Ragionare stanca
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
2022
01 gennaio
Dude Mag
03 marzo
Alessio Giacometti
05 giugno
Simone Vacatello
07 novembre
Marco Montanaro e Gilles Nicoli
09 gennaio
TBA
TBA
10 febbraio
TBA
TBA
11 marzo
TBA
TBA
12 aprile
TBA
TBA
×
×
È arrivato il momento di iscriverti
Segui Dude Mag, dai!
8664
https://www.dudemag.it/attualita/emirato-con-vista/ragionare-stanca/

Ragionare stanca

Dubai è piena di gente con barbe estremamente lunghe. Gli hipster di Berlino sembrano dei ragazzini da oratorio al cospetto.

Mi piacerebbe scrivere di Dubai come Ennio Flaiano scriveva di Fregene: con malinconia e amarezza. Il villaggio dei pescatori ridotto a discarica umana e simili. Ma non posso. E non voglio farlo. Anche qui c’erano i pescatori, raccoglievano perle e datteri. E ora non ci sono più. Punto e basta.

(Oltretutto io non ho mai scritto sceneggiature per Fellini, né mai lo farò, questo incipit era un ottima scusa per raffigurarmi con personaggi che anagraficamente non conoscerò mai)

Il distretto finanziario di Dubai è meraviglioso. Un quartiere suntuoso, il DIFC, Dubai International Financial Centre, è un tripudio di modernità, ristoranti e gallerie d’arte. Mi piacerebbe un domani lavorare lì, ma per il momento, tranne qualche sporadica visita, vado lì per gallerie. Ho sentito molte critiche a riguardo, che l’arte non deve necessariamente sposarsi con l’alta finanza, che i danari corrompono la spontaneità e così via.

Stronzate.

dubai3_2

L’Italia secoli fa ha ampiamente dimostrato come le due b, banche e bellezza, possano essere un connubio vincente, un duo affiatato e consolidato. Il mecenatismo del Bel Paese affonda le proprie radici esattamente nella medesima voglia di ostentazione e dimostrazione del potere che attanaglia i ricchi di tutto il mondo.

Dovevo andare al DIFC per l’inaugurazione di una mostra in una bella galleria multinazionale. Non essendo io ricco, né tanto meno un mecenate, prendo un taxi. E me lo pago.

Sono giorni funesti, non ho idea di come questa avventura vada a finire, mi domando come mai abbia deciso di lasciare l’unico posto al mondo.

Ma non è questo ciò di cui volevo scrivere.

Ecco fatto. Sono sotto scacco. Me lo dicevano che Dubai è arida, che non è come Berlino, come Londra, come Copenaghen. Dopo un’attenta analisi, posso contraddire questa folta schiera di mistificatori: Dubai è piena di gente con barbe estremamente lunghe. Gli hipster di Berlino sembrano dei ragazzini da oratorio al cospetto. Ha tanti ristoranti indiani quanto Londra, permettendo ad ogni occidentale di lamentarsi del cibo etnico pur compiacendosi dell’intrinseco senso di avventura che ogni pasto differente da ciò a cui siamo normalmente abituati comporti. Su Copenaghen non saprei, ci sono stato in interrail quando avevo diciassette anni. Ecco, diciamo che qui le danesi non mancano.

Faccio forse ancora fatica a trovare un valido aneddoto? Sento che qualcosa serpeggia, arranca, ma c’è. Bisogna rielaborare, avere un metodo, oppure tutto il contrario.

Chiudo gli occhi. Sono un tassista. Non ho idea di dove sia la mia famiglia, è lontanissima. Lavoro tredici ore al giorno, non ho day-off. Sette su sette. Tra diciotto mesi la compagnia mi darà quarantacinque giorni di ferie, non vedo l’ora di stringere la nuova arrivata, ho solo una foto sfocata ed è bellissima. Eccolo, è quel ragazzo occidentale che vuole essere portato all’Emirates Towers Metro Station. Una volta ha già preso questo taxi, evidentemente non se lo ricorda. Ci risiamo, mi domanda ancora «where are you from boss?». Perché mi chiama boss? Se io non fossi obbligato per lavoro, se non mi convenisse intendo, non lo farei. Tutto sommato è simpatico. Si lamenta di nuovo dei Salic (una specie di telepass lungo la Sheikh Zayed Road, a carico del cliente nelle corse in taxi). Se ben ricordo, era stato generoso con la mancia.

Chiudo gli occhi. Sono il traffico. Un’entità astratta, ma non così tanto. Onnipresente, rumoroso. C’è chi dice di avermi visto in Asia, oppure Istanbul, nelle Indie, laddove la segnaletica latita, i semafori non esistono. In verità vi dico che non ci sono coordinate geografiche peggiori per incontrarmi al mondo se non quelle tra Sharjah e Dubai, Emirati Arabi Uniti. È lì che ho scelto di dare il peggio, di sfogarmi, di vomitare. Sono una voluttuosa striscia di auto, sono le tue imprecazioni, la tua ulcera, sono il tuo ottimismo che va a farsi fottere. Sono sboccato, inquinante, subdolo. Ho un pregio però: sono puntuale. Ineluttabile. Sai che mi incontrerai, che ti accompagnerò ovunque. Sono la nota storta che rende la musica alla radio un supplizio medievale.

Riapro gli occhi: ci sono. Per essere irriverente, devo scrivere di Dubai come un posto qualsiasi, dove la gente va e vive le proprie vite per un po’. Mi piace. Ora però esco dalla piscina, il cloro mi brucia gli occhi e addormentarmi in acqua mi fa sempre venire strani pensieri. Devo prendere il taxi per andare all’inaugurazione, chissà di che nazionalità sarà il tassista stavolta.

Fulvio Caléf
Fulvio Caléf è nato a Roma. Se l'unica vera misura del successo sta nella realizzazione dei propri sogni di fine infanzia (e nella possibilità di fare pisolini pomeridiani senza chiedere il permesso) si può dire che non ne abbia affatto. Vorrebbe scrivere, occuparsi d'arte e di oggetti rari. Vive in un posto strano: Dubai. Ed è in questa città che insegue i suoi desideri, i taxi, e se stesso.
Segui Dude Mag, dai!
Dude Mag è un progetto promosso da Dude