Dubai non è la Vela. Dubai non è neppure il Burj Khalifah. Dubai è la sua metropolitana, i suoi taxi e tante altre cose. Dubai è il posto in cui vivo.
È una città, ma anche un Emirato. Questo significa che ha delle sue leggi, degli usi e dei costumi distinti dalle altre città-emirato che fanno parte degli Emirati Arabi Uniti. Tecnicamente parlando, una tribù di beduini circa quaranta anni fa è stata abbastanza scaltra e determinata da riuscire a spedire indietro gli inglesi nella loro paludosa isola, da scoprire significative risorse di gas e petrolio ed investirle per creare uno stato islamico in cui nella stessa strada potrete vedere una pia donna velata ed una escort in minigonna. Brutalmente, quando mio nonno disertava la guerra fingendosi morto in Dalmazia, il nonno di un mio ipotetico coetaneo emiratino viveva da nomade nel deserto, mangiando datteri, raccogliendo perle e commerciandole per sopravvivere.

Burj radiale con spaziatura mnemonica di Fulvio Caléf
Vivo a JLT, Jumeirah Lake Tower, un bel quartiere così chiamato dal nome della holding che ha costruito le tower in questione. Per permettermi una stanza al venticinquesimo piano faccio una cosa: lavoro. E per andare a lavoro non prendo una decapottabile, né un dromedario. Mi sveglio, scambio qualche insulto con il mio coinquilino sardo, e prendo la metropolitana.
Gelida. La metropolitana di Dubai è gelida. Le temperature siderali sono necessarie per indossare un completo da uomo senza grondare, per permettere alle donne musulmane di vestire l’abaya senza soffocare e per far venire mal di gola a tutte le italiane presenti nel Golfo Persico. Pulitissima, economica.
Sto tornando dal lavoro, attualmente a Sharjah, un altro Emirato, ma questa è un’altra storia. Due taxi, e due metro. Mi accingo al fatidico cambio della seconda metro. Nella moltitudine, passo la mia silver card ricaricabile ai tornelli mentre nella mia mente benedico l’importatrice italiana che ha fatto sì che a casa mia non manchi mai un’eccezionale passata di pomodoro. Distratto da pensieri tanto celestiali, salgo le scale mobili e prendo la metro al volo nel vagone di testa. Errore di primo tipo: mi ritrovo in una realtà parallela popolata da abbienti emiratini vestiti col tradizionale kandoora e manager occidentali incravattati. Niente indiani da duecento euro al mese (se dico mille dirham vi sembra di più?), niente arabi di serie b, niente ennesimi giovani smaliziati italiani migranti con la presunzione di poter espletare nel mezzo di un deserto le proprie funzioni vitali meglio di quanto non potessero fare in patria. La particolarità è che ognuno di essi è comodamente seduto in divanetti spaziosi. Sono finito nel vagone gold class. Ameno non-luogo dal quale è possibile osservare uno skyline invidiabile, essendo la metro priva di cabina di pilotaggio poiché automatica, e quindi dotata di una suntuosa vetrata panoramica su Dubai. Ecco la nota dolente: la mia silver card, il cui nome evidentemente è ispirato a leghe metalliche meno nobili di altre (seppur più eleganti, a parer mio), non mi consente di usufruire del suddetto servizio.
La metropolitana di Dubai e una delle tre Palm Island
A testa alta per mera fisionomia, Freitag in spalla e camicia bianca sbottonata, mi dirigo al di fuori della quinta scenica tramite una porticina che permette di spazzare la polvere sotto al lussuoso tappeto. Pochi sguardi di disapprovazione, sono un sinuoso anfibio invisibile circondato da atavici predatori lobotomizzati. Eccomi in salvo, in un normale vagone, appropriato al mio portafoglio. Errore di secondo tipo: sono nel regno delle amazzoni. Circondato da sole donne. Un tripudio di tacchi, ballerine (io amo le ballerine), sandali. Donne di ogni etnia, ragazze velate con solo un 16:9 di viso scoperto che rivela occhi intensi e sopracciglia affrescate, turiste svedesi seminude, indiane, filippine, hostess della Emirates che tornano chissà da dove decorate da quei libidinosi cappellini rossi. Probabilmente sono morto e per associazione semantico-geografica mi trovo nel paradiso islamico. Abbasso il tiro e realizzo di essere nel vagone giusto, all’orario sbagliato. Infatti, è un vagone per sole donne e bambini.
La metropolitana di Dubai e gli orari del vagone per sole donne e bambini
Il carosello prosegue, nuovamente ramingo e pieno di gratificanti occhiate proseguo verso un posto che mi accolga. I due vagoni erano i miei quarant’anni nel deserto, finalmente trovo la mia terra di latte e miele: un vagone affollato nell’ora di punta con una temperatura di diciotto gradi, circondato da arabi, indiani, pakistani, sikh, turisti occidentali, turisti e basta, lavoratori occidentali, lavoratori e basta. Eccomi a casa. La sola limitazione che resta è il divieto di bere e mangiare a bordo. Per l’equivalente di un euro al giorno, ho la possibilità di godermi questa fenomenologia, variegata e pungente. E mi piace. Ahlan Wa Sahlan.