Attualità: La montagna di rifiuti a Nuova Delhi
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La montagna di rifiuti a Nuova Delhi

  «Questi bagni che stiamo costruendo saranno pronti tra meno di un mese», mi dice Yavindra, orgoglioso. Poi sorseggia il suo tè chai, mi sorride, si volta e fa un gesto ampio col braccio, come a volermi mostrare la bravura dei suoi dipendenti. Siamo seduti all’interno di una bassa struttura rettangolare e, intorno a noi, […]

14 Mar
2017
Attualità

 

«Questi bagni che stiamo costruendo saranno pronti tra meno di un mese», mi dice Yavindra, orgoglioso. Poi sorseggia il suo tè chai, mi sorride, si volta e fa un gesto ampio col braccio, come a volermi mostrare la bravura dei suoi dipendenti. Siamo seduti all’interno di una bassa struttura rettangolare e, intorno a noi, gli operai in ciabatte stanno piastrellando le pareti. Yavindra e io siamo gli unici a portare le scarpe.

Quello che s’intravede qui fuori mi distrae in continuazione e m’impedisce di concentrarmi su quello che mi sta dicendo: al di là della nuvola di smog che pervade l’aria c’è la massa colossale dei rifiuti di Nuova Delhi. “The Mountain of Garbage” la chiamano qui.

«Per chi sono i bagni?», gli chiedo.

«Per i ragpickers. È stato il governo a pagare per la loro costruzione».

I ragpickers (letteralmente “raccoglitori di stracci”) sono le persone che vivono intorno alla discarica: uomini, donne e bambini che lavorano sulla montagna alla ricerca di materiali da rivendere. Alla fine della giornata di lavoro infilano tutto in grossi sacchi di plastica e scendono qui, dove dividono, selezionano e caricano sui camion di quelli che comprano.

 

Gli addetti allo stoccaggio del ferro

 

Vivono in case tirate su con il fango — con tetti in lamiera coperti alla bell’e meglio da teli di plastica — e il governo, prima ancora di procurargli delle abitazioni più degne, sta costruendo i bagni, per l’esigenza di risolvere i problemi fondamentali d’igiene. Questo però non spiega lo sfarzo con cui li sta facendo, la ceramica sul pavimento e sui muri. Quando lo faccio notare a Yavindra, lui ride e mi dice «well begun is half done», ma il «chi ben comincia è a metà dell’opera» mi sembra piuttosto inadatto alla situazione.

 

Un uomo davanti agli slum della discarica

 

Mentre parliamo percepisco odori opprimenti, ma non insostenibili come mi ero immaginato.

Mi arrivano zaffate di merda di vacca e di bufalo, di gomme che bruciano e di fiamme ossidriche che fondono il metallo, ma non mi causano quelle reazioni che temevo di avere avventurandomi qui. Prevedevo crisi di vomito o svenimenti, ma ciò che mi attraversa le narici è ancora tollerabile, almeno fisicamente. La qualità dell’aria è peggiore della vicina Delhi, la megalopoli più inquinata al mondo, ma riesco comunque a rimanere integro.

 

Operai in pausa bevono chai

 

Nonostante questo, qui provo una sensazione che non avevo mai provato nel resto dell’India, non dirompente fisicamente ma comunque spaventosa: ho l’impressione che a ogni mio respiro un’entità pulviscolare e appiccicosa si aggrappi al fondo alla trachea, rimanendo lì. Qualcosa di così minuscolo che la sensazione della sua presenza è quasi impercettibile. Eppure, indubbiamente, c’è. E mi sembra che, respiro dopo respiro, particelle scure e tenaci scendano nel mio corpo e si accumulino una sull’altra all’interno dei polmoni. Mi viene da pensare a una morte lentissima, a una fine indolore ma inevitabile che comincia la prima volta che si respira quest’aria e che conduce alla morte per accumulo.

