La morale nelle scimmie
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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La morale nelle scimmie

La linea di demarcazione tra l’uomo razionale e l’animale irrazionale diventa sempre più evanescente.

La linea di demarcazione tra l’uomo razionale e l’animale irrazionale diventa sempre più evanescente.

 

Panbenisha, una femmina di bonobo, viene sottoposta ad un esperimento sociale: chiusa in un recinto, separata ma visibile dal resto del branco, le vengono date grandi quantità di uva passa e latte. Dopo poco, percependo gli sguardi invidiosi delle scimmie che la osservano dall’esterno, Panbenisha rifiuta il cibo che le viene offerto e guardando lo sperimentatore con una mano indica i suoi compagni. Quando l’uva passa e il latte vengono distribuiti anche al resto del gruppo, si calma e riprende a mangiare.

L’etologo olandese Frans de Waal racconta questo esperimento nel romanzo Il bonobo e l’ateo: i risultati dice, confermano la presenza di un comportamento fortemente prosociale, in cui spicca la generosità e la sensibilità della scimmia nei confronti delle necessità e degli interessi altrui.

 


Illustrazione di Asia Flamini

 

Non è la prima volta che de Waal dimostra l’esistenza, nel comportamento delle scimmie antropomorfe (specialmente nelle specie Pan troglodytes, lo scimpanzé comune e Pan paniscus, il bonobo), di alcune capacità emotive, sociali e morali finora ritenute prerogative dell’uomo. Le sue osservazioni e i suoi esperimenti si iscrivono nell’ambito di ricerca dell’etologia cognitiva, ovvero l’osservazione del comportamento animale come essere dotato di conoscenza, volontà e capacità di ragionamento. De Waal ha passato più di vent’anni a osservare e a studiare il comportamento degli scimpanzé dello Yerkes National Primate Research Center ad Atlanta, di cui è adesso il direttore. Dopo aver registrato e ascoltato le diverse grida delle scimmie, è adesso capace di riconoscere un particolare scimpanzé in un branco di 25 individui soltanto dai suoni che emette, o dall’andatura delle sua camminata, con la stessa sicurezza con cui noi riconosceremmo la voce di un amico o il suo viso.

«Gli scimpanzé hanno dei caratteri ben definiti. Le espressioni dei loro visi sono pieni di personalità, e li si può distinguere uno dall’altro tanto facilmente quanto si riesce a distinguere persone diverse tra loro.» (Chimpanzee Politics F. de Waal, 2007)

 

Una politica “machiavellica”

Frans de Waal è stato capace di studiare e comprendere le interazioni sociali delle scimmie antropomorfe in ogni loro sfumatura: in uno dei suoi primi libri sulla politica degli scimpanzé (Chimpanzee Politics), raccontò di essersi trovato di fronte ad una struttura sociale così complessa da doversi affidare alla lettura del Principe di Machiavelli per riuscire a comprenderne tutte le dinamiche e gli intrighi. Il libro contiene la descrizione di una serie rete di alleanze, tradimenti, rovesciamenti delle posizioni sociali e scontri aperti che non ha nulla da invidiare a Game of Thrones.

 

 

La lotta per il potere tra tre scimpanzé dello zoo di Arnhem è un vero intrigo politico: il maschio dominante, Yeroen, venne improvvisamente sfidato dal suo amico Luit, uno scimpanzé più giovane di qualche anno arrivato insieme a lui dallo zoo di Copenaghen. Tessendo pazientemente una rete di alleanze insieme alle femmine di rango superiore — tra cui spiccava il favore di Mama, la più anziana del gruppo e la più influente —, dopo nove mesi di costante tensione Luit riuscì a detronizzare Yeoren, affermandosi come nuovo leader. Il suo regno però ebbe breve durata: Nikkie, che finora aveva fatto da “braccio destro” a Luit, si rivelò un avversario formidabile. Facendo coppia con il deposto Yeroen, riuscì a sconfiggere Luit per salire lui stesso al grado di maschio dominante.

 

La comunità morale

Dal descrivere le comunità delle scimmie come comunità fortemente sociali, Frans de Waal arriva a un ulteriore conclusione: non solo le comunità delle scimmie (antropomorfe e non) sono formate da una complessa e varia rete sociale, ma sono anche definibili come comunità morali. Per comunità morale, de Waal intende una comunità sociale in cui vi siano delle regole prescrittive (che descrivono ciò che dovrebbe essere) sostenute dalla pressione della collettività sull’individuo e fatte rispettare attivamente mediante ricompense e punizioni. In questa maniera si promuovono le emozioni sociali che aiutano la stabilità e l’unità della comunità, emozioni già presenti naturalmente all’interno dell’uomo o della scimmia.

 

 

Un significativo esempio di pressione sociale è l’aneddoto che riporta de Waal: due giovani femmine di scimpanzé al richiamo del guardiano si rifiutano di seguire il resto dei compagni e rimangono a giocare per due ore all’esterno delle gabbie notturne. Visto che la regola è che nessuna delle scimmie può mangiare finché non siano tutte rientrate nella struttura, il resto del branco deve aspettare le due ribelli per avere la cena servita. Temendo delle rappresaglie notturne contro le due colpevoli, de Waal decide di farle dormire in una gabbia separata. Questo non serve però a proteggerle dalla (giusta) punizione: il mattino seguente, appena vengono liberate nuovamente nell’isola, le due adolescenti sono inseguite in massa dal resto del branco inferocito e punite fisicamente. Come conseguenza da quel giorno non si registrarono ulteriori ritardi e le due femmine furono sempre le prime a rientrare nelle gabbie notturne.

