabili, volevo fumare dopo il latte macchiato, liturgia che mio padre ottemperava con la pipa, sottraendosi all’isteria clitoridea della sigaretta.
Ho voglia di essere come lui, da impazzire.
Saliamo di nuovo in macchina, blu, sedili in pelle chiara, tedesca. Intravediamo in mezzo agli alberi la grande moschea capitolina, cupola burrosa e fiera nella Roma bene; è subito un aneddoto; una narrazione; mio padre aveva esattamente l’odore di lime, tabacco e caffè descritto da Piperno, e di questo sarò per sempre grato ad entrambi. Switch on sulla centralina modificata che fa aumentare di trenta cavalli la potenza, tettino aperto per sfidare un giusto inverno, lui è meraviglioso. Io e il buon Pierluigi, amico fraterno di quelle amicizie che non si spiegano, eravamo in tuta, adolescenti. Indegni al cospetto della virilità, della bellezza, del dettaglio. Una bellezza estremamente disinvolta, testimoniata da qualche brasca di pipa su cappotti, giacche, camicie.
L’aria è fredda, l’agiata deportazione finisce.
Mio padre riparte, la Domenica anima l’Urbe, la popola di antiquari, mestiere dei nonni di mio padre, dei miei bisnonni. Eccolo a cercare l’antico retaggio, il contatto con la roba, il mercanteggiare e la generosità come salomonica prova di grandezza. La pipa che viene accesa, il tintinnio del lungo cucchiaio da latte macchiato, lo zucchero di canna che è granuloso, il crepitio del giornale, il passo sul sampietrino. I rumori saporiti scolpiti nel mio stomaco.
Qui a Dubai le domeniche non ci sono. Mio padre è morto da anni (forse l’unica cosa che condivido con Philip Roth ahimè), ma è pieno di moschee. E mi va bene così.

