Attualità: Il governo giallo verde tra “Breaking Bad” e la locura
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Il governo giallo verde tra “Breaking Bad” e la locura

«Il Quirinale e Mattarella hanno mentito.»  Inizia così il lungo e delirante viaggio del cosiddetto Governo del Cambiamento, con una frase, un’accusa di chi in quel governo non ci ha messo mai piede perché si trovava altrove, nelle indie occidentali a riscrivere i diari della motocicletta o, per i radical chic laureati in lettere, i […]

20 Dic
2018
Attualità

«Il Quirinale e Mattarella hanno mentito.» 

Inizia così il lungo e delirante viaggio del cosiddetto Governo del Cambiamento, con una frase, un’accusa di chi in quel governo non ci ha messo mai piede perché si trovava altrove, nelle indie occidentali a riscrivere i diari della motocicletta o, per i radical chic laureati in lettere, i Cent’anni di solitudine di Marquez.

Alessandro Di Battista, pochi giorni prima dell’insediamento di Giuseppe Conte, sentenzia in questo modo contro il Quirinale e, mentre un Salvini mascherato da nuovo Divo tace sapientemente, il Che Guevara nostrano insieme a tutto il Movimento, invocano la rivoluzione su Roma nel giorno della Festa della Repubblica. Oggetto della questione? Il rifiuto di Mattarella nell’inserire un ministro no-euro, Paolo Savona alle finanze.

Il sogno italiano, il Make Italy Great Again, si stava per infrangere contro il muro Cottarelli che, prima di ricevere un mandato esplorativo (che come sappiamo è stato rifiutato da praticamente tutto il nuovo Parlamento) stava finendo di vedere Breaking Bad su Netflix. Probabilmente Cottarelli non sapeva, e non poteva sapere, che lui in quel momento si trovava nella stessa situazione del povero Gale Boetticher, il brillante chimico ucciso da Jesse (Yo, Bitch!) per salvare la vita a Walt (non Whitman) e a se stesso.

 

 

E sì, perché mentre il caro vecchio Cottarelli stava sacrificando ore di binge watching per dare un governo del presidente a questo Paese, Walter White Salvini e Jesse Pinkman Di Maio avevano già trovato l’accordo per formare il nuovo esecutivo.
Fuori Savona alle finanze, per lui un ministero senza portafoglio agli affari europei, e dentro Giovanni Tria, professorone di stirpe molto più moderato.

Ma chi è il Presidente del Consiglio? Un ordinario di diritto civile alla facoltà di giurisprudenza all’Università di Firenze. No regà io non ce la faccio, non riesco a fare un parallelo tra lui e un personaggio di Breaking Bad, è davvero un burattino nelle mani di un destino più grande di lui in questa storiella. Aspè, sì ce l’ho: lui è il figlio di Walt, ma non quando si fa chiamare Walter Jr. (altrimenti sarebbe fin troppo dipendente da Salvini), bensì quando assume le vesti di Flynn, cioè il niente.

 

 

Bene, i personaggi sono stati assegnati.

Prego mettetevi comodi, sta cominciando lo show.

Il governo gialloverde (quanto ci piacciono queste citazioni crucche per spiegare gli accordi tra le varie forze) si basa su un accordo superiore, il “contratto di governo” (ispirato sempre alle larghe intese tedesche tra CDU e SpD), tutto ciò che è nel contratto deve essere seguito alla lettera: flat tax, reddito di cittadinanza, regolamentazione dell’immigrazione clandestina, pensioni con quota 100, pace fiscale (edit: condono). Questo accordo, a differenza dell’omonimo tedesco che è stato ratificato dopo ben 6 mesi di trattative, è frutto di circa 15 giorni di lavoro, tra una diretta FB e l’altra ovviamente.

Il contratto, come vediamo in questi giorni, è tuttavia un espediente che serve a sedare liti tra i due consoli Salvini e Di Maio.

«Non è previsto nel contratto di governo» è il mantra che viene ripetuto ogni qual volta scatta la polemica del giorno. «Negozi chiusi la domenica», «Stop aborti», «Gestione rifiuti», tutte questioni che vengono affrontate con valanghe di post e di articoli ma vengono risolte il giorno dopo con la solita frase: «Non è previsto del contratto di governo».

Questo governo però arrapa, c’è davvero poco da fare. Ligabue avrebbe detto che «c’è solo da mettersi in pari col cuore», ma non credo basti da quando Liga si è fatto i capelli alla Javier Zanetti.

Salvini e Di Maio riescono ad essere magnetici a loro modo e hanno la straordinaria capacità di risolvere delle questioni profondamente complesse attraverso la stessa semplicità con cui si risolve la trama di un Classico Disney su cassetta («vecchia scuola scheggiadenti!»). A poco servono le uscite sconsiderate dei ministri che fanno da contorno alla coppia del momento: se il perennemente concentrato ministro dei trasporti Toninelli alza il pugno al cielo dopo l’approvazione del decreto Genova, a seguito del disastro che ha causato 43 vittime (con il quale si è dato il via ad un condono senza precedenti per le case di Ischia. Sì, Ischia non è in Liguria) poco importa alla maggioranza che si nasconde dietro il sempreverde: “Meglio tirare a campare che tirare le cuoia” andreottiano.

