Il body shaming su Lena Dunham
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Il body shaming su Lena Dunham

Lena Dunham getta la spugna. In un’intervista radiofonica dello scorso 28 settembre la regista-attrice-sceneggiatrice-autrice ha dichiarato che non utilizzerà più direttamente il proprio account Twitter.

Lena Dunham getta la spugna. In un’intervista radiofonica dello scorso 28 settembre la regista-attrice-sceneggiatrice-autrice ha dichiarato che non utilizzerà più direttamente il proprio account Twitter, lasciandolo gestire a qualcun altro al posto suo. A nemmeno 30 anni, dopo aver creato una delle serie tv più seguite negli ultimi anni, Girls; aver fondato Lenny Letter, una newsletter dedicata ai temi del “femminismo, stile, salute, politica, relazioni e tutto il resto”; dopo aver intervistato Hillary Clinton, pubblicato un’autobiografia (Non sono quel tipo di ragazza, Sperling) ed essere stata accusata dalla stampa conservatrice americana di molestie verso la sorella più piccola, ma soprattutto dopo anni di onorata carriera come utente Instagram e Twitter, possiamo solo immaginare che decisione sofferta possa essere stata.

In generale, ciascuno di noi ci tiene a venire bene nelle foto che circolano nello spazio pubblico di Internet. Dalle bocche a culo di gallina fino a chi disabilita i tag o a quelli che hanno come immagini del profilo soltanto artwork di band neofolk, cerchiamo tutti di tenere sotto controllo l’immagine che diamo di noi stessi, prima di offrirla in pasto ad amici, conoscenti e follower. ognuno di noi ha una percezione molto diversa della linea che divide il “simpatico” dall'”imbarazzante”ed è una linea che nessuno oltrepassa davvero con leggerezza.

Nello scroll ossessivo capita spesso di incappare in foto di gente brutta, e di solito non è una cosa così “sporca”: mettere in ridicolo persone non presenti, oltre a far malignamente bene all’anima, può svoltarti intere serate, motivo per cui nessuno se ne vuole veramente andare da Facebook (e chi non ce l’ha usa quello del partner). Cosa succede, però, quando la gente brutta è, per di più, gente famosa? Cosa suscita vedere qualcuno che è, per definizione, al di sopra di noi trasgredire così impunemente uno dei veri tabù del nostro presente, comparire male in foto?

 

(Pretending to be) surly girl in an @theellenshow shirt living her daydream ❤️

Una foto pubblicata da Lena Dunham (@lenadunham) in data:

Le reazioni sono grosso modo due: l’empatia e il rifiuto. Metà dei commentatori esalterà la bellezza naturale, la simpatia, il coraggio del soggetto; l’altra metà lo insulterà brutalmente. Basta fare un giro sul profilo Instagram di Lena Dunham per averne conferma. È noto che la regista-autrice-attrice della serie tv Girls non spicchi per la propria avvenenza, ed è altrettanto noto che fin dall’inizio della sua carriera non abbia mai tentato di edulcorare la sua immagine pubblica, rivendicando al contrario il proprio apparire assolutamente normale e fuori da qualsiasi canone di bellezza siamo soliti pretendere dalle star. Convinta femminista, narcisa come solo la nostra generazione sa essere e spocchiosa il tanto che basta da essere convinta di dover portare avanti delle battaglie politiche e culturali. È da quando è diventata qualcuno che Lena ce la mena col fatto che è cicciona e bruttarella. In poco tempo è riuscita a diventare icona di una generazione “millenials” nel pieno di un benessere economico che ha allargato enormemente i consumi culturali.

