Festa de l’Unità: da Bologna il racconto di un Partito che divenne un centro commerciale
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Festa de l’Unità: da Bologna il racconto di un Partito che divenne un centro commerciale

Renzi, Bersani, Berlinguer e le manganellate: tutto dalla Festa de L’Unità di Bologna.

La chiusura della settantesima Festa de l’Unità nazionale vede protagonista il segretario del Partito Democratico, nonché ex sindaco di Firenze e attuale presidente del consiglio Italiano, Matteo Renzi. Esco di casa, abito a poche centinaia di metri dal luogo in cui si svolge la manifestazione ovvero il mitologico Parco Della Montagnola, quello che nei fine settimana durante l’anno vede uno dei mercati più attivi e invidiati in Italia, capace di portare tra le proprie bancarelle un flusso di persone eterogeneo: chiunque un passaggio al mese lo deve fare per cercare tra i vestiti, le magliette a basso costo, braccialetti artigianali, eccetera, eccetera.

Lo stesso flusso di persone purtroppo non è stato attirato da quest’edizione di una festa che per la città di Bologna, non solo nella sua storia passata ma anche in quella recente, è sempre stata un punto di riferimento per i percorsi culturali di alcune associazioni o semplicemente una buona vetrina per artisti o artigiani che avevano voglia di mettersi in discussione. Poi ci sono le crescentine, il cibo tipico Emiliano a buon prezzo, servito con una profonda e religiosa dedizione. Tutto questo è rimasto sbiadito, stanco, a tratti decisamente meno caotico ma più reale e concreto, come se la posizione del volontario sia diventata quella di un dipendente: non basta più la semplice volontà di fare “un qualcosa” per “una sorta di ideale”, ma c’è bisogno di invogliare le persone a sedersi al tavolo – il flusso di volontari PR fuori dallo stand è decisamente aumentato, ma ci sta.

Le manganellate

Domenica pomeriggio, sole e festa finale. Su Via Irnerio la situazione è decisamente paradossale, la strada è vuota, tutta chiusa. La via in cui passa la maggior parte della città, soprattutto nei giorni in cui il centro storico è chiuso al traffico e quindi a buona parte degli autobus di linea, è blindata da una parte all’altra per circa 400 metri con camionette della polizia in quasi ogni via trasversale. Cammino a piedi per strada, in lontananza ci sono centinaia di persone. C’è il megafono, uno stereo, delle uova, alcune bottigliette d’acqua, alcuni insegnati che manifestano il proprio dissenso, birra in lattina comprata in qualche discount, alcuni panini con la mortadella che fanno l’odore giusto per coprire la marjuana e infine i manganelli. Orrendi manganelli su un gruppo di persone variegato: centri sociali, studenti, insegnanti, impiegati, giornalisti e/o semplici attivisti. Il manganello, nonostante la mia natura garantista, non riesco a comprenderlo, né a difenderlo, in particolar modo quando di fronte hai solo qualche gesto provocatorio.

Lo scontro è intenso ma tutto si placa, lasciandosi dietro qualche ferito, sangue e braccia rotte. Arrivano le ambulanze, la provocazione si fa sentire a suon di cori ma la distanza rimane di sicurezza con lo sguardo degli uomini in divisa vigile e non proprio comprensivo. Poi con il passare dei minuti provo a entrare, vengo respinto all’uscio proprio come la canzone degli Offlaga Disco Pax e Matteo Renzi inizia a parlare.

Matteo Renzi con selfie

Non si capisce cosa dice, ma la voce di Matteo Renzi si percepisce nonostante la playlist molto vintage dei centri sociali (N. B. dobbiamo decisamente trovare un nuovo selezionatore musicale per i movimenti di protesta; scrivete una mail a editor@dudemag.it per palesare la vostra candidatura). Il tempo passa, il sole dà fronte alla polizia, schiena alla protesta. Qualcuno inizia a sedersi, purtroppo per entrare bisognerà citofonare altrove. Cambio ingresso e lungo la strada sento le note di Yellow Submarine dei Beatles cantata da qualche studente rimasto alla porta come me – we all live in a yellow submarine, yellow submarine, yellow submarine – e pure da un carabiniere. Yellow submarine, yellow submarine – il sole diventa morbido e, dopo una buona perquisizione che mette a repentaglio il moschettone delle chiavi di casa, riesco a entrare. C’è molta gente, tantissima gente. Intravedo Gianni Cuperlo desolato che percorre gli stand salutando alcuni volontari; se ci pensate, lui rappresenta la quota minoritaria di tutta questa struttura eppure sembra il dirigente di un chiosco di gelati.

