Attualità: Il coatto come forma di resistenza — Intervista con Valerio Mattioli
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Il coatto come forma di resistenza — Intervista con Valerio Mattioli

Valerio Mattioli è stato tra i fondatori di Prismo e ha scritto, principalmente di musica, per diverse testate tra cui Il Manifesto, Blow Up, La Repubblica, Il Sole 24 Ore, Il Tascabile, Vice, Noisey, e molte altre. Ha scritto anche libri come Superonda, del 2016, mettendo a disposizione di tutti una parte della musica italiana rimasta […]

20 Nov
2018
Attualità

Valerio Mattioli è stato tra i fondatori di Prismo e ha scritto, principalmente di musica, per diverse testate tra cui Il Manifesto, Blow Up, La Repubblica, Il Sole 24 Ore, Il Tascabile, Vice, Noisey, e molte altre. Ha scritto anche libri come Superonda, del 2016, mettendo a disposizione di tutti una parte della musica italiana rimasta nascosta per molti anni, o come quello che sta scrivendo attualmente: una storia delle periferie romane, nella quale spicca prepotente (è proprio il caso di dirlo) la figura del coatto. Negli ultimi tempi la sua figura è stata spesso associata anche a un altro libro: Realismo Capitalista di Mark Fisher, che ha tradotto dall’inglese per NERO Editions, la casa editrice nella quale svolge la mansione di editor.

NERO nasce nel 2004 come rivista autoprodotta, sostanzialmente quasi una fanzine, distribuita gratuitamente. Fu fondata da Valerio Mannucci, Francesco De Figuereido, Luca Lo Pinto e Lorenzo Gigotti: un gruppo di amici dal quale sono nati diversi progetti e collaborazioni. All’interno di NERO Magazine era possibile trovare contributi su vari argomenti: arte contemporanea, musica, cinema, ecc. La rivista cresceva costantemente, concentrandosi sempre più sul mondo dell’arte contemporanea, e passava da un’originaria versione italiana a una versione prima bi-lingua e poi solo in inglese, raggiungendo una distribuzione internazionale. Parallelamente a essa si strutturava la casa editrice NERO, che iniziò a lavorare su libri d’artista o direttamente progettati insieme ad artisti. L’ultimo arrivato della famiglia Nero è NOT, che nasce invece sotto un altro segno: una collana editoriale pensata per avere una distribuzione più classica nelle librerie. Sono libri nel senso più “ortodosso”, pensati per essere letti dalla prima all’ultima pagina, a differenza delle edizioni particolari di NERO.

Fatte le dovute presentazioni, contatto Valerio Mattioli per metterci d’accordo su dove incontrarci per scambiare due chiacchiere sui suoi ultimi progetti, sull’attuale situazione politica e sulla musica. Indecisi tra il ristorante La Pergola, l’Harry’s Bar, il Jerry Thomas e lo Stravinskij Bar, decidiamo alla fine di vederci a Torpignattara.

Allora Valerio, ti faccio subito la domanda di circostanza: raccontami dei progetti futuri di NOT.

Pubblicheremo a breve questo libro di Helen Hester intitolato Xenofemminismo. Lei è una delle fondatrici del Laboria Cuboniks, il collettivo a cui si deve appunto il manifesto xenofemminista e che espande un po’ alcune tematiche (post)cyberfemministe. Dopodiché pubblicheremo questo capolavoro assoluto per me, In the Dust of This Planet di Eugene Thacker, che verrà tradotto con Tra le ceneri di questo pianeta. Poi, altri autori che verranno pubblicati in seguito sono Donna Haraway; James Bridle con New Dark Age: Technology and the End of the Future; l’antologia completa del Comitato Invisibile, che finora in Italia ha sempre avuto una diffusione un po’ più clandestina – questa invece sarà un’edizione più strutturata e “ufficiale”; Applied Ballardism di Simon Sellars, che è stata una sorpresa per tutti perché è veramente un gran libro; Ian Svenonius, che il pubblico di Vice conosce bene per i suoi Nation of Ulysses, e Kenneth Goldsmith, quello di Perdere tempo su internet, anche se pubblicheremo quello che secondo noi è il suo testo più importante, che in inglese era titolato Uncreative Writing traducendolo con ctrl+C ctrl+V

Ahahahahaha! Certo, sono prospettive molto interessanti.

Sì, sì, insomma: spazieremo in questi ambiti, riflessione filosofica, riflessione politica, fantascienza, tecnologia, ecc.

