Sto per laurearmi. Forse in un’altra epoca avrei aggiunto finalmente. Forse in un altro stato, in un altro dipartimento, in un altro sistema economico, forse in un altro tutto avrei aggiunto finalmente; ma in un giorno di marzo 2016 mi laureerò in Italia in Italianistica senza nessunissima idea di dove sia la porticina d’ingresso del posto in cui i grandi fanno cose in cambio di soldi, e quindi con la prospettiva di non avere prospettiva da aprile 2016 a… quando?, aprile 2018?, novembre 2021?, febbraio 2039? – e insomma l’unico avverbio che marzo mi suggerisce è purtroppo. Tre, le speranze che smorzano la depressione pre-laurea: che il microclima d’ansia della regione tra studio e lavoro si riveli un’esagerazione di meteorologi pessimisti, lamentosi, antisistema e rompipalle; che il fallimento sia collettivo, non solo personale; che mamma e papà mi mantengano fino alla morte (mia).
In questi anni universitari mi sembra d’aver intuito che il precariato è una cosa abbastanza brutta. Non per tutti, ovviamente; non per chi lo usa per approfittarne: come le grandi aziende, come le medie aziende, come le piccole aziende, e come gli scrittori, che hanno sfornato decine di romanzi, racconti e reportage dicendo oh quanto è brutto il precariato! e diventando così famosissimi e ricchissimi. Da Tutti giù per terra (1994) di Culicchia a Lotta di Classe (2009) di Celestini un fitto elenco di opere ha rifornito di frustrazioni i lettori e di successi gli autori. Soprattutto nel 2006, l’anno di:
Accardo, Un anno di corsa;
Bajani, Mi spezzo ma non mi impiego;
Desiati e Tarquini (a cura di), Laboriosi oroscopi;
Ferracuti, Le risorse umane;
Incorvaia e Rimassa, Generazione mille euro;
Murgia, Il mondo deve sapere;
Nove, Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese…;
Platania, Buon lavoro;
Susani, Pecore vive.
Col suo romanzo d’esordio, La questione più che altro, Ginevra Lamberti si è aggiunta a questo branco di avvoltoi. Nell’arco di un anno, Gaia, la protagonista, termina finalmente – o purtroppo – l’università e si barcamena tòpoicamente tra lavori bruttarelli e precari: in un deprimente ipermercato di Treviso, in un deprimente call center di Mestre, in un deprimente servizio catering di Venezia.

Bisogna dire alcune cose su come spiccano il volo alcuni di questi rapaci che banchettano col precariato.
1° cosa
Molti iniziano con un blog e finiscono con l’essere contattati da una casa editrice – come Michela Murgia con Il mondo deve sapere – o col rielaborare i contenuti per presentarli a una casa editrice o a un concorso – come ha fatto Vanni Santoni con Personaggi precari. Nel mezzo, succede che uno scrittore si crea un pubblico prima ancora di entrare nel mercato editoriale. Un pubblico che, ovviamente, lo influenza. (In moltissimi modi: osannandolo, criticandolo, commentandolo, snobbandolo e tanti altri –andoli.) Questa specie di pre-editing riguarda i personaggi, l’intreccio, lo stile, la struttura: insomma, tutto.
2° cosa
Per capire quanto le opere nate dai blog siano determinate da questa filiazione bisognerebbe fare un esperimento: prendere uno scrittore, metterlo in uno di quegli elettrodomestici che clonano le persone, clonarlo, prendere un clone e fargli scrivere la sua storia sul file del proprio pc (quindi serve anche un clona-pc), prendere l’altro clone e fargli scrivere la sua storia su un blog, pubblicare le due opere, confrontarle. Le mie ipotesi di partenza sarebbero queste:
DATI
OCF = Opera Clone File
OCB = Opera Clone Blog
HP
OCB: struttura + frammentata di OCF
OCB: stile + ironico di OCF
3° cosa
Giuro che se marzo non incombesse farei l’esperimento. Un altro modo, purtroppo meno scientifico, consiste nel verificare quelle ipotesi leggendo un’opera figlia del web. La questione più che altro si presta benissimo, arrivando dopo sei anni di blogging dell’autrice. La struttura del romanzo lascia pochi dubbi sull’influenza del medium originario: 203 pagine divise in tre parti e in tanti capitoli, 36: in media, quindi, un capitolo ogni 5,5 pagine. Gente che non si deve laureare a marzo ha fatto degli esperimenti sulla lunghezza ideale di un post, ottenendo come risultato 7 minuti, cioè circa 1500 parole. Quante parole ci sono in 5,5 pagine del libro edito da Nottetempo? Più o meno 1600. Annotato, quindi:
PostId = 1500p
CapMed = 1600p
non serve essere analisti dell’Istat per intuire che tra post e capitoli ci sia una correlazione. (Faccio finta di non essermi accorto che la correlazione trovata non è tra i post di inbassoadestra.net – più brevi dei post ideali – e i capitoli del romanzo, sia perché altrimenti crollerebbe tutto questo raffinato apparato matematico, sia perché penso che lo standard di lunghezza ideale di un post sia qualcosa che in un modo o nell’altro arrivi a cogliere chiunque bazzichi un po’ il web, quindi anche Ginevra Lamberti.)