 

Due ragpickers si riposano alla fine della giornata di lavoro

 

Ringrazio Yavindra per il chai e m’incammino verso la montagna della discarica; la scorgo dietro una fila di edifici rossi a tre piani: è enorme, alta una sessantina di metri, lunga almeno altri cinquecento, e sul suo fianco distinguo almeno quattro differenti fuochi perenni.

 

Veduta della discarica

 

Mi fermo vicino a un camion di rifiuti e chiedo a Ranjeet, il sikh che lo guida, il tipo di carico che trasporta. Mi dice che ha appena scaricato vetro, metallo e materiali organici sulla cima della montagna, e che tra un paio d’ore tornerà a Delhi per un nuovo trasporto.

 

Ranjeet

 

La massa della discarica aumenta quotidianamente, per le migliaia di tonnellate di pattume che vi vengono portate ogni giorno; il 50% dei rifiuti prodotti dalla città potrebbe essere convertito in compost, il 30% riciclato e solo il restante 20% dovrebbe raggiungere la discarica, ma questo non accade: a quanto dichiara lo stesso Comune di Nuova Delhi il riciclo è ancora una chimera. In città la spazzatura è accumulata ovunque e senza alcun criterio di distinzione tra i materiali, non esiste un sistema organizzato di gestione dei rifiuti, e nemmeno centri per il riciclo funzionanti.

Questa località infernale si chiama Ghazipur: sono a una quindicina di chilometri dalla città, in una periferia di cui il centro è la discarica.

 

Sabir seleziona i diversi tipi di plastica mentre è al telefono con la ragazza

 

Dopo aver salutato Ranjeet e aver proseguito per qualche decina di metri la mia attenzione è attirata da due bambini accovacciati su un cumulo di polvere di cemento: uno di loro avrà circa sette anni e l’altro poco più di uno. Le loro espressioni calme mi colpiscono particolarmente, come gli sguardi interrogativi e la naturalezza di gesti che appaiono in netto contrasto con ciò che c’è intorno.

 

I due bambini

 

Scatto foto, altri bambini si fanno intorno, la gente fa capannello, mi chiedono cose che non capisco, mi offrono altro chai, mi invitano nelle loro case.

 

Uomini che mungono le loro bufale, a pochi metri dalla discarica

 

A un certo punto mi portano sul tetto di una delle case a più piani, con vista discarica, e da lì sopra sporgendomi vedo uomini che stanno mungendo delle bufale: nello stesso posto c’è una discarica e della gente che munge.

La sporcizia, l’affollamento, l’odore dei luoghi in cui vivono mi spinge a cercare sui loro volti la disperazione e la rassegnazione, ma non le trovo. Per tentare di spiegarmi la loro imperturbabilità, ipotizzo che si siano dotati — con un esercizio quotidiano di resistenza alle loro condizioni di vita — della capacità di trattenere la sofferenza in un punto profondo del loro corpo, dove è invisibile. A loro stessi e agli altri. Oppure, perseverando nell’esercizio, di questa sofferenza si sono completamente liberati. O ancora: il grande macchinario dell’India li rende automaticamente incapaci di provarla — loro, semplici ingranaggi del meccanismo.

Quando scendo di nuovo in strada vedo dei ragazzini che mischiano fango e acqua in grossi secchi, per costruire nuove stanze per le loro case.

Mi avvicino a quello tra di loro che sembra essere il più grande e gli chiedo gli anni e quando ha cominciato a lavorare; lui inizialmente fraintende, mi risponde che ha due fratelli e tre sorelle che sono sulla montagna a raccogliere metallo. Poi mi dice che ha tredici anni e che ha cominciato a lavorare quando ne aveva dieci: qui è questa l’età in cui s’inizia.

 

Un bambino mischia fango e acqua

 

Mentre mi parla, con un gesto automatico alzo il collo della mia maglietta fino a coprire bocca e naso: l’inquinamento dell’aria sta producendo i suoi effetti molto più rapidamente di quanto avevo immaginato, e la gola inizia a farmi male. Guardandomi intorno, noto che la foschia è divenuta molto più densa di prima.