Ecco, proprio da qui volevo partire. Qualche anno fa tu avevi intervistato per NERO, insieme a Valerio Mannucci, Mark Fisher, in occasione dell’incontro tenutosi alla John Cabot University su Stuart Hall. Lui grossomodo diceva che il fallimento del XXI secolo sta nel fatto che esso deve ancora iniziare: in un certo senso, si tratta della scomparsa sia del presente che del futuro. Ora, quello che pensava Fisher lo sappiamo, anche grazie alle vostre pubblicazioni, per cui rivolgo la domanda a te: è arrivato poi questo XXI secolo? È vero che sono passati pochi anni, ma almeno qui in Italia, sembra che ultimamente ci sia una consapevolezza maggiore rispetto a certi temi.

Guarda, quello che è emerso a un certo punto, in un modo quasi percepibile al tatto, è che c’è stato un tentativo di reimpadronirsi di quell’ambito dell’immaginario che riguarda il futuro. I tentativi sono stati i più disparati, anche perché nel frattempo il presente andava a passi da gigante in una dimensione che ancora ci sfugge in tutta la sua complessità: automazione, intelligenze artificiali…  Il nostro rapporto osmotico con la tecnologia è alla fine il dato minimo e più immediato che si può considerare, ma oltre a questo c’è tutta una consapevolezza su un tempo prossimo in cui il pianeta stesso promette catastrofi, cataclismi, estinzione di massa, ecc. Quindi, dopo che per diversi anni ci si era adagiati in questa specie di riflusso dell’immaginario, non riuscendo ad elaborare quello slancio utopico che invece era stato proprio del pensiero radicale, o come lo vogliamo chiamare, c’è stato un tentativo di riprendere le fila di quel discorso là. Di riaggiornarle e di riproiettarle: questo ha rappresentato una boccata d’ossigeno, in un certo senso.

Tra l’altro, mi è ricapitata sotto mano un’intervista fatta a Kuedo, la metà dello storico duo dubstep Vex’D, all’epoca del suo bel disco…

Severant.

Esatto. Il disco, come ricorderai, aveva suoni molto futuristici, e infatti parte dell’intervista era incentrata su queste tematiche, anche se ovviamente non si parlava di Fisher. Lui parlava del futuro in termini di consapevolezza: si ha la sensazione di esperire il futuro quando ci si accorge all’improvviso che il presente in qualche modo è andato avanti e qualcosa è cambiato. Tutta una serie di cose che non venivano considerate appaiono invece nel presente. Che ne pensi?

Non credo sia una cosa insensata, ma una dichiarazione del genere esprime un po’ quell’atteggiamento rinunciatario che è stato dominante in quegli anni. Ricordo bene quando uscì quel disco, era molto affascinante, aveva questa patina molto strana: da una parte sembrava molto fresco, molto nuovo, dall’altra era pieno, stracolmo di riferimenti a Blade Runner, a Vangelis, e a tutta questa roba qua…

… ci sono pure tanti riferimenti al cyber. Mi è venuto in mente il Bifo di Dopo il futuro, quando dice che il cyberpunk non immagina la catastrofe ecologica, la velocità meccanica, lo sviluppo virtuale e informatico o l’apocalissi in generale, come cose che devono accadere, ma le dà già per acquisite ed elaborate, ovvero immagina una distopia presente.

Certo!

Quindi è indubbiamente una cosa futuristica, intesa però nei termini di una prospettiva attuale e non di una protensione all’avvenire…

Dipende da cosa intendiamo per futuro. Può essere molto banalmente la linea temporale che ci congiunge dall’oggi al tempo che verrà, e niente di più. Oppure si può pensare al futuro come dominio dell’immaginario, come progetto che puoi ideare per il mondo che verrà, e verso il quale tentare di indirizzare i tuoi sforzi.

Ovvio che il futuro è un terreno di contesa. Cioè, uno come Matteo Renzi ha chiamato l’edizione della Leopolda di quest’anno “Ritorno al futuro”, con la DeLorean sul palco, questi pneumatici ovunque che facevano sembrare il tutto una versione da fumetto di un centro sociale degli anni novanta. È chiaro che quel tipo di futuro non è lo stesso di… mmm, che ne so… i cosmisti! che aspiravano a esplorare il cosmo, fare i viaggi interstellari, sconfiggere la morte e stabilire il comunismo galattico. Insomma, un esempio di progetto con la sua politica, i suoi principi, e così via.

Per quanto mi riguarda, se penso alla parola futuro, penso a qualcosa di radicalmente diverso dal presente: una frattura. Altrimenti non gli daremmo questo nome: lo chiameremmo semplicemente “prossimo presente”.

