Non è bene fingere che non sia così: la terza età è un punto scottante della questione sociale internazionale. Tutti pronti a imprecare contro gli anziani in fila alle poste, ma infondo tutti terrorizzati e consapevoli che un giorno saremo noi quelli con il bastone e i capelli bianchi pronti ad osservare i lavori della metro dalla finestra del nostro monolocale. Se il tempo che scorre inesorabilmente è uno dei vostri dilemmi quotidiani, vi sarete almeno una volta immaginati con il viso rugoso: come vi siete sentiti?
Le opzioni sono due: la prendete con filosofia e vi immaginate pieni di saggezza e con il segreto della vita tra le mani o vi vedete nel vostro futuro smemorati, deboli, nel pieno del vostro declino e come un peso per la vostra famiglia e società.
Becca Levy, direttore delle scienze sociali e comportamentali presso la Yale School of Public Health, ha trascorso gran parte della sua carriera esaminando come le percezioni culturali di invecchiamento influenzino la salute degli anziani. E secondo lo studio portato avanti nel 2002, la visione ottimistica nei confronti della vecchiaia aumentava la durata della propria esistenza di circa 7,5 anni in più rispetto alla visione pessimistica. Stesso risultato per lo studio più recente, del 2012, incentrato sugli anziani con lesioni invalidanti o malattie. Quelli più ottimisti risultavano essere quelli con maggiori probabilità di guarigione.
Se il fisico di un anziano sembra cambiare a seconda del pensiero positivo o negativo che lo stesso ha nei confronti della propria vita, c’è allora da chiedersi come cambiare questa visione e rivoluzionare la percezione dell’anziano nella società contemporanea. In un recente studio pubblicato sulla rivista Psychological Science, la dottoressa Levy e i ricercatori di Yale e della University of California di Berkeley hanno cercato di trovare la risposta a questo interrogativo studiando 100 giovani volontari di età compresa tra i 61 e 99 anni.
Suddividendoli in gruppi, è stato chiesto loro di portare avanti dei compiti per alcune settimane. Alcuni di loro hanno dovuto scrivere una storia positiva su un anziano mentalmente e fisicamente sano, alcuni completare un lavoro al computer che li sottoponeva a dei messaggi subliminali positivi riguardo l’anzianità e infine, l’ultimo gruppo, portare avanti entrambe le attività sopra citate alternandole tra loro.
Il risultato dell’analisi ha stabilito che gli anziani che fisicamente hanno risentito positivamente dell’esperimento sono stati quelli sottoposti ai messaggi subliminali: pensare con forzato ottimismo alla vecchiaia non fa che scaturire dei pensieri stereotipati sulle situazioni di disagio in cui un anziano si può ritrovare.
Perché alla fine in vecchiaia vale ciò che vale nel resto della vita: chi si sente meglio con se stesso, è più propenso a prendersi cura di sé.
Photo illustrations by Zachary Scott for The New York Times.
Fonti