Mi è sempre stato difficile descrivere a chi non è pratico dell’inquinamento asiatico la nebbia perenne che c’è in India.

Per farlo di solito ricorro a un aneddoto.

Un paio di anni fa mi trovavo, verso la fine di marzo, sulle montagne dell’Himalaya nepalese, a ottocento chilometri di distanza da Delhi: la visibilità era bassissima e le montagne circostanti erano quasi invisibili. Chi viveva là mi diceva che la foschia proveniva dall’India, e che la pioggia avrebbe pulito l’aria. Eppure le piogge notturne parevano non bastare: la mattina la situazione era sempre la stessa. Capii poi che per pioggia s’intendevano i monsoni estivi e che solo dopo che l’acqua fosse caduta incessantemente per tre mesi ci si sarebbe liberati della nuvola di smog.

Mi fermo un attimo per sciacquarmi il viso e poi proseguo prendendo un vicolo che incrocia a destra il decumano che fiancheggia i rifiuti, supero gli edifici e finalmente mi trovo davanti alla montagna.

Salgo sul sentiero che s’inerpica sul suo fianco e la prima cosa che vedo è un grosso camion giallo per il trasporto di percolato che perde vistosamente da una fessura nel retro del cassone. Gli uomini che stanno tentando di aggiustarlo mi vengono incontro e mi stringono la mano; poi mi indicano il liquido che gorgoglia e cola a terra a pochi metri dai nostri piedi, e si mettono a ridere forte. Mi metto a ridere anch’io, benché non ci trovi nulla di divertente: conosco il significato della loro risata, non tentano di sdrammatizzare ma di nascondere un profondo imbarazzo. Anche l’enorme inceneritore accanto alla discarica partecipa alla risata generale, con lunghi sbuffi di fumo scuro.

 

Un operaio che lavora sulla cima della montagna

 

Mentre sono lì, si avvicina un trattore che sta salendo verso la cima e il ragazzo alla guida mi fa cenno di salire sul rimorchio, dove mi siedo in mezzo ai ragpickers.

Veniamo scaricati sull’altopiano in cima alla discarica, nel fumo terribile che proviene dagli incendi perenni: siamo nel luogo in cui il demonio trascorre il tempo quando si annoia dell’inferno. Quassù la situazione olfattiva cambia radicalmente; la violenza delle sostanze che pervadono l’aria annichilisce l’olfatto: inalo un fumo così denso che non ne percepisco gli odori ma il sapore disgustoso sulla lingua. L’ossigeno che c’è nell’aria non mi basta, e di riflesso faccio boccate sempre più lunghe, con il risultato di espandere il disgusto e il dolore, che prima erano solo nella gola: adesso cominciano nella bocca, con la lingua che s’ingrossa e con il palato che prude, e arrivano più in fondo, fino ai polmoni, in cui sento dei crampi brevi e intensi.

Sull’altopiano vaga una moltitudine di figure inquietanti. Donne e bambine scavano lentamente nel pattume; uomini guidano bulldozer con cui rimescolano la spazzatura, l’ammonticchiano e la disperdono; e poi bestie di tutti i tipi: bufali, grossi uccelli e dei cani che non paiono apprezzare la mia presenza. Ne ho almeno una decina intorno, di cani; cominciano a fissarmi; ringhiano, mostrano i denti e abbaiano, ma non ho nemmeno il tempo di pensare a quello che devo fare per liberarmene, o di cominciare ad avere paura, che un ragazzino si è già lanciato in corsa verso di loro per venirmi in aiuto. Scaglia una grossa pietra, velocissimo, e se ne sente l’impatto sul fianco di una delle bestie, mentre le altre corrono via.

Gli uccelli entrano in agitazione, si alzano in volo e si rivelano per quello che sono: aquile. Sembra che abbiano deciso di andarsene tutte insieme, ma è solo un’impressione; dopo alcuni secondi di volteggi riatterrano qualche decina di metri più in là. Sopra l’ammasso di scarti di cibo si ritrovano paradossalmente, come in natura, sulla cima della catena alimentare.

