Lavorate alla catena di montaggio della Coca Cola, vi pagate il pranzo da McDonald’s, la macchina della Mercedes e l’assicurazione Allianz; il resto lo mettete a risparmio nel vostro conto alla Federal Bank. Vi insegnano la loro storia, a parlare la loro lingua, sanno dove sei e che cosa stai facendo, in ogni momento. All’inizio di ogni giornata una voce diffusa dagli altoparlanti vi augura: «Have a productive day!». Avete tra i 4 e i 14 anni.
Non è la sinossi di un film utopico, ma KidZania la catena di parchi divertimento che sta rapidamente aprendo in tutto il mondo, l’ultima sarà inaugurata a West London in primavera e già si parla di Roma e Milano.
Ogni parco KidZania è una città simulata nella quale bambini dai 4 ai 14 anni fingono di essere adulti. All’ingresso ognuno viene munito di un finto biglietto aereo, 50 Kidzos la moneta locale e un braccialetto con GPS per essere localizzato dai genitori che non sono ammessi, ma hanno a disposizione un ampio spazio per controllare gli spostamenti dei figli. I bambini dentro sperimentano la vita degli adulti milanesi: lavorano, guadagnano, pagano e pretendono.

Possono scegliere di essere un pilota per l’American Airlines, un girahamburger per McDonald’s, un fattorino per DHL o un fashion designer per H&M. Ogni lavoro è assistito dai Zupervizors, che in lingua kidzanese indica gli assistenti a ogni lavoro-gioco, e garantisce al bambino un salario che varia in base alla popolarità della mansione svolta, e potrà essere speso per un pezzo di pizza di Domino’s o per una finta Mercedes. L’idea è quella di un mondo simulato nel quale i bambini possono sperimentare le gioie, i doveri e i piaceri della vita adulta occidentale: viene chiamato “edutainment” l’intrattenimento dell’educazione o l’educazione all’intrattenimento.
Kidtopia
La prima KidZania è stata aperta in Messico a Santa Fè, un sobborgo di città del Messico, da Xavier Lopez Ancona che ancora oggi è il CEO della compagnia. Come racconta Forbes, è una delle rarissime storie di good capitalism messicana, un’azienda controllata da capitali privati che in vent’anni diventa una multinazionale in franchasing. I dati sono impressionanti: 35 milioni di visitatori nel mondo, con un prezzo tra i 10 e i 28 dollari per un’entrata, è presente in 16 città, che diventeranno 22 nel prossimo anno. L’espansione globale è stata pianificata con attenzione, sono state selezionate città con almeno un milione di under 14, con centri commerciali abbastanza grandi per ospitare il parco all’interno (a Londra sarà grande 22.000 metri quadrati, più o meno un piano intero di Roma Est) e con uno stile di vita compatibile con il KidZanismo, il che presuppone consumi culturali sofisticati e scarse attrazioni culturali alternative nella città.
KidZania cerca di essere una società parallela a quella reale, hanno: una moneta interna, il Kidzos, sul sito di Londra si sono premurati di specificare che non ha alcun valore fuori dal parco; una lingua propria, che consiste in basiche modifiche a termini inglesi universalmente conosciuti, per cui “thanks” diventa “zanks”; il saluto riconosciuto è Kai con le due dita al petto come accompagnamento; è come quando io e mio fratello modificavamo le vocali per non farci capire dai genitori. C’è un sistema di valori, basato sui sei rightz inviolabili (“to be”, “to know”, “to create”, “to share”, “to care”, “to play”) e anche una storia (riassunto: i grandi hanno distrutto il mondo e i bambini hanno fondato la loro città, da qui il motto «Get ready for a better world»); ci sono anche i modelli, campeggiano statue di Gandhi e Martin Luther King da bambini.

