«La cosa più importante
sai qual è nella vita, Pina?
L’ho capito adesso, da vecchio… L’amore»
(Paolo Villaggio, Fantozzi 2000 – La Clonazione)
Ci sono due strade per fraintendere Fantozzi. La prima è quella di chi ride perché ci vede semplicemente una sequenza di gag slapstick alla Stanlio e Ollio (tra i modelli dichiarati di Villaggio), maschere grottesche e italianità (neanche tanto) deformata. La seconda è quella di chi non riesce a ridere perché coglie solo il lato drammatico, la tragedia di un’eterna vittima senza catarsi. Per una volta la verità non sta nel mezzo, ma proprio altrove. L’errore è includere Fantozzi nella categoria Commedia: in realtà, è la più grande saga horror di tutti i tempi.
Il genere ci ha condotti spesso in luoghi disagevoli, dalle ville accanto ai cimiteri allo spazio profondo. Villaggio (dei Dannati?) ci porta in quella che tra tutte le ambientazioni possibili è senza dubbio la più spaventosa: l’interno della testa di un depresso.
Hanno provato a venderci Fantozzi come satira sociale. Spesso ci sono riusciti perché sì, in Fantozzi la satira c’è: ad esempio, il pluricitato episodio della corazzata Kotiomkin in Il secondo tragico Fantozzi (ma qualcuno dice che non è proprio così), che sbeffeggia miti e linguaggio dell’intellighenzia anni Settanta; oppure il countdown che precede la fuga in massa dalle scrivanie in Fantozzi contro tutti (chi ha lavorato in un ufficio dell’epoca, garantisce che l’invenzione comica non si distanzia molto dalla realtà). Ma ridurre a questo l’anima fantozziana equivale a spacciare I promessi sposi come un’opera di denuncia del malgoverno spagnolo in Lombardia, saltando a pie’ pari il discorso sulla Provvidenza.
In Fantozzi la Provvidenza esiste, ma funziona al contrario. Non è un mondo nel quale, per dirla alla “Freak” Antoni, Dio c’è ma ci odia. Peggio: è un mondo in cui Dio odia un uomo solo. Un intero universo creato su misura per costringere un singolo individuo ad attraversare le cinquantamila sfumature di grigio topo della disperazione, dove anche gli occasionali sprazzi di gioia (Fantozzi che in Subisce ancora origlia il dialogo tra sua moglie e la Silvani e si illude che stiano parlando di lui) fungono da ponte verso nuovi livelli di infelicità (l’oggetto del desiderio delle due donne in realtà è il villoso vagabondo Franchino) e l’unica forma di riscatto possibile è una temporanea rassegnazione («Ma sì, ma in fondo… Ma chi se ne frega!»). Forse solo Il deserto dei Tartari è stato capace di restituire una soggettiva così efficace della depressione patologica.
Ma il vero orrore sta nel fatto che tutto questo fa ridere. L’esattezza dei tempi comici, le invenzioni verbali e l’azzeccatissimo cast di caratteristi (Reder, Anatrelli, Mazzamauro, lo stesso Villaggio: tutti nati per quei ruoli) non lasciano scampo, tanto che continuano a sedurre anche i figli dei figli degli spettatori originali. Fantozzi non ha diritto neanche alla pietà extradiegetica: i teenager fatti a pezzi da Leatherface hanno quantomeno la doppia consolazione di una fine rapida e della nostra empatia; il ragionier Ugo viene ammazzato e resuscitato a ciclo continuo (emblematico il finale di Fantozzi in Paradiso: non c’è riposo neanche nella morte) e per di più gli ridiamo in faccia. Fantozzi è l’horror definitivo perché ti costringe a simpatizzare per la vittima e contemporaneamente a interpretare la parte del carnefice.
Tra i fan è opinione diffusa che solo i primi tre o quattro film della serie abbiano dignità cinematografica. Se è innegabile che col tempo, a botte di ripetizioni sempre più stanche dei soliti schemi, la vis comica della saga sia andata scemando, mi pare che i capitoli più tardi compensino sbilanciandosi verso il registro agrodolce. Perfino il decimo e ultimo titolo, Fantozzi 2000 – La clonazione, che sfido chiunque a non definire il peggiore di tutti, ha comunque un momento che rimane nella memoria: il finale. Il povero Ugo incontra un suo omologo di un altro pianeta (un gommoso extraterrestre da B-movie doppiato dallo stesso Villaggio) ed è costretto a confermargli che purtroppo no, neanche su questa Terra esiste la felicità. Ragioniere, com’è umano lei: tanto quanto Leopardi.
Eppure Villaggio aveva previsto una sorta di lieto fine per la sua creatura, almeno sulla carta. In uno dei pochi racconti mai trasposti sul grande schermo, Fantozzi riceve dal Megadirettore l’incarico di trovare l’uomo più felice del mondo. Partito a bordo di una versione superaccessoriata della leggendaria Bianchina, il nostro eroe incontra un miliardario giapponese, un eremita indiano, un divo di Hollywood idolo delle donne, un selvaggio che abita su un’isola paradisiaca e un filosofo che sostiene di aver sconfitto la paura della morte. Ma il divo è schiavo della droga, l’eremita è un disperato che brama i piaceri della vita mondana, il selvaggio è impegnato in una lotta perpetua con le forze della natura, il miliardario fa harakiri dopo un investimento sbagliato e il filosofo, durante un viaggio in aereo, si caga addosso per un banale vuoto d’aria. E il ragionier Ugo Fantozzi, matricola settemilaottocentoventinove barra bis, può solo concludere che l’uomo più felice del mondo è lui.