Mentre mi muovo per cercare una zona della discarica che non sia avvolta dal fumo degli incendi, noto che nemmeno l’aria che c’è qui ha effetto sui ragpickers, le loro espressioni rimangono distese.

In India sono quattro milioni, cinquecentomila dei quali a New Delhi. Sono i soli a contribuire davvero al riciclo, e l’unica cosa che il governo fa per riconoscere i loro sforzi e l’importanza del loro lavoro è dare un premio di centocinquantamila rupie a quelli che si sono distinti per l’impegno e per la costanza. Una cosa piuttosto insensata. La verità è che i loro diritti non sono riconosciuti, e i contractors e subcontractors che sfruttano il loro lavoro li lasciano con pochissimi soldi in tasca e con lo schifo nei polmoni.

I ragpickers non esistono solo in India, ma anche in altre parti del mondo, come la Colombia, o il Brasile: la differenza è che lì sono pagati direttamente dal comune, mentre qui sono sfruttati da cooperative mafiose.

Insomma, questi tenaci raccoglitori di rifiuti, pur contribuendo in modo decisivo a migliorare la condizione di terribile inquinamento delle città indiane, sono abbandonati alla loro orrenda condizione.

 

Una ragazza che lavora sul crinale

 

Mi dirigo verso il crinale opposto a quello da cui salgono i fumi, dove finalmente trovo un po’ di sollievo dalla fuliggine, e incontro una ragazza vestita di verde che sta accumulando bottiglie di plastica; alle sue spalle, in basso, vedo un fiumiciattolo che segue il profilo della discarica e poi procede tenendo a destra le torri delle linee elettriche e a sinistra un ammasso di palazzi cresciuti uno sopra l’altro in modo disordinato.

Mentre sono là sento il canto dei muezzin provenire da due direzioni opposte, a est e a ovest, da moschee che la foschia mi impedisce di vedere. C’è qualcuno, sulla discarica, che smette di lavorare, caccia fuori dei tappetini, li stende e si mette a pregare. I loro movimenti — prima s’inclinano in avanti, poi s’inginocchiano e si prostrano a terra —, mi fanno sentire profondamente fuori luogo. L’immagine che ho davanti agli occhi è piuttosto bella ma evito di scattare per evitare di disturbarli, così ripongo la macchina nello zaino e mi avvio verso il sentiero che mi ha portato qua sopra.

 

L’inceneritore

 

Mentre me ne vado i cani continuano a fissarmi, ma non abbaiano più; le aquile mi rivolgono i loro sguardi arcigni. Con me scende una donna, che mentre io inciampo nel fango, cammina spedita e leggera, con un sacco pieno di rifiuti sulla testa; ho l’impressione che mi stia seguendo ma, mentre il sole tramonta, mi supera e s’inoltra in uno stretto vicolo davanti a noi, dove dei bambini le si fanno intorno tirandole i vestiti e saltando.

Mi è impossibile comprendere la normalità con cui il popolo della discarica affronta la vita. C’è un luogo a pochi chilometri dalla capitale dell’India dove svegliarsi nel fango, cacare nello stesso posto in cui si mangia, camminare a piedi scalzi nel percolato per andare a mungere il proprio bufalo o per andare a scavare in una discarica alla ricerca di roba da vendere per venti/trenta dollari al mese è una cosa del tutto naturale.

Quando arrivo alla strada di asfalto che conduce a Delhi, mi passa accanto un camion. L’autista quando mi vede inchioda: è Ranjeet, che mi fa cenno di salire offrendomi un passaggio.

Salgo a bordo e ci addentriamo nel traffico che si muove lentamente verso la città.

 

Jacopo La Forgia
Jacopo La Forgia
Nato a Roma nel 1990, vive e lavora a Venezia. Laureato in Estetica letteraria, si interessa principalmente di letteratura, cinema e fotografia. Ha collaborato come uniformatore redazionale ed editor con la casa editrice Moretti & Vitali, e come traduttore per Giovanni Fioriti Editore.
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