Sono moltissimi i comportamenti che mostrano in che modo l’ambiente sociale influenzi il modo di fare di una singola scimmia nel gruppo: fin da quando hanno quattro anni i piccoli vengono puniti per qualsiasi trasgressione delle regole, soprattutto quelle che risiedono alla base della gerarchia sociale. Ad esempio, se una scimmia di rango inferiore prova ad avere un rapporto sessuale con una delle femmine del branco, scatenerà l’ira del maschio alfa che inseguirà il colpevole fino a raggiungerlo per punirlo. Allo stesso modo, nessuna scimmia di rango inferiore oserà saltare la fila al momento della consegna del cibo, nutrendosi prima dei maschi o delle femmine di rango superiore al proprio. La gerarchia sociale all’interno delle comunità delle scimmie è una struttura rigida e mobile allo stesso tempo: non sono rari i casi di detronizzazione del maschio alpha dovuti all’abile manipolazione delle alleanze messa in atto da  un’altro maschio.

Un esempio di come il gruppo favorisca e incoraggi alcuni comportamenti positivi del singolo individuo è la riconciliazione mediata: quando due maschi o due femmine litigano, un’altra scimmia di rango superiore (probabilmente il maschio o la femmina alpha) si pone tra i due contendenti, praticando il grooming (l’equivalente dello “spulciare”, importantissimo collante sociale tra le scimmie) prima a una e poi all’altra, finché le due litiganti non si ritrovano a farsi il grooming tra di loro, stabilendo così la pace. Altri esempi di riconciliazione si manifestano attraverso baci sulla bocca, abbracci e copulazione (il contatto sessuale, indipendentemente dal sesso dei due litiganti, è usato in modo particolare dai bonobo). La risposta della comunità alla riconciliazione tra due contendenti è fortemente positiva: de Waal racconta delle reazioni entusiastiche degli scimpanzé dello zoo di Arnhem quando i due maschi in lotta per la conquista della leadership, Luit e Yeroen, fecero pace spulciandosi a vicenda.

 

Reciprocità ed empatia

Ma, se sul piano collettivo la struttura sociale delle scimmie antropomorfe è una struttura morale, possiamo parlare di moralità anche sul piano individuale? La risposta di de Waal è affermativa. I vari esperimenti condotti dagli etologi in tutto il mondo — e da lui stesso nel Living Links Center ad Atlanta — dimostrano la presenza nel comportamento degli animali — in particolar modo nei bonobo e negli scimpanzé — dei due pilastri che reggono la morale umana: reciprocità ed empatia. Le scimmie  —soprattutto le antropomorfe — sono individualmente capaci di altruismo reciproco. Questo tipo di altruismo si differenzia dalla cooperazione come ricompensa immediata perché tra il dare e il ricevere passa un arco considerevole di tempo e richiede inoltre sia l’esistenza di relazioni sociali stabili e durature sia la facoltà della memoria.

 

 

«La femmina di scimpanzé Washoe, il primo scimpanzé al mondo addestrato a usare il linguaggio americano dei segni (l’Ameslan), udì una femmina che conosceva appena urlare mentre rischiava di affogare. Washoe si precipitò immediatamente attraverso due recinzioni elettrificate per correre in aiuto della scimpanzé in difficoltà, riuscendo a raggiungerla e a trascinarla in salvo.»

Questo è un esempio di altruismo reciproco: non vi era nessun grado di parentela fra le due femmine, e la probabilità di una futura ricompensa era incerta e sicuramente non immediata. Molti altri esperimenti sociali confermano la tesi, in contrasto con gli esiti tradizionali nell’ambito scientifico, di sentimenti sociali e morali nelle scimmie e in altri animali. Nonostante non si possa affermare che vi sia un’elevata capacità di astrazione del ragionamento morale possiamo arrivare a dire che le scimmie provano sentimenti quali la gratitudine, la vendetta, i sensi di colpa, i tabù (ad esempio l’incesto), e che esse abbiano la capacità di controllare i propri impulsi in vista delle conseguenze, confutando una volta per tutte la visione del mondo animale come pura istintualità. La linea di demarcazione che separa l’uomo razionale dall’animale irrazionale diventa sempre più evanescente e ambigua: se gli animali non possono più essere presi come modello di violenza e brutalità, allora si indebolisce di molto la concezione dell’homo sapiens come l’unico essere vivente capace di vincere i propri impulsi attraverso la razionalità.

Come è possibile che soltanto nella seconda metà del novecento gli studiosi hanno iniziato a riconoscere le incredibili capacità cognitive e sociali non solo delle scimmie antropomorfe ma anche in altre specie come gli elefanti o i cani? Questo perché, risponde de Waal, le abilità empatiche degli animali sono state spesso analizzate dal punto di vista dell’uomo, per verificare se fossero in grado di fare, posti in un ambiente artificiale e completamente diverso dal loro habitat naturale, quello che riusciamo a fare noi. Gli esperimenti dell’etologia cognitiva invece, seguono una “filosofia a due punti”: prima di tutto si concentrano su ciò che gli animali possono fare e non ciò che non possono. In secondo luogo, pongono i problemi ad un livello semplice ed intuitivo, in cui torna utile la loro esperienza quotidiana. L’etologia non cerca di far capire il nostro mondo agli animali ma di far entrare noi nel loro Umwelt, l’ambiente in cui vivono, riuscendo in questo modo a comprenderne la straordinaria capacità cognitiva e la complessità dei suoi fenomeni sociali.

Myrta Martinelli
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