 

Renzi, giusto un attimo prima di mettersi in viaggio nel tempo

 

Certo. Quindi “Ritorno al futuro” della Leopolda; Zingaretti che punta tutto su tecnologia e comunicazione, nonostante abbia detto che «sui social compaiono delle card» contro di lui, riferendosi ai post. E poi c’è Carlo Calenda che cita la prima uscita di Not, curata e tradotta proprio da te, Realismo Capitalista di Mark Fisher, nel suo libro Orizzonti selvaggiOvviamente queste questioni non sono scaturite esclusivamente da Fisher, però nascono da tutta una serie di discorsi su queste tematiche. Insomma, l’interesse verso questi concetti da parte di quella sinistra – chiaro, hanno fallito in tutto ed è anche comprensibile e prevedibile ripartire da qualcosa che si allontani dal passato – è forse motivato anche da una lontana ricezione, non saprei. Che effetto ti fa assistere a questo scempio?

Mah, io quello che vedo è proprio una disperazione generalizzata da parte di questa sinistra, chiamiamola mainstream. Un senso di smarrimento.

Questo mi sembra fuori da ogni dubbio, però Calenda ha letteralmente citato il libro di Fisher. Magari non darei per scontato che Calenda sia l’autore materiale di Orizzonti Selvaggi, ma spero che lo abbia almeno letto e “approvato”…

Ok. Ma ti dico anche di più: ci arrivò una richiesta da parte dei Giovani Democratici, quindi dei giovani del PD, per invitare Bifo a una loro manifestazione…

Santo cielo!

Questo è bizzarro perché ritrovarsi Bifo a una manifestazione del PD – per quanto Giovani del PD, magari critici nei confronti della dirigenza, e quello che ti pare… – sarebbe stata una cosa inconcepibile anche solo fino a pochi anni fa. Il discorso qual è? Da una parte la sinistra mainstream è stata la principale responsabile di questo senso d’impotenza che a un certo punto si è diffuso partorendo poi un vicolo cieco di ansia, frustrazione ed eterno presente depressivo; dall’altra, la risposta del resto del mondo è convogliata in queste forme aberranti di ritorno dei fascismi, e così via. E tale è la violenza di questo tipo di risposta che, almeno per quello che mi sembra di vedere, c’è un tentativo da parte di quel tipo di sinistra di reimpossessarsi di una serie di vocaboli e immaginari che dagli anni novanta in poi aveva scientemente messo da parte. Però mi sembra lo facciano in maniera piuttosto goffa e posticcia.

Assolutamente sì. È un po’ come quando in libreria appare Marx tra i “classici del business”.

Che ti devo dire, può darsi pure citino questi autori per dare l’impressione di essere aggiornati. Mi ricordo che — se non sbaglio al convegno del PD — …

Ah, dove c’era quello del Grande Fratello?

Esatto! Pure lui citava gli accelerazionisti. E uno può pensare «ah, grande, al PD hanno scoperto l’accelerazionismo!», ma la realtà è che c’è questo tentativo un po’ disperato di darsi una spolverata, dopo aver passato gli ultimi vent’anni a rompere le palle con Steve Jobs evidentemente sorge il bisogno di altri numi tutelari. Non credo da quel mondo lì arriverà mai chissà quale ripensamento o reale immersione all’interno di determinate tematiche. Quello che al momento puoi constatare è che riescono al tempo stesso a citare Mark Fisher e votare l’articolo della Lega per l’autodifesa, avere Minniti e difendere Lucano, cose così: aberrazioni pure.

Ahahaha veramente! Soprattutto, citare Mark Fisher e incentrare tutto il loro progetto politico sul lavoro. Ovvio che sarebbe quasi impossibile di punto in bianco proporre una politica anti-lavorista, però un minimo di contesto, insomma…

Ma figurati, la sinistra cosiddetta mainstream ha prodotto una tale quantità di fenomeni grotteschi che è fin troppo facile fare dell’ironia; e la sensazione è che quel mondo sia al momento come condannato, destinato a estinguersi… Solo che adesso il guaio non è nemmeno quello; a me personalmente frega anche relativamente poco dell’estinzione della “sinistra riformista”: quello che mi preoccupa è che da una parte si sta profilando un mondo infinitamente peggiore, e che dall’altra non c’è niente che sembri in grado di rispondergli. Io noto un sacco di risposte entusiaste ai titoli che proponiamo come Not, e questo naturalmente – come dire – mi consola; ma certo non sono realtà minuscole come una collana editoriale di ultranicchia che possono invertire la situazione…

Però ecco, le idee circolano, anche su diversi strati, ma non si capisce perché poi in qualche modo finiscano per sbiadirsi. Sembra quasi che alla base di tutto ci sia la mancanza di una sorta di propedeutica…

Ma no, ovvio che nessuno ha il controllo di come le idee circolino, però in qualche modo un messaggio arriva e qui e là intuisci anche delle risposte. Poi, anche nei momenti di massimo progresso della storia nazionale, non è che andavi in catena di montaggio e trovavi l’operaio che ti citava a memoria i passi dei Grundrisse.