Lena Dunham rappresenta la parabola perfetta di quello che potrebbe essere il sogno nel cassetto di molti tra noi che si baloccano con attività cultural-artistiche. Ha preso sé stessa, le sue amiche e i suoi amici e li ha coinvolti nella produzione di un oggetto culturale ritagliato sui propri consumi e sui propri linguaggi – la serie tv –, riuscendo non solo nell’impresa di raccontare sé stessa, le sue amiche, i suoi amici, i propri consumi culturali e i propri linguaggi, ma anche di diventare famosa. Si è cucita addosso un prodotto in cui infilare tutte le tematiche, le situazioni, le ansie, le ideologie, e i gusti di cui le interessava parlare, ossia quelli che si è trovata a vivere in prima persona, nel modestissimo tentativo di “raccontare la propria generazione” in 40 puntate.

Hannah, il personaggio che interpreta nella serie che l’ha resa famosa (e che pare stia per volgere al termine) ricalca molte sue caratteristiche biografiche: un aspetto un po’ eccentrico, paranoica, affetta da disturbi ossessivo-compulsivi, intelligente, talentuosa, presuntuosa e ambiziosa e, infine, cicciona. Non di quelle proprio giganti, che fanno impressione e subito compassione, ma di quelle che semplicemente non guardi, perché è così e ci sta. E invece Hannah si fa largo nella vita grazie alle proprie qualità e nonostante questo aspetto così boh.

Lena Dunham racconta un universo di cui è parte integrante, finendo per creare un ibrido inscindibile tra sé e i personaggi che mette in scena; succede a molti attori, soprattutto a quelli di serie tv (come Don Drap... ehm, Jon Hamm), e in questo caso il suo corpo figura come uno dei protogonisti della meta-realtà in cui lei continua a muoversi. Il suo essere come è l’ha portata a prendere posizione e a tematizzare il suo aspetto fisico come campo di battaglia, come spazio di rivendicazione di un universo di valori, in cui il suo essere una ancora non trentenne di talento è tutt’uno con il femminismo e con il portare una 46.

Il suo profilo Instagram è il riflesso di tutto ciò. È un profilo pubblico, dove ogni foto ottiene fino ai 24.000 like, ma che allo stesso tempo dà la sensazione di guardare le foto di quel tuo amico particolarmente popolare che “fa cose”. Disegnini, cani spelacchiati, selfie con il trucco un po’ colato, fidanzati, amiche, ma anche pubblicità dei propri progetti, foto a lavoro, foto sul set, sponsorizzazioni di campagne pro-aborto, status sul caldo, sulla propria salute, foto dei genitori o di lei da bambina, foto di cosce in pantaloncini e poi questa:

lena-dunham

Lena continua ad esporre il proprio privato; i social le servono per definire la propria identità e per costruire il suo proprio discorso su se stessa, così come facciamo noi condividendo le nostre foto e dichiarando gusti, abitudini, appartenenze e personalità. La differenza è che farlo con un pubblico di 2 milioni di seguaci può avere degli effetti devastanti. Il corpo di Lena Dunham, così generosamente mostrato senza nessun tentativo di modificarlo o idealizzarlo, è di fatto diventato un’icona proprio nell’essere così naturalmente esposto. Non è così frequente imbattersi in foto di corpi famosi simili al suo; è qualcosa che sfiora il perturbante, perché una corporeità simile viene solitamente nascosta, o per lo meno sublimata. In queste foto c’è invece l’affermazione di una bellezza altra, che se nella vita quotidiana siamo – forse – più abituati ad accettare, inserita in una dimensione di tale visibilità e, contemporanemante, di tale naturalità, facilmente ci salta all’occhio. Femminismo o non femminismo, quel corpo lì si è fatto spazio di inscrizione di qualcosa di altro rispetto al suo essere semplicemente il corpo di un personaggio pubblico. È proprio su questo spazio che si gioca la partita delle reazioni di chi commenta. Molti la esaltano, le dichiarano ammirazione, amore, che le fanno i complimenti per quella bellezza; molti altri la insultano in quanto maiale ciccione senza dignità. È il rischio di un’esposizione tale: sei famosa, sei come sei, gli insulti fanno parte del gioco.

