Essere visualizzati
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Essere visualizzati

Le spunte blu di whatsapp introducono il meccanismo della visualizzazione dei messaggi in un programma che già prevedeva qualcosa di simile, prendendosi la cura di segnalare l’ultimo accesso di ogni utente. È solo l’ultimo capitolo della storia della “visualizzazione” che, a sua volta, è solo l’ultimo capitolo della storia delle chat che, a sua volta, […]

Le spunte blu di whatsapp introducono il meccanismo della visualizzazione dei messaggi in un programma che già prevedeva qualcosa di simile, prendendosi la cura di segnalare l’ultimo accesso di ogni utente.

È solo l’ultimo capitolo della storia della “visualizzazione” che, a sua volta, è solo l’ultimo capitolo della storia delle chat che, a sua volta, è solo l’ultimo capitolo della storia dei mezzi di comunicazione.

In questa storia, nella storia dei mezzi di comunicazione, sembrerà strano ma non è successo molto per millenni. Non sarà un grosso problema riassumerla per sommi capi.

In principio, si sa, era il verbo. Dopo incalcolabili secoli di nulla, arriva la scrittura e entriamo nella Storia propriamente detta. La comunicazione tra esseri umani può assumere due forme: la parola scritta e la parola parlata. La comunicazione scritta può avere un uditorio universale e prendere il nome di libro, oppure individuale e chiamarsi lettera. Le cose sono rimaste così per circa cinquemila anni, ma non senza che si levasse qualche voce ad aizzare la rivalità tra i due attori in campo. Riportiamo la più famosa, quella di Platone che, come è noto, difese il primato dell’oralità sulla scrittura. Il problema col testo scritto risiede nel suo essere chiuso, una lettera morta che non si può interrogare. Oggi la critica testuale vede infinite possibilità sulla pagina, persino quelle aberranti, ma Platone era, almeno in questo, più materiale di noi e vi vedeva solo dei segni tracciati su una superficie. Gli opponeva la dinamicità del dialogo, un sistema di conoscenza aperto, virtualmente infinito, nel quale due interlocutori si trovano nel medesimo luogo contemporaneamente e possono chiacchierare fino alla morte, cercando di esaurire tutte le obiezioni possibili su una certa ipotesi. O almeno tutte quelle che gli vengono in mente.

Quindi condizione fondamentale e caratterizzante della parola parlata è la presenza dei due interlocutori nello stesso luogo e nello stesso tempo, quello che rende necessaria la parola scritta, invece, è proprio il contrario: la separazione degli interlocutori nello spazio e/o nel tempo.

Cosa è successo con l’avvento delle telecomunicazioni, circa ventitré secoli dopo? Meno di quanto si possa pensare, il quadro è stato modificato ma non stravolto. Il telefono apparentemente è una parola parlata che annulla il limite spaziale e mantiene quello temporale. Guardando più da vicino una telefonata, bisogna riconoscere che se al livello macroscopico lo spazio è insignificante, non lo è al livello microscopico. Si parla vicini all’apparecchio, il telefono è il simulacro del nostro interlocutore e ci assorbe completamente, come se egli fosse lì presente. Cento anni dopo, la diffusione dei personal computer introduce due nuovi canali di comunicazione: l’e-mail e la chat.

Per quello che ci interessa, l’e-mail è ancora meno rivoluzionaria del telefono. Essendo pensata come una lettera virtuale, ne rispetta tutti i codici e risponde alle stesse esigenze. Da sempre la comunicazione epistolare somiglia più a uno scambio di monologhi che a un dialogo, e le e-mail non fanno eccezione: si raccolgono i pensieri, li si fissa su un supporto e si invia il supporto al destinatario, il quale lo leggerà in un tempo e in un luogo a noi sconosciuti. Ad incasinare veramente tutto sono state le chat, la cosiddetta messaggistica istantanea.

 

La chat è il cortocircuito dei due mezzi primari, la scrittura e l’oralità.

La discussione via chat ipotizza che due esseri umani siano nello stesso momento presso lo stesso apparecchio, benché in luoghi diversi. Come una telefonata scritta, sembra prescrivere una dislocazione macroscopica, una vicinanza microscopica e una contingenza temporale. Contro Platone, si è resa possibile una scrittura che risponde se interrogata e lo fa in tempo reale, o almeno così dovrebbe.

Eppure è la natura stessa del mezzo primario, la parola scritta, a tradire le intenzioni del dispositivo chat. Tornando agli antichi, la parola scritta ha il vizietto di rimanere, di imprimersi, di restare sempre perfettamente leggibile. Il verbo vola, decade, scompare dopo essere stato pronunciato; in una telefonata non posso ignorarti senza che tu te ne accorga, non posso far finta di essere presso l’apparecchio per poi ascoltarti in seguito. La chat, partendo dal nome, prevede una chiacchierata scritta ma apre una possibilità: l’assenza di uno dei due interlocutori; la conseguenza è che l’altro parla (scrive) da solo. Va detto che questa possibilità è diventata concreta solo con la diffusione della banda larga e degli abbonamenti a canone fisso che hanno permesso agli utenti di abbandonare il proprio computer online senza dover pagare ogni minuto di connessione. La prima mossa dei produttori di software è stata un tentativo di tappare questa falla, fornendo i mezzi per esplicitare la posizione reale dell’utente: questo è il senso delle etichette “occupato”, “non al computer”, “assente”, talvolta programmate per applicarsi automaticamente dopo un lasso di tempo di inattività.