Effettivamente no, ma credo che all’operaio il messaggio non arrivi proprio.

Probabilmente no, ma magari arriva al giovane precario che lavora nel call center o nell’agenzia pubblicitaria che dir si voglia (ormai non vedo nessuna differenza tra le due). Io sono contento che un certo tipo di immaginario cominci a girare, perché magari alla fine riesce a spostare l’asse e intanto ti aiuta a definire un pur vago orizzonte. Il problema è che nel frattempo i sommovimenti e gli sconquassi sono tali che, come risposta, è quasi inesistente: non puoi affrontare l’onda fascista citando due libelli di filosofia… Tuttalpiù la puoi affrontare nel momento in cui – magari anche grazie a quei due libelli – hai dalla tua parte un immaginario forte, articolato e attrattivo…

Erotico.

Sì, diciamo libidinale, desiderante, qualcosa che ti spinge ad abbracciare quell’immaginario anziché un altro. Tutto sommato non me la sento nemmeno di essere così severo sul fatto che c’è gente che prende questi autori e li cita male: in fondo è la prova che quell’immaginario si sta diffondendo, che sta contaminando il discorso pubblico. È un segnale minuscolo ma è pur sempre un segnale.

Effettivamente hai ragione, però la mia “preoccupazione” ha motivazioni storiche. Per citare un altro dei vostri libri, Inventare il futuro, Nick Srnicek e Alex Williams a un certo punto delineano una bella storia del liberismo nel quale spiegano come, attraverso i think tank e una sorta di psicologia del marketing ante litteram, alcune idee siano potute diventare forza egemonica. Ma anche in quel caso si trattava di un’appropriazione di idee estratte da un miscuglio di capitalismo e proto-sinistra che poi si sono tradotte in quella forma snaturata che domina tutt’ora.

Bah, io non credo che i think-thank neoliberali storpiassero alcunché: erano fieri e orgogliosi rappresentanti di un’ideologia, e dal loro punto di vista hanno pure lavorato bene, se pensi a come quell’ideologia sia infine diventata dominante. Poi guarda, Srnicek e Williams fanno una loro analisi e danno le loro soluzioni, che non necessariamente sono le mie. Quel libro per noi era interessante perché poneva dei temi, ma non è che in quel libro trovi “la linea di Not”, anche perché una linea non ce l’abbiamo. Il tentativo è semmai di provare a unire dei puntini che in vario modo contribuiscono a disegnare un orizzonte di possibilità, o anche semplicemente restituire quel senso di… diciamo “eccitazione” che puoi provare nel confronto con certi pensieri.

 

 

Tutto chiaro. Facevo riferimento a Inventare il futuro perché alla fine è il testo più “programmatico” tra i vostri.

Ah, certo.

E poi perché tra i tanti spunti che offre c’è n’è uno particolarmente interessante secondo me, che è la finestra di Overton. Secondo te, su quale terreno potrebbe funzionare una cosa del genere?

No, io penso che altro che finestra di Overton: per me il percorso è lunghissimo e in questa fase disperato. Sinceramente, non sono granché ottimista sull’immediato futuro…

Figurati.

Ma anche per quanto dicevamo prima: per poter aspirare a una diffusione di determinati immaginari, prima questi immaginari vanno costruiti e soprattutto resi desiderabili. Srnicek e Williams propongono un approccio che è quasi top down, di conquista dei gangli della comunicazione, cosicché certi argomenti diventino lingua franca al punto quasi di imporsi da soli. Poi pensi all’Italia e ti ritrovi con mostruosità tipo il dibattito sul reddito di cittadinanza, che nel discorso pubblico è diventato l’equivalente di quello che una volta avremmo chiamato “reddito base” o che so io, e che per come è stato proposto dal M5S è una roba da nazisti punto e basta. E a me fanno sorridere quelli che da noi invocano Corbyn e Sanders, sia perché non è che Corbyn o Sanders siano chissà quali rivoluzionari per il comunismo di lusso globale, sia perché mi viene da rispondere «ma santiddio, noi qui stiamo al grado zero – ma zero proprio». Cioè, se io vado in borgata in mezzo ai pischelli con cui sono cresciuto, altro che “grime for Corbyn”: quelli adesso votano Salvini, capito? Ed era la stessa gente che magari ai tempi veniva con te al rave perché c’era la techno e la droga, e che – seppure per via del tutto impolitica – aveva quantomeno annusato una prospettiva politica altra, di emancipazione, di desiderio, di inclusione…

Stessa identica cosa con i miei amici di vecchia data. Ti dirò di più: frequentavo tanti ultras all’epoca, che per motivi ontologici odiavano divise e quant’altro, e invece adesso sembrano aver incanalato quella rabbia verso immigrati e “poracci” in generale.

