Trump è il prodotto di una società da reality show, creato per soddisfare quelle persone il cui unico interesse è quello di dare uno scossone alla barca, nonostante ci sia qualcuno che nemmeno sa nuotare.
Nel giugno scorso nel mio news feed è apparso un articolo scritto da Michael Moore intitolato 5 ragioni per cui Trump vincerà e, dato che stavo seguendo le elezioni americane abbastanza approfonditamente, l’ho letto. Poi l’ho letto di nuovo. Dopo averlo riletto per la terza volta, ho cominciato a condividere l’articolo e chiedere l’opinione altrui. Anche se questo articolo e le conseguenti ospitate di Moore nei talk show lo hanno reso uno dei tanti importanti personaggi che saranno per sempre legati all’improbabile corsa di Donald Trump alla Casa Bianca, c’è comunque una persona che l’ha preceduto di circa trent’anni. Quando nel 1986 pubblicò Divertirsi da morire. Il discorso pubblico nell’era dello spettacolo, Neil Postman aveva cominciato ad analizzare quello che era ormai un cambiamento epocale nel modo in cui lo spettacolo mediatico stava influenzando la società. Sfortunatamente, neanche Postman è riuscito a capire quanto il suo pensiero sull’influenza nociva della sovraesposizione mediatica e televisiva fosse una perfetta previsione dell’ascesa di Donald Trump, il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti, il nostro primo “Presidente da Reality Show”.
Ma prima di mettere a confronto la candidatura di Trump e il libro di Postman, è necessario comprendere un paio di teorie di cui si parla in Divertirsi da morire. Per dare delle basi razionali alla sua teoria, Postman cita il filosofo Lewis Mumford il quale, nel suo libro Tecnica e Cultura, analizza punto per punto la propensione della nostra società a diventare dipendente dall’informazione. Per fare questo, Mumford usa l’invenzione dell’orologio come esempio. Mumford riteneva che quando abbiamo creato questo strumento per misurare l’incremento del tempo abbiamo sostanzialmente cominciato a «mettere da parte il tempo, poi a risparmiarlo, e quindi a servirlo». In altre parole, abbiamo creato uno strumento per misurare il tempo e, nel farlo, abbiamo prodotto una nuova forma di valuta che sarebbe arrivata a modellare la nostra società: abbiamo creato il vitello d’oro e poi ci siamo inginocchiati ad adorarlo.

Osservando la relazione che intercorre tra i media e quello che sono le notizie nella nostra epoca, si può ben capire che non abbiamo imparato nulla dalla creazione dei falsi idoli. Oggi notizie e informazioni vengono prodotte a cicli, con centinaia se non migliaia di persone che lavorano costantemente per creare contenuti per ogni singolo secondo della durata della batteria del nostro telefono. Postman, che ha scritto il suo saggio molto tempo prima dell’avvento degli smartphone, ascriveva il continuo e adulterato flusso informativo a cui siamo sottoposti al fascino che esercitano su di noi le celebrità. Postman comincia il suo libro dichiarando che la malsana attrazione che proviamo verso personaggi mediatici estremi ricorda lo splendore e lo spettacolo di città come Las Vegas:
Las Vegas è una città interamente dedicata all’intrattenimento, ed è per questo che incarna lo spirito di una cultura dove il discorso pubblico assume sempre di più la forma di intrattenimento. La nostra politica, la religione, le notizie, lo sport, l’istruzione e il commercio si sono trasformati in perfette appendici dello show business, perlopiù senza che nessuno abbia protestato o l’abbia perfino notato.
Nonostante sia una rappresentazione perfetta dei tempi, anche proprio visivamente, l’analogia con Las Vegas appare ormai come un eufemismo. Postman ha scritto il suo libro prima che si affermassero le stelle da reality, in un’epoca dove MTV era solo un canale dedicato alla musica e bizzarri spettacoli non facevano picchi d’ascolto. Tra i programmi televisivi più famosi dell’epoca c’erano I Robinson, Cin-Cin e Casa Keaton: programmi che riflettevano quelli che credevamo fossero i valori americani. Il conflitto stava appena cominciando a penetrare nei nostri apparecchi televisivi, soprattutto attraverso talk show spazzatura condotti da tizi come Geraldo Rivera e Richard Bey.
