Il re indiscusso dell’ostruzionismo
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Il re indiscusso dell’ostruzionismo

Nella storia del Parlamento italiano non sono certo mancate scene da saloon che si sono ritagliate un posto di rilievo nel cuore dei cittadini.

Nella storia del Parlamento italiano non sono certo mancate scene da saloon che si sono ritagliate un posto di rilievo nel cuore dei cittadini, da sempre inclini ad avere una considerazione positiva ed encomiastica dei propri politici, visti come lavoratori onesti e infaticabili, nonché esempio di probità e dedizione alla cosa pubblica.

Limitando lo sguardo agli anni recenti, si è potuto plaudire a mortadelle, spumanti, striscioni di vario genere, risse più o meno sfiorate e scazzottate non esattamente spettacolari come un film di Rocky Balboa, ma pur sempre scazzottate, che si sa, chiamano inevitabilmente il pop corn e l’entusiasmo della folla, famelica di violenza sin dai tempi dei tempi. Sorvolando sugli innumerevoli schiamazzi e ululati quasi all’ordine del giorno per le opposizioni, si è giunti agli ultimissimi fatti, che hanno coinvolto questori, gomiti e deputati in ordine e numero sparso, per farla breve.
Nell’era dell’iper-politica che impazza sui giornali e sul web, la bagarre è l’espressione aurea dell’atto parlamentare, l’apoteosi per il commento ironico e piatto d’argento su cui scatenare la polemica, mera carne fresca gettata in una vasca di squali che sono gli utenti.
Non molti sanno però, che a detenere la corona di re dell’ostruzionismo, è un personaggio che non poteva disporre di un account Twitter, ma che sarebbe rimasto ai vertici del trend topic per giorni e giorni se fosse vissuto ai tempi nostri.

Enrico Ferri, nato a San Benedetto Po nel 1856. Personaggio controverso e contraddittorio, come parecchi vissuti negli anni difficili del governo Crispi, dell’Italia liberale e del passaggio alla dittatura fascista.
Tra i vari cambi di casacca, fu eletto deputato tra le file del Partito Socialista Italiano di Turati.
Quando alle soglie del secolo scorso si sollevavano sommosse, causate soprattutto dal rincaro dei prezzi dei generi alimentari, non si esitava a prendere a cannonate la folla. Non fu da meno il generale Bava Beccaris, che a Milano uccise decine di persone in protesta e ne ferì a centinaia. Il passo successivo era quello di emanare leggi restrittive che limitassero le libertà individuali e collettive per ristabilire l’ordine: ne erano esempio recente le leggi eccezionali di Crispi, che portarono allo scioglimento dello stesso PSI nel 1894, e così era intenzionato a fare il ministro Sonnino qualche anno dopo.

Giugno 1899, si discutono le leggi in Parlamento. Qui entra in gioco Enrico Ferri: dotato di grande retorica e di ottima resistenza fisica, fu il paladino indiscusso dell’ostruzionismo – che consiste principalmente nel rallentare i lavori con interventi lunghi e noiosi per prendere tempo e impedire il passaggio di una legge. Ferri non la finiva mai di parlare, raccontava storie, non dava pace alle sue corde vocali. Il 7 giugno 1899 riuscì addirittura a occupare con un suo intervento un’intera seduta, un vero e proprio record.
Il clima incandescente portò presto alla rissa, che arrivò a coinvolgere due gentiluomini come Bissolatti e Sonnino, iconograficamente distinti e con i baffi da salotto da bene. Un delirio: furono persino rovesciate le urne con le schede del voto. I lavori furono sospesi e successivamente il disegno autoritario perse di vigore e andò sfumando.

Chissà quanti follower avrebbe @enrico_ferri56 oggigiorno. 

Edoardo Vitale
Scrive di musica, cinema e attualità su vari magazine.
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