Q: We need to have more options than just a “Like” button. Why don’t we have other options like “I’m Sorry”, “Interesting”, or “Dislike”?
«Not every moment is a good moment». Così ha detto Mark Zuckerberg. E così Facebook, il posto in cui ormai persino mia nonna sente il bisogno di fare un po’ di upselling di se stessa – e darsi così quella patina sorridente, anche se ha la schiena a pezzi, per una foto che teme finirà “lì” (leggi: memoria immateriale indefinita) – il posto in cui l’ironia svolge spesso la funzione protettiva di aiutarci a non prendere veramente posizione, lasciandoci inserire con una simpatica gif nel flusso di discussione del momento, insomma quel posto che ormai avevamo tutti imparato ad usare con una doppia pelle, introduce il tasto empatia. Il tasto “non mi piace” non sarà uno strumento per esprimere disprezzo, bensì un tasto per esprimere due contenuti opposti: “sì” alla presenza della notizia nel flusso di informazioni, eppure “no” al suo contenuto. Si tratta di una versione online del primo assioma della comunicazione di Watzlawick.
Facebook è il regno del paraculismo, non potrebbe mai introdurre un elemento negativo all’interno dell’interazione tra gli utenti.
Se il primo impatto con la notizia del dislike è stata una sorta di eccitazione perversa perché «finalmente potrò dire che gli articolacci di Libero e i post di Salvini mi fanno schifo, che il selfie del mio ex compagno delle superiori è obbrobrioso», a un’analisi più ragionata delle parole di Zuckie si può far rientrare l’eccitazione (o la paura del giudizio altrui) dentro al recinto tutto sommato buono e protettivo di Facebook. Una questione di empatia: se un mio amico scrive che gli è morto il gatto o posta una foto di un migrante morto, io potrò dire che quel contenuto non mi piace, basterà cliccare per esprimere tristezza e vicinanza al mio amico o per manifestare il mio dolore per la questione dei migranti morti. Più che “non mi piace”, sarebbe giusto parlare di “mi dispiace”. Giusto per evitare l’ambiguità del like ai contenuti negativi: Facebook così punta ad appropriarsi anche delle cose spiacevoli della vita, non solo foto delle vacanze, selfie scemi e post autocelebrativi e/o divertenti e cinici. È come se Zuckie ti poggiasse una mano sulla spalla, indossasse il suo sorriso più piacione e ti dicesse: «tranquillo, adesso puoi condividere con noi davvero tutto, anche le cose brutte, adesso puoi anche apparire triste senza il rischio di sembrare sfigato».
L’altra conseguenza è che Facebook continuerà a fare quello che ha sempre fatto, anzi lo farà meglio: continuerà a mantenere uno strato di protezione attorno alle nostre vite e la stessa questione dell’empatia verrà bypassata: di fronte a un contenuto estremamente triste non potrò più far finta di niente e sorvolare (magari chiedendomi perché un aspetto così privato e personale sia finito alla mercé di chiunque), ma avrò un opzione in più. E già il solo fatto di averla quest’opzione mi costringerà ad allinearmi allo stato d’animo del contenuto. Non sarà semplice empatia, ma una sorta di coercizione all’empatia. Nel regno in cui prima si era costretti a sembrare felici.
Valentina Rivetti e Sebastiano Iannizzotto
Dislike, ma con calma
Personalmente, non credo d’aver mai sentito il bisogno di un tasto che esprimesse dissenso. Anzi, credo che i social funzionino meglio quando comportino la costruzione di una tesi piuttosto che la distruzione della stessa attraverso un commento stupido, un tasto che dica “non mi piace” o altro.
Se una cosa fa schifo, meglio ignorarla. Commentare i post di Salvini condendoli con insulti, altro non fa che aumentare la visibilità del post, il dislike avrebbe lo stesso effetto.
Ovvio che più d’una volta mi verrebbe voglia di, più che commentare, spaccare il computer di qualcuno, ma è un tale spreco di tempo che alla fine soprassiedo.
Emozioni personali a parte, ancora non si sa troppo della vera funzione del dislike. Il suo funzionamento che definirei “semplice” – ovvero opposto a quello del like – potrebbe rappresentare una vera catastrofe per blog o siti d’informazione. Decidere di smontare autonomamente un pezzo farà molto riflettere soprattutto i blog di contro-informazione o semplicemente quelli che puntano ancora sull’effetto “purché se ne parli”. Sigh. Ma quest’ipotesi sembra esser stata scartata in partenza per non far di Facebook il nuovo Reddit.
Se invece, come pare, Zuck ha in mente un tasto che renda giustizia all’empatia social il discorso si fa diverso e può essere brevemente scomposto in due punti.
1 – Attraverso quale algoritmo Facebook deciderà se attivare o meno il tasto? Su quali basi di arrogherà il diritto di decidere?
2 – Come la mettiamo con l’ironia? O peggio ancora con i troll? La differenza tra «sono così triste perché il mio pesciolino rosso è andato nel paradiso dei pesciolini rossi» e «RIP mio caro amico (Mac)» non credo sia così evidente su un social dove l’ironia (e gran parte dei sentimenti umani) sono sempre stati mal digeriti.
Tanto lo so già, continuerò ad odiare quelli che già odiavo, e la semplice opportunità di dire a qualcuno «questa cosa non mi piace (e non piace a nessuno)» non allevierà la mia voglia di spaccare computer in testa al prossimo.
Francesco Abazia