Postman considerava la televisione come la fonte primaria della nostra dipendenza mediatica, ma Internet ha poi amplificato all’ennesima potenza questa cosa. Retweet, Repost, Tag e Repeat fanno ormai parte del nostro mantra giornaliero insieme a spazzolati i denti e lavati le mani. Secondo ricerche come quelle condotte da ZenithOptMedia, gli americani passano almeno otto ore al giorno utilizzando i mass media, una cifra che sta aumentando costantemente. Il mondo di Postman faceva affidamente sull’efficacia e la velocità del messaggio televisivo, mentre noi siamo cresciuti in una società costantemente bombardata da migliaia di diversi messaggi al giorno. Una cosa che ormai è così connaturata nella nostra società, e siamo ormai così assuefatti a spingere questo masso lungo il precipizio scosceso, che praticamente siamo diventati dipendenti da informazioni servite in porzioni sempre più piccole, per poterne consumare sempre di più. Io stesso ho scoperto Divertirsi da morire solo dopo aver letto un breve parere postato da un amico e quindi cliccato su un link. Questo buffet di informazioni ci impone di essere selettivi. Non possiamo processare tutto, e così ci facciamo accalappiare dal clickbaiting, dagli hashtag, e da tormentoni vari. Siamo una società che si avventura su autostrade dell’informazione sempre più rischiose, guidati da personalità sempre più spericolate.

Sono sempre piuttosto diffidente riguardo a tutto ciò che è stato prodotto da Moore, ma questa volta ho letto con attenzione la sua lettera aperta all’America dove spiega nel dettaglio perché Trump fosse destinato a vincere in novembre. Moore paragona il pubblico americano a una persona che davanti allo spettacolo delle cascate del Niagara «si chiede per un attimo come sarebbe passarci attraverso». Trump è troppo magnetico e spettacolare per ignorarlo. I suoi sostenitori, persone completamente insoddisfatte dal governo, hanno audacemente deciso di affrontare le ruggenti cascate di una presidenza Trump. Per i suoi avversari, Trump era pur sempre una forma di divertimento. Ambedue le parti si nutrivano dello spettacolo imboccatoci di tanto in tanto dai grotteschi passi falsi dei media.
Quando accettiamo pienamente l’ingannevole propaganda del candidato e gli attacchi pubblicitari insiti nel nostro clima politico, arriviamo a capire molto di noi stessi. Dice ancora di più il fatto che quando qualsiasi candidato prova a mantenersi sulla giusta strada e attenersi ai temi fondamentali fa questo col rischio di smettere di essere visto come essere umano (chiedete pure a John Kasich). Anche se alcuni di noi hanno brontolato e si sono lamentati riguardo alla “politica sporca” e alla mancanza di un discorso civile, ci siamo comunque sintonizzati a frotte sui dibattiti presidenziali giusto per sentire quale altra stupidaggine avrebbe detto Trump. Una cosa che aveva sempre meno a che fare con la politica, e sempre di più con nuove citazioni ingiuriose da postare e condividere. In definitiva, l’elezione di Donald Trump si combatteva su due fronti: quello dell’immagine, e quello della disinformazione. Da una parte il candidato Trump guardava arcigno nella telecamera facendo spettacolo senza alcuna prova credibile di ciò che andava sbraitando, dall’altra un team lavorava per far circolare false informazioni online. Nonostante questo sia un modo di fare abbastanza scontato in politica, per questa elezione si è rivelato particolarmente efficace nel rafforzare la base di Trump. Secondo i sondaggi ufficiali condotti in Florida in ottobre, l’84% dei sostenitori di Trump credeva che Hillary Clinton dovesse andare in prigione, e un altro 40% dichiarava legittimamente di credere che fosse un demone incarnato. Ancora oggi, dopo mesi dal discorso di insediamento di Trump, ci sono molti fanatici che credono ai messaggi “tossici” diffusi nelle varie campagne.
«Gli uomini d’affari americani», scrive Postman, «hanno scoperto molto prima di tutti noi che la qualità e l’utilità dei loro beni è subordinata ai trucchi con cui vengono messi in mostra». Durante la corsa di Trump, i mass media hanno prodotto svariate prove schiaccianti per screditarlo. Da consumato uomo di spettacolo qual è, Trump ha sempre addossato la colpa ai media, descrivendoli come corrotti e “disonesti”. In breve, nel momento in cui Trump andava a indebolire la validità dei media mainstream, allo stesso tempo permetteva a organi di stampa più estremisti di operare. Magari all’epoca di Postman queste persone impegnate nella diffusione di fanatica disinformazione le avremmo trovate a distribuire volantini in metropolitana, oppure avrebbero fatto la loro propaganda d’odio in programmi difficili da scovare tra le onde radio. Ma, per quanto riguarda l’elezione in oggetto, Internet ha permesso la condivisione e ri-condivisione continua di queste false informazioni. E anche se qualcuno cercava di controbattere e stroncare queste dichiarazioni, era ormai troppo tardi: condivise migliaia di volte, il germe si era ormai diffuso.
Trump ha continuato a parlare e (e twittare) ogni volta che voleva, sapendo molto bene che, come scrive Postman, «Non è necessario nascondere qualcosa a un pubblico insensibile alla contraddizione e narcotizzato da diversivi tecnologici».