Sono tutti elementi che strutturano la narrazione dentro alla quale i bambini si immergono e definiscono i confini del gioco di ruolo: vestirsi come un pompiere rende il ruolo reale e credibile, il sistema di regole crea i limiti per il gioco. Tuttavia a KidZania sono gli adulti a scegliere le regole del gioco, i Zupervisors assegnano i ruoli e i compiti ed ogni lavoro inoltre ha una durata massima di venti minuti (ma forse questo è per farli abituare ai contratti a progetto). Il modello del gioco di ruolo, vanto e nucleo educativo di KidZania, non è poi così diverso da un joystick e uno schermo o da una botta di adrenalina sulle montagne russe: il gioco di ruolo è tale solo se sono i protagonisti a decidere limiti e regole dello stesso e a rispettarli; se il famoso «facciamo finta che qui c’è un fiume di lava?» viene dall’esterno, come nel caso di KidZania, si smonta tutto. La Kidtopia sembra essere incompleta anche sull’aspetto pratico, in molti hanno espresso perplessità sugli effettivi lavori dei bambini, Suzanne Moore sul Guardian se l’è presa con i bambini che fingevano di lavorare la plastica industriale («Dream big, I suppose») e di fatto applicavano solo il marchio Made in KidZania su dei finti elmetti cinesi.
Educazione al consumo
Ogni KidZania ha la stessa architettura, le stesse strade finte ciottolate e lo stesso cielo disegnato sul soffitto del Truman Show. Ogni bambino riconosce i loghi dei grandi marchi sopra ogni negozio e posto di lavoro: chiamare Pizza la pizzeria di Kidzania avrebbe rotto l’illusione della realtà simulata, secondo Lopez «Noi immergiamo i nostri visitatori in una realtà simulata, se vogliono un telefono vorranno lo stesse delle proprie madri, se desiderano una macchina dovranno seguire il codice della strada come i genitori, se vogliono mangiare dei cereali, dovranno produrli uguali a quelli che mangiano a casa. Si basa tutto sull’avere i servizi, gli edifici e i prodotti. Non è fantasia, non ci sono principesse e nani». Le sponsorizzazioni delle company (sia locali che multinazionali) che compongono il panorama del parco porta nelle casse dell’azienda messicana un terzo dei propri profitti, «I bambini non sono clienti leali, a KidZania i brand possono lavorare con i bambini e costruire un rapporto di fiducia con i loro futuri clienti» ha detto Marcicruz Arubarrena al New Yorker. Torna quindi l’intrattenimento dell’educazione che qui assomiglia più all’educazione al consumo, perché immaginate quegli stessi bambini che usciti dalle 4 ore dentro KidZania vogliono un gelato nell’AdultZania del piano superiore del centro commerciale: sicuramente vorranno quello che prima preparavano con le loro mani al piano di sotto.
È il mercato bellezza!
Tramite il Pazzport identificativo di ogni utente tutte le attività vengono registrate: si osservano quali sono le occupazione che attirano di più, i marchi più riconoscibili e le abitudini di mercato che variano da paese a paese. È stato osservato che i bambini messicani spendono i Kidzos guadagnati subito, mentre i giapponesi risparmiano ma non usano la banca. La parola educativo è un passpatout sufficiente a trattare i bambini come futuri clienti, oppure futuri cittadini. Per questo anche il governo del Messico, dove sono presenti tre parchi tra i quali Monterrey, il più grande e innovativo al mondo, ha deciso di sovvenzionare KidZania per i valori civici che trasmette, assecondando il programma anticrimine varato da Rudoph Giuliani su incarico del governo di Città del Messico. A KidZania su ogni stipendio il 20% va allo stato in tasse, si insegna a rispettare l’autorità giudiziaria anche se non esiste né la povertà né la criminalità. Tuttavia Lopez sa bene che i suoi clienti sono figli della borghesia messicana, giapponese, americana o brasiliana che passa il pomeriggio in un ovattato e protetto centro commerciale, e ancora ignorano la parola spacciatore.

C’è anche una rappresentazione plastica della democrazia: una Camera nella quale tutti i bambini giocano a fare i politici, non una cosa scontata quando ci si trova in un mall a Jeddah o a Dubai. Altrettanto poco scontato è il fatto che le bambine possono affittare e guidare una macchina, diritto negato alle loro madri, possono scegliere di lavorare, liberate – almeno qui – dalle decisioni paterne. Tutto ciò rende KidZania un vera e propria enclave di valori ultraoccidentali un posto dove barattare la democrazia e l’educazione con il consumo e il capitalismo: una specie di pattuglia dell’esercito USA armata di insegne al neon e slogan capitalisti.