Il cielo è verde sopra Roma
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Il cielo è verde sopra Roma

Sul ponte Regina Margherita, quello che collega Via Cola Di Rienzo a Piazza del Popolo, dei giacchetti neri North Face e degli zuccotti Stone Island camminano a fianco di una felpa verde con scritto LEGA. Camminano lontani, in modi diversi, e non si parlano. Il primo impatto con la piazza che accoglierà Salvini è duro. […]

Sul ponte Regina Margherita, quello che collega Via Cola Di Rienzo a Piazza del Popolo, dei giacchetti neri North Face e degli zuccotti Stone Island camminano a fianco di una felpa verde con scritto LEGA. Camminano lontani, in modi diversi, e non si parlano.

Il primo impatto con la piazza che accoglierà Salvini è duro. Piuttosto duro.

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La signora mi ha detto che sono bello ma sembro comunista; e io che mi ero messo la giacca più nera che avevo. Sentono l’odore.

 

I manifestanti sono tutti arrivati con i treni e i pullman, mentre l’arrivo del corteo di Casa Pound è previsto a comizio in corso. La prima cosa che noto è che non c’è nessuno nato al di sotto del Po.

Dal palco cala una musica apocalittica, un crescendo classico di cori e orchestra alla Hans Zimmer, però coatto. Mi ricordo che alla manifestazione di Renzi la playlist era composta per lo più da: Coldplay, Jovanotti, Mika e Vasco Brondi.

Il mio accompagnatore – che è così renziano da non perdersi neanche le manifestazioni contro di lui – nota subito l’oscena somiglianza grafica e cromatica tra l’enorme RENZI A CASA del palco e ADESSO!, lo slogan delle prime primarie di Renzi.

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Certo, il font di Salvini è quello che è, però l’Underwoodanesimo ha conquistato pure lui.

 

Parto per una breve ricognizione alla scoperta del popolo leghista. Seduti sul muro della piazza, dal lato libero dal palco, dei ragazzi divisi in due gruppi si palleggiano un coro: «Padania!», «Libera!». Sotto alla fontana del Nettuno sono posizionati i banchetti che danno la maglietta RENZI A CASA e subito dietro ci sono tre trattori simboli delle partite IVA portate in Piazza da Salvini (espressione mutuata dal servizio di Sky).

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Barbari e monumenti romani, vol II.

 

Sui cori la Giovanile leghista di Milano – con la quale non riesco proprio a fare amicizia – ha stracciato tutti: «Alfano / Scafista / Sei il primo della lista!». Bello anche «Bruceremo / bruceremo / bruceremo il Tricolor» alzato dai Veneti che battono la bandiera con il leone di San Marco. Non sono solo i cori e la musica apocalittica a risuonare in piazza. Ogni tanto si sentono dei campanacci da mucca, accompagnati dal rumore di sottofondo, registrato su megafono, di una trebbiatrice automatica: orgoglio lavoratore e contadino che noi disoccupati di città non comprendiamo.

Ecco invece un breve elenco di striscioni e cartelli.

  1. Cartello homemade con da una parte «L’unico modello da imitare è la Francia del 1789» e dall’altra «Se ti hanno rubato il futuro riprenditelo nelle case dei radical chic che si sono arricchiti rivendendolo».
  2. Cartello di un ex alpino dell’associazione “Fanti del Piave” che ha vicine la bandiera delle Repubblica delle Venezie e quella italiana, sopra la scritta «Il Piave mormorò, non passa lo straniero».

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  1. Citazione tra le più riuscite di uno famoso.

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Parte non a caso «chi non salta comunista è! È!», vecchio tormentone che non sfigura mai.

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Vengono anche stappati i primi fumogeni.

Finalmente si intravedono bandiere italiane che scendono dal Pincio verso la Piazza: arrivano i nostri.

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Il presentatore del comizio – una specie di Cattelan grasso e con accento lombardo – prende la parola e inizia ad arringare la piazza come i vocalist di Riccione: «Siete prontiiiiiiiiii?». Almeno la musica apocalittica si è abbassata.

La passione per ordine&disciplina porta Casa Pound a entrare nella manifestazione in un fila indiana che forma un serpentone nero; davanti vanno i vessilli con la tartaruga, e la nuova sigla Sovranità con il logo composto da due autoctone spighe di grano italico e due gigantografie dei Marò, che se fossi in loro toccherei ferro per tre giorni.

Il gruppo è accompgnato da un coro nel quale viene strillato qualcosa sull’Italia, la sovranità etc., ma lo spigoloso accento romano stride con il contesto padano.

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Le bandiere italiane accanto a quelle Padane saranno sicuramente le prossime protagoniste dell’imperdibile editoriale di Scalfari.

 

Inizia il comizio con una sfilata di corporazioni, «Perché Noi della Lega stiamo vicini alla gente che L-A-V-O-R-A. Si parte con il rappresentante degli Esodati, che si lamenta di non essere un ROM e di non avere assistenza statale; si passa alla categoria Genitori sepArati, scompiglio tra i miei vicini bergamaschi: l’oratore è napoletano, «per fortuna parla poco» nicchia la shura con bandana verde. Poi ci sono gli agricoltori, i pescatori che vanno per mare con la pistola e il sindacato della Polizia che invita a provvedere da soli alla sicurezza perché non è più come quando si giocava per strada.