Un’altra correlazione (questa sì tra il blog e il romanzo) è quella stilistica: inbassoadestra.net potrebbe benissimo essere il blog di Gaia, che condivide con Ginevra il tono ironico, scanzonato, giocoso, favolistico. Sarebbe sorprendente il contrario, dato che in pratica condividono anche l’identità: entrambe autrici di un blog vissute nella laguna veneta e laureatesi in Lingue orientali. La domanda delle domande è: è stato il web a rendere ironica Ginevra/Gaia? O meglio, astraendoci da lei/loro: è internet a renderci ironici quando scriviamo? D’istinto verrebbe da rispondere che se uno è ironico scrive ironicamente, web o non web. Ma è davvero così?
Vuoi genialmente, vuoi cretinamente, la stragrande maggioranza di quello che leggiamo vediamo linkiamo commentiamo sul web è ironico; cioè: l’intrattenimento che cerchiamo online si basa sull’ironia; quanto, questo, influenza chi scrive? L’ironia è solo una questione di indole, o anche di bisogno-di-attirare-gli-altri, bisogno-di-attirare-gli-altri difficilmente soddisfacibile online senza maschere ironiche? È un modo di essere in un tempo in cui l’essere può manifestarsi solo in maniera ambigua, flessibile, sfuggente, o una bisbigliata richiesta d’attenzione? Potrei continuare accatastando centinaia di ?, magari citando La condizione postmoderna di Lyotard o le riflessioni di David Foster Wallace su intrattenimento televisivo e ironia, ma non vedo che beneficio potreste trarne voi o la mia tesi ancora da iniziare.
4° cosa
Sì, sì insomma lo so, McLuhan, i media eccetera; internet dà agli scrittori molte possibilità – trovare il proprio stile, un pubblico, un editore – ma si tratta di possibilità-a-certe-condizioni che vincolano la scrittura e l’immaginazione. Nulla di nuovo, nulla di male.
5° cosa
Quindi?
6° cosa
…
7° cosa
Ah, ecco cosa provavo a dire: che chissenefrega se le logiche del web determinano la letteratura, quello che conta è che l’opera letteraria sia capace di dare qualcosa che il web non dà.
8° cosa
Se si esclude un post del 21 ottobre 2011 su coinquilini, lavatrici e acqua della pasta usata per lavare i piatti, nel blog di Ginevra Lamberti ci sono poche tracce narrative della storia di Gaia. Potrei dedurne che l’autrice lo abbia usato solo per una ricerca stilistica, ma dai!, è troppo semplicistico. Mi sembra più probabile che Ginevra Lamberti sia stata clonata – probabilmente in Russia, dove ha studiato nel 2009, guarda caso l’anno in cui ha inaugurato inbassoadestra.net! – e che mentre lei teneva il suo blog, Gaia, il clone, scriveva La questione più che altro. Mentre Ginevra nel 2011 si limitava a descrivere la propria quotidianità – «Norman, dal canto suo, ama le scatole e le buste» così tanto da accumularne «molte e di varie misure, alcune delle quali contengono delle altre scatole, o tutt’al più delle buste» – Gaia qualche anno dopo poteva far confluire quelle identiche descrizioni – «Norman dal canto suo ama le scatole e le buste (…) in casa di scatole ne abbiamo molte e di varie misure, alcune delle quali contengono altre scatole, o tutt’al più buste» – in un breve capitolo (il primo della terza parte) assieme a delle penetranti pennellate di Venezia, del quartiere, della casa, pennellate che per osmosi colorano anche Norman, la lavatrice e l’acqua della pasta, vivificandoli.
Prima stavo dicendo che La questione più che altro è un altro romanzo sul precariato. Mentivo. Sì, perché le divertenti pagine sulla pizzeria in cui Gaia capisce «che il mondo si divide tra quelli che sanno portare più di due piatti alla volta, e quelli che lastricano di prosciutto e funghi la strada verso il futuro», sull’ipermercato in cui deve «sorridere alle persone e convincerle del fatto che fare la Tessera fedeltà è il meglio che possano avere nella vita», sul lavoro al call center che «ti fa sentire un giovane del tuo tempo», sul catering che nel momento in cui smette d’essere precario porta a rimpiangere la precarietà e a pensare che «la questione del posto fisso è una questione più che altro di comodità», ecco, tutte queste cose non sono la questione di Gaia. La questione non è il precariato. È la noia. È la provincia. È la città. È le crisi di panico. È i genitori imperfetti. È la morte. La questione più che altro è che il precariato è solo uno dei suoi (miei) (nostri) problemi. E la magia di questo romanzo sta nel ricordarci per 203 pagine tutto questo facendocelo dimenticare.