È stato Trump stesso a controllare il suo messaggio durante tutta la campagna elettorale, apparentemente alienandosi le simpatie di donne, immigrati, neri e latini. Ma proprio come un disastro da reality-show, Trump è stato premiato per essersi comportato male. Secondo il New York Times, benché si sia piazzato al posto più basso per quanto riguarda la spesa pubblicitaria, Trump ha beneficiato di quasi due miliardi di dollari di pubblicità gratis da parte di organi di stampa e social media: sì, proprio gli stessi media da lui tanto disprezzati. Come è scritto in questo articolo, «in una campagna elettorale, i cosidetti media “guadagnati” tipicamente sovrastano i media pagati. La grossa differenza tra Trump e gli altri candidati è che lui è molto meglio di tutti gli altri — forse il migliore del mondo — a “guadagnarsi” i media». Questa cosa, accoppiata alla maestria di Trump nell’adoperare i 140 caratteri per manipolare sia i suoi sostenitori che i suoi detrattori affinché il suo messaggio continui a circolare, ha cambiato di molto il modo in cui in questo paese teniamo insieme verità e “celebrità”.
All’arrivo delle elezioni, il Partito Democratico (e infine anche i media) avevano ormai sprecato tutte le proprie energie nel tentativo di dimostrare che Trump non fosse adatto a governare, mentre in verità agli occhi dei suoi sostenitori più Trump veniva rifiutato dalla cultura popolare più per loro era legittimo che governasse. La Sinistra, dopo aver finalmente deciso di cominciare a prenderlo sul serio, ha provato ad attaccare il “personaggio” senza rendersi conto che Trump di per sé era già un personaggio. Il prodotto di una società da reality show, creato per soddisfare quelle persone il cui unico interesse è quello di dare uno scossone alla barca, nonostante ci sia qualcuno che nemmeno sa nuotare.

Nel legittimare il nostro presidente da reality show, probabilmente non abbiamo fatto altro che spingere il peggio di qualsiasi reality show: gli spinoff. Eleggendo Trump basandosi su nient’altro che la sua celebrità, sui nostri televisori sono cominciate a emergere figure tossiche come Milo Yiannopoulos, Richard Spencer, Stephen Miller, e Steve Bannon.
Ma Postman non ha voluto metterci in guardia solo contro la diffusione di queste figure estreme. Nel capitolo del suo libro più indicativo, intitolato E adesso… questo, Postman parla dell’avvento di Reagan, citando inquietanti dettagli molto simili a quelli che — molti anni dopo — avremmo rivisto nel nostro quarantacinquesimo presidente. «Gli assistenti del presidente Reagan», scrive Postman, «si sono visibilmente allarmati alla possibile notizia che il presidente aveva potuto fornire resoconti approssimativi e perfino fuorvianti riguardo alla sua politica o a eventi d’attualità in generale». Basta sostituire il nome in questa citazione e forse il continuo insistere di Trump nell’evocare similitudini tra lui e Reagan acquisterà un senso.
Ma ciò che potrebbe fornire lo specchio più rivelatore della nostra attuale cultura è quello che Postman scrive riguardo alla qualità dell’informazione che circolava all’epoca. Mentre Reagan rilasciava discutibili dichiarazioni su specifici eventi in tutto il mondo, i media vacillavano nel tentativo di apporre un filtro adeguato per il pubblico. Scrive Postman:
Quello che sta succedendo è che la televisione sta modificando il significato di “venire informati” creando un tipo di informazione che potrebbe essere appropriatamente definito disinformazione. Utilizzo questa parola quasi nello stesso senso in cui viene utilizzata dalle spie delle CIA o del KGB. Disinformazione non equivale a falsa informazione, ma piuttosto informazione fuorviante: un’informazione ingannevole, irrilevante, frammentata, o superficiale, un’informazione che dà l’illusione di sapere qualcosa ma che di fatto ci allontana dalla conoscenza.
In questo breve paragrafo, Postman riassume quello che gli organi di stampa e i media mainstream si sono trovati davanti nei primi 30 giorni di insediamento di Trump. Per questo periodo di tempo, ancora non sono riuscito a trovare una definizione di ciò che adesso chiamiamo “fake news” e “fatti alternativi” migliore di quella che ci fornisce Postman in questo capitolo.
Postman avverte che, durante la presidenza Reagan, questo portò a una sovraesposizione e iperaffaticamento da parte dei media e da chi all’epoca seguiva intensamente la politica. La “disinformazione” di Reagan si diffuse così tanto che gli organi di stampa e i cittadini erano apparentemente meno interessati alla sua validità. In altre parole, i cittadini avevano raggiunto una soglia per l’ammontare di “disinformazione” che poteva essere assorbita per cui l’anormale era diventato normale, a prescindere da quanti articoli potessero scrivere i giornalisti; mentre la stampa continuava a controllare tutto ciò che diceva il presidente, il pubblico americano era ormai compiaciuto da questo continuo bombardamento.