Poi ci sono i fatti. Il decreto sicurezza approvato in parlamento è l’espressione legislativa di Matteo Salvini: rumore mediatico, ma poche soluzioni. Soluzioni che porteranno inevitabilmente alla crescita di un consenso sempre più forte nei confronti del Capitano, che in questa operazione ci ha messo la faccia. E ci mette la faccia in quasi tutte le questioni che possono portargli qualche voto in più.
Abbiamo già visto come Salvini riesce ad essere attraente nei confronti dell’elettorato e la sua esperienza da Ministro dell’Interno ha la particolarità di renderlo forse più mediatico di qualsiasi altra carica dello Stato: un Salvini nazional popolare che va Alla Lavagna sulla rete dei comunisti, che critica Gattuso per le scelte tecniche nella partita contro la Lazio, che inizia la sua crociata personale contro i presepi (Salvini sei la nostra Mariah Carey).

 

 

Infine c’è lei, la manovra finanziaria. I lavori per la manovra finanziaria cominciano a inizio settembre quando Di Maio, senza vergogna alcuna, disse: «Annuntio vobis gaudium magnum, abbiamo sconfitto la povertà». Così, de botto, senza senso.

Ma Di Maio, lo sappiamo, è il nostro Jesse Pinkman. Lui non pensa alle conseguenze, non è il boss della droga di Albuquerque, non ha minimamente idea di come si produce meth (almeno fino alla terza stagione) e quindi si infila in questioni più grandi di lui. La manovra finanziaria è un mega marchettone del governo gialloverde. Non ci sono vere e proprie cose concrete che possono in qualche modo rilanciare un Paese in declino economico-culturale come il nostro, ma al contrario c’è la volontà di proporre un cambiamento gattopardesco. In parole povere, la manovra finanziaria è la Locura di Boris cioè: «La tradizione ma con una bella spruzzata di pazzia. Il peggior conservatorismo che però si tinge di simpatia, di colore. In una parola: Platinette. Questa è l’Italia del futuro: un paese di musichette mentre fuori c’è la morte». La finanziaria giallo-verde propone la contraddittorietà al servizio dello Stato: reddito di cittadinanza e flat-tax per le imprese, pace fiscale (un condono, chiamatelo condono) e carcere per gli evasori. Un bipolarismo che non è più l’ambizione di Berlusconi e Prodi nel 2006, ma è realtà politica e giuridica.

Criticare tuttavia la manovra finanziaria non basta, non è sufficiente. Se Walter White e Jesse Pinkman avevano, nel corso delle 5 stagioni, numerosi nemici, anche Salvini e Di Maio (e Conte che è inutile come Walter Junior, ricordiamolo) hanno il loro Gus Fring: l’Unione Europea, o meglio il Presidente della Commissione Europea Junker.

 

 

Le previsioni di questa finanziaria, secondo la Commissione, sono fin troppo ottimistiche e irreali. Inoltre lo sforamento del deficit al 2,4% non è alla portata di uno Stato che ha uno dei debiti pubblici più elevati d’Europa.

Partono le accuse nei confronti degli amici dei banchieri pidioti europei e Di Maio, Salvini e Conte si trasformano nel Fantozzi tentato dal risotto ai funghi porcini nella prigione dimagrante: «Non ci avrete mai, ladri! Ce ne fregheremo anche di fronte alla procedura di infrazione!»

Li ebbero dopo un mese di eroica resistenza. Sì perché un accordo con l’establishment europeo brutto e cattivo (per parafrasare il primo Salvini, quello delle felpe) è stato raggiunto. Quella che doveva essere una manovra straripante e spendacciona si è trasformata in una modesta straripatura di un torrente di provincia. Il deficit fissato al 2,4% e sceso, a seguito dell’accordo tra Conte e Junker, al 2,04%. Geniale quest’ultima mossa che ci fa pensare ai responsabili marketing di OVS quando ci danno l’impressione che un maglione non costa 20€ ma 19,99€, con la differenza che nel caso dell’Italia ballano più di 5 miliardi di coperture e non un centesimo.

Nonostante tutto il governo regge, come del resto hanno retto Walter White e Jesse Pinkman in Breaking Bad, tra alti e bassi. La domanda è un’altra.

Quanto ci metterà lo zio Hank, ossia il popolo italiano, a capire che Walter White è un impostore? Dovremo aspettare probabilmente la quinta stagione, sulla tazza del cesso, per saperne di più.

Davide Giannì
Davide Giannì
Classe 1993. Laureando in giurisprudenza. Appassionato di politica, calcio e cinema.
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