E invece, è proprio dopo aver incassato l’ennesimo fat, Lena ha deciso di iniziare a ridurre i propri rubinetti di socialità. Oltre quello spazio pubblico generatosi sulla sua pelle, la virulenza che solo dei commenti gratuiti da parte di sconosciuti su internet possono scatenare deve esserle arrivata in pieno nello stomaco e averle fatto scattare quel meccanismo di autodifesa che tutti dovremmo imparare ad attivare: basta leggere commenti. Avrà forse ragione la destra conservatrice, che continua a darle della narcisista che finisce per rovesciare il messaggio che lei stessa cerca di veicolare; sarà forse il caso di coprirsi e iniziare a mettere la testa a posto.

Lena è rimasta dunque vittima della battaglia che lei stessa ha scelto di intraprendere? È davvero così impossibile continuare a mostrare il proprio corpo assolutamente normale senza ricevere insulti? Ed è davvero così impossibile riuscire ad emanciparsi e a fregarsene degli insulti di questo tipo? È davvero così impossibile vivere on-line senza filtri, evitando che la sovraesposizione di sé al pubblico ci mandi fuori di testa?

Dichiarando di voler dare un taglio con Twitter e ripristinare una “giusta distanza” tra sé e internet sembrerebbe dire che sì, tutto questo è davvero così impossibile. Anche perché, com’è profondamente ingiusto che lei abbia la possibilità di continuare a comporre i suo tweet dettandoli a qualcun’altro senza beccarsi il lato negativo dell’essere bombardati di veleno, mentre a noi comuni mortali questa possibilità è negata?

Ognuno di noi sospetta che dietro ogni profilo social di qualsiasi personaggio pubblico ci sia almeno uno stagista laureato in scienze della comunicazione, quindi il fatto che Lena Dunham non sappia la password del proprio account twitter non ci tocca particolarmente. Se non fosse che tutta la sua figura è costruita proprio nel continuo scambio tra pubblico e intimo, anche letteralmente, se pensiamo al suo completo Calvin Klein. È qui che la contraddizione si fa dura da sciogliere: l’autenticità che contraddistingue la vita pubblica di Lena Dunham, che non va certo confusa con la genuinità – dal momento che nessuno di noi è mai più stato davvero genuino dopo la nascita di Myspace –, sta nel suo buttarci in faccia successi e fragilità: la sua ciccia, come il suo non voler accettare una violenza non fisica.

Di fatto, critichiamo tanto quei personaggi pubblici che si fanno bandiera di istanze generali che vivono sulla propria pelle, che coloro che nascondono il loro privato a scapito del potenziale riflesso che potrebbero avere sulle altre persone. Essere schivi ad ogni costo o ostentantare qualcosa di sé autoproclamandosene icone è, in fondo, la stessa cosa, se si hanno 2 milioni di follwer. Un corpo come quello di Lena Dunham sarebbe difficilmente passato inosservato in un universo così definito dalle immagini e lei ha scelto di assumerlo in toto come elemento identitario. Ma al di là di questo, che in ogni caso resta un punto controverso e interessante, l’intera faccenda si fa ancora più iconica dal momento che pone una questione non scontata: la responsabilità della circolazione della nostra immagine pubblica e delle dinamiche in cui infiliamo. Ci siamo spinti davvero così in là con l’esposizione di noi stessi, che ora tornare indietro è impossibile: nessuno ha realmente voglia di farlo e forse non sarebbe nemmeno giusto. Ma allo stesso tempo abbiamo una disperata necessità di imparare a recuperare uno spazio di sicurezza, di inserire un filtro tra noi e il mondo ipervisibile di Internet, di fermarci a pensare cosa significa relazionarsi in un luogo così aperto e privo di difese.

Lorenza Accardo
Divisa tra Roma e Bologna, sogna di fare la popstar. Reduce dalla vertigine semiotica, collabora con alcuni festival di arti performative e scrive qua e là. @LouSophia7
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