Purtroppo arrivo per il gran finale dell’intervento di Renzi, e nella decina di minuti si susseguono ovazioni e «buu» o per meglio dire «buu-uu». Mi spingo il più vicino possibile al backstage, blindato dalle transenne che creano una sorta di privè per dirigenti, amici, conoscenti o semplici pr. Noto camicie bianche ovunque, barbe curate al punto giusto, occhiali da sole alla moda che compri solamente in negozi hipster, completi firmati, scarpe pulitissime, Gennaro Migliore (quello che stava con Vendola e che ora è un uomo di Renzi) e purtroppo l’abbigliamento dei Giovani Democratici. Ancora lontani dalla soglia dei 30 anni, con la bandiera arancione in mano, sbagliano ogni scelta stilistica e dimostrano che in fondo il ricordo di Massimo D’Alema aleggia quantomeno nel loro armadio assieme a quello del sempre sia lodato rag. geom. Renzo Silvio Arturto Filini. Peccato, avrei preferito vederli con la maglia rossa di Che Guevara; ma di Che Guevara non c’è l’ombra. C’è un po’ di rosso però, quello del sangue dei manifestanti colpiti poco fa dalla polizia

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Zac «Belen dice che il selfie va fatto dall’alto…» Matteo «…ehm…da quando tu segui Belen?» Zac «ehm…» (Foto e testo tratti dal profilo Facebook di Benedetto Zacchiroli, Consigliere comunale)

 

Enrico Berlinguer con autoscatto

La svolta Renziana ha fatto scopare persino quei militanti che una volta, al massimo, potevano friggere le crescentine.

Renzi scende dal palco, parte una canzone di Ligabue di cui non ricordo il titolo ma, considerando la varietà musicale dell’artista, facciamo che sia Certe Notti, fa un sacco di selfie con il suo popolo, io personalmente lo vedo da vicino e mi rendo conto che si fa le lampade perchè è un sacco abbronzato; è sfuggente, dà il cinque a cazzo di cane e fila in uno stand privato per parlare con alcuni insegnanti – a quanto pare dalle foto circolate sul web. Di fronte alla folla in attesa di qualche scatto con il proprio leader politico, una signora con una borsa bellissima comprata recentemente dal proprio figlio grida sul ciglio della fontana: «non mollare Matteo!»; a cui arriva una pronta risposta: «si faccia un bagno per rinfrescare le idee». Seguono un paio di contestatori pieni di nostalgia con la voce rotta e un cappellino dell’ANPI che non si riescono nemmeno a sentire, e un sacco di famiglie con bambini arrivate per festeggiare con tanto di smartphone per fare foto, avere testimonianze e magari ottenere pure una firma digitale ovvero qualcosa di molto simile al vecchio autografo. Siamo tutti in fila ammassati casualmente, proprio come nel più banale dei cliché da grande centro commerciale Americano, in lontananza c’è pure Ernesto Carbonequello che faceva guidare la sua smart a Renzi per fare il giovane – a cui manca solamente un microfono e poi, una volta aperti i cancelli, sarebbe partita la corsa sfrenata delle persone per prendersi il proprio elettrodomestico o in questo caso, il ricordo di Matteo Renzi. Dietro tutto ciò, uno schermo gigante con l’immagine di Enrico Berlinguer e la cronologia della sua avventura politica.

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Per un momento appare pure Pierluigi Bersani – ve lo ricordate Pierluigi Bersani? Davanti a questo schermo ci sono 3 persone, una di loro ha circa 75 anni e da non so quanti è al servizio di questo partito, per queste feste, per queste persone. Assorto nel guardare il video non si cura minimamente di quello che accade alle sue spalle. Purtroppo lui lo sa, e tutti noi siamo stati testimoni, in un pomeriggio primaverile di inizio Maggio, con il sole, i manganelli, le uova, le camicie azzurre, il dopobarba, le lampade abbronzanti, i gufi (due coglioni): il Partito di sinistra che molti nostalgici vogliono ricordare non esiste più, è morto defunto, sepolto. Ora è diventato un centro commerciale e questo non so dirvi se sia giusto e forse nemmeno mi interessa, però penso al signore di 75 anni che si è speso, mannaggia quanto si è speso, per tanto tempo e sinceramente mi dispiace veder tutto questo distrutto da uno stock di camicie, qualche dopo barba costoso e il coupon per farsi le lampade abbronzanti.

Teo Filippo Cremonini
Nato a Bologna il 30.11.91 quando fuori pioveva. Cresce, gioca a tennis giornate intere, fonda il Collettivo HMCF scrive per DLSO e Crampi Sportivi, si laurea e dorme.
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