L’introduzione della visualizzazione è una brusca inversione di rotta, una svolta distopica, una mossa malvagia che anziché mirare a placare l’ansia di parlare al deserto, la sottolinea, la rende evidente. Facebook aveva già mischiato le carte quando ha creato la sua chat sulla medesima interfaccia dei messaggi privati. Il messaggio privato è cugino della mail, non prescrive la presenza contemporanea di mittente e destinatario, ma se si muove sullo stesso schermo di una chat è quest’ultima a dettare le regole, annullando le aspettative dilatate che caratterizzano lo scambio di lettere/email/messaggi privati. Nella chat di facebook non sono possibili soluzioni intermedie come “occupato” o “non al computer”: o si è verdi o si è neri. Sempre più utenti hanno scelto di navigare con la chat offline per essere liberi di sfogliare la home del social network senza risultare disponibili a chiacchierare con chicchessia. Eppure fino ad un paio di anni fa avevano la possibilità di leggere il contenuto dei messaggi privati senza scatenare aspettative di sorta; potevano controllare se si trattava di un “ciao come va?”, di un video scemo di youtube, di una rettifica sull’orario di un appuntamento. 

Oggi quando sono in metro lascio i miei amici rossi, non visualizzati. Se non posso rispondergli, vuol dire che non posso leggerli. Se sono a casa e stiamo parlando in chat, quando mi alzo per fare il caffè, caricare la lavatrice, cercare un accendino nei cassetti, ho la premura di chiudere la nostra conversazione per non “visualizzarti in faccia”. L’estate scorsa sono caduto in un fiume con l’iphone in tasca e da allora il tasto centrale non funziona più tanto bene. Mi capita di non accorgermi di non essere riuscito a chiudere Whatsapp, così rimango online in un punto morto della discussione e dall’altra parte mi dicono «checcazzo ci fai online se non rispondi?».

Non è più solo l’eventualità che si stia parlando da soli, ma il timore di essere visti a farlo dal proprio interlocutore che tace e ci ignora, forse ci deride. La presenza/assenza dell’altro ha seminato una fragilità patetica, infantile, una paura compulsiva di micro-abbandoni. Le scene più ricorrenti di questo trauma riguardano la vita sentimentale che ci vede più esposti e dipendenti delle reazioni dell’altro. Può trattarsi di un approccio a vuoto nel quale contatti un/a conoscente e non solo non ottieni risposta, ma viene anche registrata l’osservazione del tuo fallimento; oppure di una relazione stabile nella quale coltiviamo la pretesa di essere il centro dell’universo del partner ed è inammissibile che l’altro ci senta parlare (ci veda scrivere) e si giri dall’altra parte. Ma, in fondo, chiunque non sia un amico molto stretto potrebbe offendersi nel vedersi visualizzato, cioè ignorato.

Scappare da questa macchina è molto difficile. Io posso tirarmene fuori per quanto riguarda le visualizzazione che ricevo sulla mia faccia, privarle di significato e svegliarmi da quest’incubo che ci rappresenta tutti perennemente connessi e disponibili a discutere. Ma per quanto riguarda quelle che imprimo sulla faccia degli altri? Sulle dinamiche sociali l’individuo ha un potere limitato. Dal momento che visualizzare e non rispondere viene percepito come maleducazione non posso permettermi di ignorare questa convenzione senza aspettarmi delle conseguenze.

Non posso fare questo discorso a tutti come premessa al dialogo (suonerebbe addirittura più inquietante di chi si offende per la visualizzazione) e non ho modo di sapere se tu sei uno di quelli che non se la prende, uno di quelli che se la prende o uno di quelli che finge di non prendersela ma poi alla fine sì che se la prende.

Non ho modo di saperlo. Per non sbagliarmi, il tuo messaggio non lo apro, ti leggerò a casa.

Ma a casa succede che mi contattano altre tre persone e la tua notifica viene sommersa. Non avendo letto nessun contenuto, niente mi si è fissato nella memoria; finisce che mi scordo di te e del tuo messaggio, finisce che non lo apro proprio, finisce che non ti leggo, non ti visualizzo e non ti rispondo. Finisce che hai davvero parlato al muro. 

Alessandro Lolli
Alessandro Lolli nasce a Roma nel 1989. Ha collaborato con Nuovi Argomenti, Polinice, Soft Revolution Zine, Crampi Sportivi e DUDE MAG. È laureato in filosofia. A tempo perso lavora in un centro scommesse sportive.
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