Questo ci porta a un paragrafo di Postman che dovrebbe essere sottolineato e spedito a chiunque cominci a sentire “l’affaticamento da Trump”. Il nostro presidente e i suoi portavoce stanno cercando di usare le stesse tattiche che Reagan e la sua amministrazione usarono per gestire cose come la fuoriuscita di notizie dalla Casa Bianca e articoli non molto favorevoli. Di conseguenza, tutti i soliti metodi utilizzabili per criticare la nostra attuale presidenza sono condannati a fallire. Limitarsi a sottolineare contraddizioni e palesi menzogne non sarà abbastanza per vincere. Per capire al meglio questa cosa, Postman descrive molto bene i due tipi di discorso in gioco. Spiegando la sua formazione, Postman definisce il suo approccio “discorso tipografico” che è un modo lineare per distinguere i fatti dalla finzione. Per Postman, un saggio scritto da uno dei suoi studenti non può contenere un paragrafo con un punto di vista presentato come “vero” a cui poi segue subito un punto di vista opposto che viene presentato anch’esso come vero. «La differenza tra noi», scrive Postman, «è che io ritengo… che un paragrafo e il successivo siano come collegati, contigui, facenti parte dello stesso coerente mondo di pensiero. Questo è il metodo del discorso tipografico, e la tipografia è l’universo da cui provengo io». Postman poi continua spiegando che la nuova forma di discorso — quel tipo con cui ci troviamo a che fare proprio adesso durante questa presidenza — è un discorso frammentato, che egli spiega secondo «il fondamentale presupposto che qui il mondo non è coerente, ma discontinuo. E in un mondo basato su discontinuità, la contraddizione è inutile per esaminare la verità o il merito, perché la contraddizione non esiste». La prodigiosa abilità di Trump nell’ignorare dettagliati articoli riguardo alle sue numerose incoerenze e contraddizioni dimostra che questo è un tentativo coordinato di utilizzare un discorso fratturato per scoraggiare gli oppositori.
Il mondo in cui viviamo presenta delle differenze rispetto a quello di cui parla Postman in Divertirsi da morire. Postman scrive che mentre l’amministrazione Reagan cercava di adattare diplomaticamente la qualità dell’informazione attraversando il paese per meglio soddisfare i propri bisogni, tuttavia non stava attivamente cercando di piegare i media mainstream ai propri capricci. «Il presidente non ha la stampa sotto controllo», spiega Postman. «Il New York Times e il Washington Post non sono la Pravda, l’Associated Press non è la Tass. E non c’è nessuna Neolingua, qui. Le bugie non vengono definite verità, né la verità viene vista come una bugia». Al di là dei confronti con la propaganda russa (cosa che oggi ha assunto tutt’altro significato), molte persone si stanno chiedendo se Trump stia cercando di fare proprio questo. La sua guerra contro i mass media, arrivata al punto di definire il New York Times, il Washington Post, e l’Associated Press come dannosi per la società («nemici del popolo americano!») è considerata da molti una mossa per controllare o completamente mettere a tacere i mass media dissenzienti. E molti potrebbero dire che «le bugie definite come verità e la verità come bugia» sono uno dei pilastri fondamentali di Trump fin da quando ha annunciato la sua candidatura.
Per coloro che non hanno votato Trump, potrebbe essere rassicurante sapere che Neil Postman è comunque sopravvissuto ai due mandati della presidenza Reagan. Postman dà qualche consiglio su come evitare di eleggere un altro presidente da reality show? Benché ammetta di non essere abbastanza competente per trovare una “cura” per la dipendenza dallo spettacolo dell’America, ci fornisce comunque un paio di idee. In particolare, Postman afferma che dovremmo mettere un freno al tempo passato utilizzando i vari mass media per evitare un’ipersaturazione. Un altro consiglio più umoristico è «richiedere che tutti gli spot politici siano preceduti da un breve avviso secondo cui il buon senso ha determinato che guardare spot politici è pericoloso per la salute intellettuale della comunità».
Per adesso, la cosa sicura è che Divertirsi da morire. Il discorso pubblico nell’era dello spettacolo di Neil Postman è un libro da leggere assolutamente nell’era di Trump, un libro sia per il pubblico che per quelli che si occupano di informare riguardo alla sua presidenza: una risorsa per coloro che di certo non sono qui per lo spettacolo.
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Traduzione a cura di Lucio Carbonelli.
Ringraziamo The Millions sul quale questo articolo è apparso la prima volta.