Ti viene da pensare a quello che dice Bifo in Futurabilità: abbandonare la speranza. Che non significa essere necessariamente disperati, ma abbandonare quell’atteggiamento del genere «va bene, dai, tanto tutto si ricomporrà»… Cioè, per quanto mi riguarda qua ogni giorno è come svegliarsi in un incubo…

Veramente, eh. Poi Bifo è geniale perché qui prosegue quel discorso iniziato con Dopo il futuro, nel quale individua uno dei tratti essenziali della tecnologia contemporanea – ovviamente per come ci è dato viverla, e non per quello che potrebbe in realtà offrire – ovvero: tutto è facilitato e guidato quindi, automaticamente, viene meno la sensibilità e porosità dei corpi. Parla infatti di “corpo glabro”.

Non lo so… Guarda, io spesso provo a “studiarmi” le comitive di pischelli che passeggiano qua in zona, oppure i ragazzini che incrocio nella Metro C oltre il GRA, o quelli che incontro quando vado a fare le passeggiate per Torre Maura… Sono quattordici-quindicenni che per certi versi sembrano vivere una dimensione totalmente diversa da quella anche solo di un decennio fa, ma che al tempo stesso è identica da sempre. Cioè, sono pischelli che vanno in giro con ‘ste casse che sparano la trap a palla, il cellulare sempre acceso per mandarsi i messaggi, eccetera. Ma poi si fermano all’angolo e chiacchierano della pischella che li ha lasciati, di storie di coattanza, e insomma di tutto l’armamentario borgataro che era lo stesso con cui sono cresciuto io prima di Facebook, Instagram o quello che è. Quindi sì: da una parte hai la tecnologia che fa da filtro, che desensibilizza quello che Bifo chiama il “corpo glabro”. Ma dall’altra resta questa verità: e cioè che le forme di vita che incontri ai margini continuano comunque a subire e a cavalcare la dimensione politico-esistenziale del margine; che è una dimensione di ultra-porosità, di ultra-carnalità, di ultra…

Concretezza.

Esatto! Quindi ecco, quando Bifo dice «noi dobbiamo puntare alla Silicon Valley globale – lui la chiama così – come gli Autonomi degli anni Settanta stavano davanti ai cancelli della Fiat», io penso ok, ma forse anche negli anni Settanta non era davanti ai cancelli della Fiat che si forgiava il futuro. Forse il futuro è, appunto, nel margine. Nelle forme di vita che, per vari motivi, più subiscono l’impatto diretto, frontale, col mondo in trasformazione. Solo che come ci arrivi al margine, senza quell’immaginario desiderante di cui parlavamo prima?

No, assolutamente. Una cosa tipo la scena Rave invece, in qualche modo, l’aveva fatto.

Più o meno sì, lo dicevamo prima: vedevi i pischelli di borgata che prima giravano con le celtiche al collo e poi da quell’esperienza ne uscivano “trasformati”, diciamo. Cioè, io sono diventato amico di tizi con cui a quindici anni mi ci prendevo a catenate, non è roba da poco…

Peccato però che si sia spenta subito.

Non è che si è spenta subito, ha avuto il suo percorso storico. Probabilmente non possiamo neanche più ripartire da lì.

No, infatti, la penso come te.

Sarebbe stupido. Non puoi prendere una cosa di 20/25 anni fa e riattualizzarla perché ha funzionato una volta e allora speri funzioni ancora. Se funzionava all’epoca era proprio perché era l’Altro, era l’inaspettato, era… il futuro, appunto.

 

«la mitica serata del 4 aprile 1992 centrosuonorave ripropone un’ora di uno dei rave più mitici il mitico ombrellaro alla consolle luca cucchetti e gianni parrini dal cellophane»

 

A proposito: alcune peculiarità del movimento rave sono state rivendicate da un altro movimento, quello dell’elettronica hi-tech. Il tentativo è stato quello di reimpossessarsi di un certo modo di intendere la club culture: riconquistare cioè, uno spazio che sia più possibile fluido, condiviso, libero, ecc.

