Ero convinto
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Ero convinto

Sull’interfaccia del mio cellulare d’ultimissima ed agnostica generazione c’è un calendario che mi comunica giornalmente di quale santo si festeggi l’anniversario di beatificazione.

 

In barba a chi associa la religione principalmente ad una mera prerogativa degli anziani, sull’interfaccia del mio cellulare d’ultimissima ed agnostica generazione c’è un calendario che, tra le altre cose, mi comunica giornalmente di quale santo si festeggi l’anniversario di beatificazione.

I lunghi percorsi d’autobus serali per rincasare, passando attraverso zone suburbane tutt’altro che pittoresche, non mi offrono panorami più suggestivi di questo piccolo monitor a colori e la cosa mi sta rendendo discretamente ferrato in campo di onomastici.
Quella sera del 20 gennaio il cellulare mi suggeriva essere il turno di “San Fabiano Papa”. Non conoscevo nessun Fabiano a cui mandare i miei auspici per la ricorrenza, né avevo la sufficiente confidenza col Santo Padre. Festeggeranno l’onomastico lo stesso giorno anche le Fabiane? Forse lo farebbero se fosse semplicemente San Fabiano, e allora sì; ma mettici pure che è “San Fabiano Papa”, mi pare una cosa piuttosto dettagliata affichè una “Fabiana” possa sentirsi parte di questa bella festa.

Fu proprio mentre pensavano a come la gente si spartisce gli onomastici che mi venne in mente Fabiana. Fabiana Martinelli, mia compagna di classe del liceo.
Potevo utilizzare l’onomastico di Fabiano Papa come una scialba scusa per ricontattarla dopo quasi un anno in cui non c’eravamo sentiti; da quanto ricordavo era in erasmus a Istanbul da un sacco di tempo.

Ma, per assurdo, fu proprio mentre stavo digitando un banale sms diretto alla mia amica che, d’improvviso, attraverso il finestrino rigato dell’autobus, la vidi!
Fabiana.
Non ad Istanbul ma a pochi metri dal mio autobus, di spalle, ferma di fronte alla vetrina di un negozio di cesti di vimini; i capelli mossi castano-chiari raccolti da un fermaglio a forma di ananas e quel suo giubbotto blu da motociclista non lasciavano intendere che si potesse trattare di un’altra persona.
Prenotatai tempestivamente la prima fermata, scendo di corsa cercando di non perderla di vista e pensando a quale assurda combinazione si fosse appena verificata.
Fossi stato uno che crede nelle coincidenze, avrei sicuramente pensato ad una coincidenza…

«Fabiana» – le grido sorridendo e cercando di sembrare il meno possibile sguaiato – «Ma che ci fai qui?».

Ma la ragazza si voltò mostrandomi un paio d’occhi di un altro colore, un naso più piccolo, un sorriso più largo, qualche lentiggine ed un paio d’occhiali. Il tipico paio d’occhiali che Fabiana non avrebbe mai indossato per il semplice fatto che ci vedeva bene.
Fu così che, come nel più stantio dei luoghi comuni da commedia americana, avevo fermato una sconosciuta pensando che fosse un’altra persona.

«Oddio che figuraccia, Fabiana!» – le dissi cercando di nascondere l’imbarazzo ed il lieve fiatone per la corsa appena fatta – «Scusami tantissimo! Ero seriamente convinto che fossi tu! Da dietro eri veramente uguale!».
Il suo sguardo mostrò un tentativo fallito di trattenere una risata: «Valerio! Ma dove hai la testa? Ma come potrei essere io? Non ti ha detto Giulia che sto ad Istanbul in erasmus?».
 «Ma certo!» – le risposi – «E poi lo sapevo indipendentemente da Giulia! Ero anche venuto alla festa che ti avevamo organizzato prima che partissi, non ricordi? Poi sono io quello senza memoria! È che hai lo stesso cappotto blu e lo stesso fermaglio pazzo con l’ananas e quindi, capisci, ho fatto due più due, ho pensato che fossi tornata per un po’!».
«Si, effettivamente c’è da dire il giubbotto è simile al mio, ma io non ho mai avuto un fermaglio così» dice togliendosi dai capelli quel pacchiano gadget made in china «forse ti confondi con quello a forma di fragola».

«Ah, ero convinto che ne avessi uno così invece!».
«No, no, ho capito quale dici, era quello a forma di fragola, ma l’avevo messo neanche tre volte in tutta la mia vita; e poi scusa, pensavi che se fossi tornata a casa mi avresti trovato in questa zona che a stento conosco di nome?»
«Infatti mi sembrava assurdo averti trovata qui, è una desolazione di posto, anzi ora per aver creduto di vedere te ho perso uno degli ultimi autobus!»
«Dai, così mi fai sentire in colpa!»
«Ma dai» – la tranquillizzai sorridendo – «Figurati se è un problema, faccio ancora in tempo a prenderne un altro! Cavolo! Da dietro eri tu spiccicata! Peccato guarda… mi avrebbe fatto davvero piacere vederti, sarebbe stata una sorpresa! Anzi, mi sa che una telefonata te la faccio!»
«Sarebbe anche ora!» ribatté la ragazza con gli occhiali sorridendo «non è che finite sul lastrico tu e gli altri se ogni tanto faceste una telefonata! Sono in Turchia, mica in Giappone!»

Hai ragione Fabiana» le dissi, mentre mi immaginavo come potesse passare lì in Turchia le sue giornate Fabiana, da quel po’ che la conoscevo mi era sempre sembrata una persona molto espansiva ma al contempo attaccata alle proprie abitudini. L’avrei davvero chiamata presto, quell’incontro mi aveva fatto pensare che cominciava addirittura a mancarmi.

«Allora, Fabiana» le dissi mentre col corpo accennavo a muovermi verso la fermata dell’autobus «Facciamo che ti chiamo tra poco, sempre che non sia troppo tardi!»
«Ma no che non è tardi, anzi, chiamami perché sto in un locale con amici di amici anche loro qui in erasmus e mi sto rompendo non poco e se non mi chiami te farei comunque finta di uscire a telefonare pur di fare qualcosa di meno noioso!»
«Sei sicura?» le chiesi mentre intanto cercavo il suo nome sulla rubrica «Così ti faccio anche gli auguri per l’onomastico»
«Oggi è Santa Fabiana?»
«In realtà oggi è Sant’Agnese, ma pochi minuti fa era San Fabiano Papa»
«Valerio! Mi fai morire! Mi chiami per l’onomastico anziché per salutarmi, sei proprio strano!»
«Allora ti chiamo eh! Stammi bene! Mi avrebbe fatto piacere davvero che fossi tu!»
«Eh lo so, anche a me! Ciao Valerio!»

Salutai la sconosciuta con gli occhiali stringendole la mano, presentandosi aveva anche detto il suo nome: Manuela, o Emanuela, non ricordo bene.
Mentre il telefono squillava pensai che un pretesto per una telefonata così improvvisa poteva essere anche semplicemente quell’incontro. Tanto non era manco il suo onomastico, era San Fabiano Papa.

Valerio Lundini
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