Subito dopo il presentatore annuncia lei, Greta, la studentessa leghista. Arriva sul palco e con tono monocorde e accento friulano inizia a lamentarsi con il Matteo-giusto della discriminazione che gli studenti leghisti devono subire nella scuola pubblica, un fatto inaccettabile. Le riflessioni per l’intervento di Greta mi fanno perdere le perle di Siri (che è un umano) e una tizia marocchina che è contro l’oscurantismo arabo, e che poi ho scoperto essere un’ex deputata PdL. Il leitmotiv di tutti gli interventi della società civile è riassumibile in noi, nonostante le cosette sui diritti, gli immigrati e l’Europa, siamo LA BRAVA GENTE.

A quel punto i casapoundesi non si erano ancora integrati nella manifestazione, protetti da un cordone di armadi con i fratini.

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Perfetti da riciclare in un torneo all’italianissmo giuoco del pallone.

Tutti ancora freddini e forse imbarazzati nello stare accanto a uno striscione che invoca l’indipendenza veneta, si scaldano solo all’intervento di Di Stefano, leader dei fascisti del terzo millennio. Tolti i vari prima gli italiani!, sovranità! Banche cattive!, il suo intervento sembra più che altro finalizzato ad ammettere davanti a Salvini «fai-di-noi-ciò-che-vuoi-sennò-moriamo-di-solitudine».

L’entusiasmo militante finalmente scioglie le ordinate fila e i due popoli diventano una cosa sola nella piazza.

Ormai entrati nell’inconfondibile mood da destra romana, sale sul palco anche Giorgia Meloni. Il discorso, se non fosse per tutti quegli urli, è quello con più senso e coerenza. Dopo oligarchie e riforme, si prende la platea insultando il radicalchicchismo di Gino Paoli e della Boldrini, colpi facili. Poi mette a segno una bella combo parlando di Libia: l’Isis gestisce gli sbarchi, ergo l’Isis avrà cellule in Italia, ergo noi ci mandiamo Prodi a mettergli l’euro così diventano poveri. (Chiaro, no?).

Solo ora mi accorgo di quanto il palco sia affollato, di gente e bandiere russe. In questo pare più simile al palco pubblico delle anti-silviate di Rodotà, Landini&co che non a quello solitario di Renzi.

Subito dopo la Meloni dà appuntamento a Venezia per la seconda tappa del Tour-anti-berlus… anti-Renzi, volevo dire Renzi.

Berlusconi non è mai stato nominato da nessuno, in tutta la manifestazione. 

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Mi passa accanto lei.

C’è un breve quanto poco memorabile intervento di Zaia, che mi sembra uno sceriffo del New Mexico; poi un videomessaggio doppiato della Le Pen che fa scappare un braccio teso ad un ragazzo davanti a me, in fin dei conti l’unico della giornata, a occhio.

Alla fine arriva Matteo, quello giusto. Indossa una camicia bianca con sopra una maglietta nera in onore di Stracchio, il benzinaio eroe del Nord-est. Parte forte prendendosela con gli okkupachiese che non vogliono far vedere quanto siete belli. Si passa al “politico”: Renzi sciocco servitore di Bruxelles, Alfano organismo monocellulare non dotato di intelligenza.

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Lu sule, lu mare, lu Salvinu.

Poi Matteo ci sorprende e ci conquista: dopo averci rassicurato sul fatto che lui non è intellettuale («non leggo 10 libri, ma ne leggo 2 e ne capisco 2») ci dà dei consigli di letture che formano un pantheon tutto da decifrare.

Primo consiglio: la diga del Vajont, transeat.

Secondo consiglio: LE FOIBE. Viene giù lo stadio, dietro si sente il ruggito di Casapound, io mi metto a ridere perché la interpreto come una battuta riuscita bene. Anche i leghisti apprezzano, visto che vengono tirate in ballo le maestre di sinistra.

Terzo consiglio: la Masseria delle Allodole. Cespugli rotolano nel silenzio di Piazza del Popolo. Poi Matteo spiega perché c’è chi vuol far entrare li turchi massacratori di armeni in Europa.

Quarto e quinto consiglio: Don Milani e la Fallaci.

Gli argomenti del discorso, però, non tengono il passo dell’aggiornamento del Pantheon: solita manfrina su lavoro («Vaffanculo alla Fornero» cit.), disabili che costano 1/3 di un immigrato, aiutiamoli a casa loro, campi rom vi prendo a ruspate, eccesso di legittima difesa non esiste («se entri a casa mia con le tue gambe, puoi uscire steso» dice a un certo punto).

Instaura un costruttivo rapporto con il pubblico per cui ogni volta che viene nominato Renzi, la piazza intona un Vaffanculo. C’è spazio anche per un chi non salta comunista è, una chiarificazione che loro comunque sono per l’Europa e una chiusura liberista sulle tasse statali.

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Avevo capito male io sull’Europa.

Il discorso non mi rapisce. Si tratta del solito polpettone di argomenti disparati, tenuti insieme più dalla retorica che dai contenuti. Non c’è un messaggio forte. In questo somiglia molto alle miriadi di bandiere che sventolano in piazza, tutte diverse e mai all’unisono.

A piazza del Popolo non ho visto un Front National italiano, non ho visto un potenziale nuovo premier. Ho visto popoli diversi che si son trovati nello stesso posto per caso, storcendo la bocca.

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Filippo D'Asaro
Nasce a Roma nell’ottobre del 1992. La sua laurea triennale in scienze politiche si è rivelata fondamentale per scrivere articoli, tenere un blog personale e portare hamburger ai tavoli.
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