Ebbene, tutto questo è sacrosanto, e lo condivido pienamente, però, almeno per quanto mi riguarda, io non esco mai. Voglio dire, mi piace tantissimo quella musica e francamente credo di cogliere la gran parte dei riferimenti e dei messaggi politico-sociali che lancia (e che, ripeto, condivido), ma non credo di essere particolarmente stronzo se invece di andare in un locale la ascolto quasi esclusivamente a casa.

Ma assolutamente no. Anzi, la dimensione della cameretta, se vogliamo, è proprio connaturata alla storia della musica elettronica. Se guardiamo alle origini dell’elettronica “incolta”, è musica che spesso nasceva proprio in cameretta da tizi che smanettavano con la drum machine e che non necessariamente era poi destinata al grande sabba del ballo.

Però sorge un dubbio: quindi la musica è segregata in questa dimensione così totalmente atomizzata? Quel linguaggio sociale che aveva la musica e che funzionava da aggregatore è andato completamente perso? Oppure quelle forme di aggregazione si sono spostate in un altro linguaggio che ritrovi nel momento in cui – non lo so – ascolti la traccia e apri la chat per parlarne con un amico e discuterne assieme?

Io una risposta non ce l’ho. Da una parte penso che queste modalità di condivisione “telematiche” siano a tutti gli effetti una forma di socialità; dall’altra però, se prendo le comitive di pischelli di cui parlavamo prima, li vedo che passeggiano in strada con ‘ste casse bluetooth tipo ghetto blaster anni Ottanta, da cui sparano la trap a volumi assurdi… Hai presente, no? È una forma di coattanza, ma anche un modo per segnalare «Guarda, io ci sono, e m’ascolto questo». Attraverso il fatto che io ti obblighi ad ascoltare a volume assordante quello che mi ascolto io, ribadisco una presenza che è anche contatto e quindi condivisione “carnale”, no?

Sai che c’è però? Anche io li vedo spesso, poi penso pure «oh, alla fine stanno ascoltando la trap, ottimo», però contemporaneamente noto anche una sorta di schermo protettivo. Per esempio, quando porto il cane al parco incontro sempre questo ragazzetto che sta anche lui col cane e s’ascolta l’emo-trap tipo XXX Tentacion e Lil Peep con quel cosetto…

Bisognerà scoprire poi se ha un nome proprio, ‘sto cosetto…

Ahahahahaa infatti! Comunque, dicevo, vedo sto ragazzetto e provo a parlarci, gli chiedo «cosa ascolti?», «lo conosci Gaika?», però questo non mi fila per niente. Resta una cosa molto introspettiva da parte sua, mi sembra molto…

…adolescente? Perché in fondo quello è: un rito dell’adolescenza. Non è troppo diverso da un ragazzino chiuso in stanza ad ascoltarsi i Cure nel 1982.

Oddio, a questa cosa non c’avevo pensato, è vero.

Cioè, c’è sempre questo doppio canale che è al tempo stesso gesto di protagonismo e dichiarazione di separazione. Da una parte, ribadisci che ci sei. Dall’altra, sottolinei che non sei parte del mondo “normale”, che con la gente comune tu non c’entri

È vero. Senza considerare che poi lo incontro spesso la domenica mattina appena alzato e di solito sto vestito come suo nonno. Quindi, riflettendoci, mi stupisce sempre meno la sua reazione.

Più che altro preoccupati che una volta raggiunta la maggiore età non vada a votare Salvini! Perché ok, queste dimostrazioni di alterità sono sempre dei barlumi di speranza, ma quando restano a uno stadio diciamo così impolitico non sai mai che forme prenderanno…

Sì, totalmente imprevedibile.

Ma questa appunto è quella tipica latenza, quella tensione doppia che sempre hai nelle forme di vita liminali. Non è che la periferia, la borgata, gli strati bassi delle gerarchie sociali siano “per loro natura” questo mondo di sfruttati e buoni selvaggi in lotta contro il potere… Cioè, sono al contempo vettori delle peggiori forme di reazione, di sopruso e di intolleranza. Però ciclicamente hai anche queste esplosioni di totale emancipazione, di visionarietà assoluta, di invenzione, di sovversione… Alla fine dalle periferie sono arrivate alcune delle espressioni culturali più d’avanguardia degli ultimi decenni.

Indubbiamente, se dovessi riservare una speranza per il futuro la impiegherei per quelle forme lì.

Ma sai, dai un’occhiata alla comitiva che bazzica qui accanto: uno può anche farsi prendere dall’entusiasmo e pensare «ah, che bella la comitiva multietnica! Ragazzini di origine asiatica e nordafricana tutti assieme coi loro coetanei italiani, qui sì che finalmente prende piede l’integrazione! Abbasso il fascismo, evviva la convivenza!». Ma tu mica stai guardando un cazzo di cartellone pubblicitario della United Colors of Benetton. Tu stai guardando una comitiva di coatti, cristosanto. E le comitive di coatti sono storicamente portatrici di comportamenti – appunto – coatti che possono andare dalla vessazione alla prepotenza più bruta. E però si portano appresso anche una pulsione emancipatrice, che va dal «non me ne frega un cazzo dei valori imposti» al «non me ne frega un cazzo di lavorare» per arrivare al semplice «voglio godere, stare bene e basta». Quale delle due cariche prende il sopravvento, dipende anche molto dall’orizzonte che ti trovi davanti. Rientra il solito discorso degli immaginari desideranti, no? Un immaginario che ti faccia infine propendere per Satana anziché per il Dio patriarcale, paternalista e prevaricatore, che è poi il Dio dei cieli, il Dio padrone, il Dio dell’ordine fascista.

Ahhahahahahah! Quanto è vero! Comunque, tornando al nostro discorso, sono serio quando dico che la club culture non è la dimensione sociale privilegiata della musica, o quantomeno non l’unica. Insisto su questo perché mi sembra che invece gran parte del dibattito sia incentrato su una prospettiva fisica e corporea. Aggiungo pure che internet, e non da ultimo Facebook, in qualche modo mi hanno cambiato la vita!

No, figurati, ti capisco benissimo. Ma quello che vedi nelle ultimissime generazioni è proprio questo scontro tra ricerca corporea e dimensione data dalla tecnologia che però non avviene in maniera liscia, pacifica. Cioè, tu un giorno hai l’editoriale «i giovani d’oggi non fanno altro che stare davanti a uno schermo e non escono più per strada», e poi il giorno dopo questi ritratti di cronaca ultradrammatici in cui ancora compare la figura dell’adolescente che cede al cliché della trasgressione e va a cercare la droga in giro come in un film sulla devianza giovanile di trent’anni fa. È chiaro che tra queste due letture c’è in mezzo qualcosa, e che in quel qualcosa si scontrano dei mondi. L’avvento della tecnologia non è stato quel percorso liscio, fluido, funzionale, che tanto sarebbe piaciuto al pensiero “illuminista-progressista” in voga fino all’altroieri. Perché comunque questa entità misteriosa che chiamiamo “tecnologia” arrivava su qualcosa, si scontrava con biografie e contesti socioculturali pregressi, ed è stata di conseguenza distorta, rielaborata da usi imprevisti, rimodellata secondo funzioni altre, piegata a esigenze di tutti i tipi. E il risultato è questa tensione non risolta, questo conflitto quasi insolubile tra spinta dall’alto e distorsione dal basso.

Ora, tu pensaci: lo smartphone è tanto il simbolo del giovane professionista urbano perennemente connesso e pienamente inserito nei flussi della contemporaneità, tanto l’emblema del migrante che lo usa per le sue traversate ai fini della sopravvivenza. E lì di cosa parliamo? Di paradisi virtuali e spazi eterei popolati da entità glabre che comunicano solo su whatsapp, o di corpi? Al solito, è soprattutto nelle forme di vita marginali, liminali, che per motivi vari non vengono schermate da tutta una rete di protezioni, che più esplode forte la contraddizione, e che quindi puoi intravedere con più evidenza come di glabro nel presente alla fine non ci sia (quasi) niente.

Tutto vero. E proprio per non andare fuori tema, direi sia giunto il momento di parlare di Autechre.

Che sono appunto la dimostrazione di come LA TECNOLOGIA È VIVA, ahahah!

Ahahah, veramente!

Nelle ultime prove sono arrivati a livelli mostruosi. Però forse il disco in cui più noti questo  gioco tra l’inumano della “tecnologia” e quel briciolo di umanità che in qualche modo ti tiene ancora là, è Oversteps del 2010, disco sottovalutatissimo…

No, no, macché, grandissimo disco!

Ti dico la verità, quando uscì non me lo filai di striscio – alla fine me l’ha fatto scoprire Marco Caizzi [dei Rainbow Island], quindi grazie Marco. La mia preferita probabilmente è l’ultima traccia, perché c’è questo inabissamento che prende piede man mano, e in cui per la primissima volta in vita mia ho sperimentato frequenze che non pensavo fossero proprio… producibili.

Ma dai? Oversteps lo adoro, ma per traccie tipo see on see, quel pezzo finale di cui tu parli non me lo ricordo.

C’è questa frase discendente di synth che va sempre più giù e man mano il suono si espande fino a occupare tutto lo spettro e pure oltre: a livello di sound design è una cosa pazzesca. Magari ad ascoltarla di sfuggita non ci fai caso, io di solito me la sparo la domenica quando per rilassarmi faccio queste sessioni di fumo ed erba in solitaria, quindi ok, immagino che la mia percezione sia in parte “implementata”… Però ti giuro che una volta ho sentito il pavimento crollare, sono stati momenti di vero terrore! Che meraviglia… Consiglio a tutti di ascoltare la musica così – è l’unico appello ai giovani (e non) che mi sento di fare.

Poi che altro stai ascoltando?

A parte loro, poca roba mi ha entusiasmato ultimamente. Oneohtrix Point Never e Sophie, poco altro.

Idem, mi sa che pure tutta questa roba HD alla fine è finita…

Ma sai, alla fine un disco come Far Side Virtual (che possiamo prendere come atto di fondazione della nuova elettronica HD o come la vuoi chiamare) è del 2011: sono passati non proprio dieci anni ma quasi. Probabilmente è un suono che ha esaurito la sua missione storica…

Vorrei però capire che cazzo c’è dopo. Boh, forse c’è un momento di ritorno…

Sì, però che palle! Cioè, senza essere troppo manichei, eh, però un’altra volta retromania no.

Sì, però sai: la musica serve anche ad aiutarti a rimanere vivo nei tempi che ti toccano. Ci pensavo tempo fa ascoltando gli Hüsker Dü, i Replacements e tutto quel giro lì: tu negli anni Ottanta avevi questi gruppi rock (nel senso proprio di RUOCK) che facevano le cover degli anni Sessanta e per giunta negli stessi anni in cui nascevano musiche “futuribili” come hip hop e techno, insomma una roba proprio RETRO. Però quella è stata la musica di una forma di resistenza, i ragazzi ci si aggrappavano disperati – considera che erano gli anni di Reagan, della Thatcher, dell’eroina… E niente, ascoltavo gli Hüsker e mi chiedevo: perché adesso non c’è più niente del genere?

Vabbè, adesso c’è la trap, o un disco tipo quello di Lopatin per esempio che comunque è pieno di melodie.

Ok ma quella di Lopatin è una musica elettronica ultraconcettuale, io mi domandavo proprio se fosse possibile un ritorno della “funzione rock” per come questa si sviluppò trent’anni fa…

No, il rock è proprio finito. Non esce più niente di bello. Lo stesso vale per i vari cantautori, tipo Kurt Vile, che ho sempre amato: l’ultimo disco mi ha parecchio deluso.

Non so, prendi ’ste cose tipo Courtney Barnett…

Mamma che accollo…

…è roba così gentile, così educata… Bah. Forse la logica dovrebbe rimanere sempre «cosa ascoltano i tamarri del posto X?». Sai, il discorso di prima su coatti e tutto il resto. Alla fine spesso è da lì che arrivano le musiche più singolari o inaspettate… Non dico belle, eh? Ma che comunque portano qualcosa di nuovo ed eccitante. Un caso tipico è stata la roba di Lisbona del giro Principe Records, alla fine era un po’ il grime locale. La questione geografica è interessante. Sarebbe da andare a vedere cosa succede, che ne so, a Sofia! Magari nei posti più improbabili sta prendendo piede una musica altrettanto improbabile – e lo dico in senso buono. Certo, significa anche mettersi a fare delle ricerche, mandare definitivamente affanculo l’anglocentrismo… E il mondo è tanto grande, le dinamiche così istantanee…

Forse significa che ha preso piede questa deriva fluida, senza centro. Potrebbe essere un punto di vista.

E questa è una cosa interessantissima e anche salutare, in realtà. Chiaro, come controindicazione ha quella di non riuscire a creare mai un linguaggio veramente condiviso. Però lasciami dire che se davvero dovessi individuare da qualche parte “il suono dell’oggi” tirerei fuori, che ne so, i Laibach. Un gruppo sloveno che le cose migliori le ha fatte trent’anni fa. Solo che non c’entra tanto il discorso “basta con l’anglocentrismo” né tantomeno quello “futuro vs. passato”: c’entra proprio il fatto che secondo me il mondo sta per fare la fine della Jugoslavia, quindi prepariamoci. Loro alla fine lo dicevano già a suo tempo: «We, the Balkans, we are the future!». E noi che non li siamo stati a sentire…

Riccardo Papacci
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