Attualità: «La storia degli ultimi è la nostra storia» – Intervista a Cannibali e Re
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«La storia degli ultimi è la nostra storia» – Intervista a Cannibali e Re

Cannibali e Re nasce su Facebook nel 2016 come pagina di divulgazione storica, volta a rinnovare la narrazione storica consueta rimettendo al centro la “storia degli ultimi”: ogni giorno la pagina pubblica brevi pillole di storia i cui protagonisti quasi sempre non sono i soliti “grandi attori” (re, generali, cardinali, capi di stato) ma persone […]

10 Gen
2019
Attualità

Cannibali e Re nasce su Facebook nel 2016 come pagina di divulgazione storica, volta a rinnovare la narrazione storica consueta rimettendo al centro la “storia degli ultimi”: ogni giorno la pagina pubblica brevi pillole di storia i cui protagonisti quasi sempre non sono i soliti “grandi attori” (re, generali, cardinali, capi di stato) ma persone apparentemente comuni che sono riuscite a incidere sul loro contesto storico-sociale e a imporre trasformazioni dal basso, o che si sono trovate costrette a subire le decisioni e imposizioni dei potenti. Le storie raccontate sono dunque storie di donne oppresse, disertori di leva, scioperanti, braccianti, omosessuali, disabili, ospedalizzati psichiatrici, persone di colore vittima del razzismo e del colonialismo. La pagina cresce rapidamente fino a trasformarsi in un progetto editoriale vero e proprio: nel 2018 i ragazzi di Cannibali e Re pubblicano Cronache Ribelli, «almanacco di utopie reali, identità indelebili e rinnovata memoria» in cui sono raccolte 250 storie di «lotta, coraggio e amore». Abbiamo chiesto loro di raccontarci la loro idea di storia e di narrazione storica.

Come è nata la pagina Facebook di Cannibali e Re?

Cannibali e Re nasce dall’incontro di un gruppo di studenti di storia e di discipline storico-politiche. Volevamo fare narrazione storica utilizzando mezzi, forme e canali diversi da quelli utilizzati solitamente in questo ambito: ecco perché come primo mezzo di diffusione delle nostre storie abbiamo scelto Facebook, un medium che ci consentiva di avere un approccio orizzontale con chi seguisse la pagina, uno scambio libero e continuo tra chi produce e chi consuma la storia. La volontà era quella di non metterci mai in cattedra. Inoltre, dal punto di vista formale Facebook ci permetteva di pubblicare storie brevi, con uno stile semplice e quasi narrativo.

 

 

Il nome della pagina richiama il titolo di un saggio dell’antropologo Marvin Harris. Come mai questa scelta?

In Cannibali e Re Marvin Harris tenta di spiegare molte strutture culturali, politiche e sociali che oggi diamo per scontate, e lo fa grazie all’antropologia, cercando di mettere in relazione tali strutture con le dinamiche ambientali all’interno delle quali nascono. Riteniamo questo approccio particolarmente interessante: comprendere le origini di certe strutture è un primo passo per modificarle. Quel nome inoltre ci sembrava molto evocativo, e potenzialmente in grado di suscitare curiosità e interesse rispetto a qualcosa di più banale, tipo W la Storia o Appassionati di Storia.

Come è nata invece l’idea dell’almanacco?

Abbiamo portato avanti questo lavoro sulla pagina per un anno e mezzo, fino al dicembre del 2017: è stato in quel momento che abbiamo iniziato a lavorare all’almanacco. Nei mesi precedenti, con la pagina che continuava a crescere a ritmi costanti, sono stati in molti a chiedere un’uscita dal social e la pubblicazione di qualcosa di tangibile, una sintesi cartacea del nostro lavoro su Facebook. Cronache Ribelli parte quindi anch’esso dal basso. Da questi presupposti, poi, abbiamo lavorato per rielaborare il nostro lavoro e i nostri contenuti in un formato nuovo, che non si limitasse a raccogliere i nostri migliori post ma che, piuttosto, li presentasse in una forma nuova e per certi versi inaspettata. Ecco come è nato Cronache Ribelli.

 

 

Nell’introduzione di Cronache Ribelli vi richiamate alla tradizione della cosiddetta “storia dal basso”: non volete raccontare la storia dei “grandi nomi” ma quella degli ultimi, degli esclusi.

La storia degli ultimi non è altro che la nostra storia: la maggior parte di noi non entrerà nei libri di storia, come non vi sono entrati gli schiavi egizi, i servi della gleba, gli operai della rivoluzione industriale. La loro storia è stata espulsa dalla narrazione storica contemporanea e noi vogliamo porvi rimedio. Ricordare le loro storie significa capire la nostra storia, ed il percorso che noi, facenti parte del “99%”, stiamo intraprendendo.

Il vostro progetto va a riempire un vuoto: in Italia non si fa molta divulgazione storica, l’unico divulgatore di successo che mi viene in mente è un personaggio discutibile come Pino Aprile…

Il vuoto per noi non è tanto nella divulgazione in sé ma nei modi e nelle prospettive con i quali la storia viene trattata. Sono in pochi ad adottare la prospettiva della storia dal basso, ed è per questo che quando si discute di storia in contesti informali si finisce per dare il via ad una sorta di tifo da stadio: in una guerra nella quale si confrontano unicamente stati e sovrani si perde il punto di vista delle persone comuni, di quelli che la storia la subivano e allo stesso tempo la costruivano col sudore della fronte. Accade così che si critichi un potere per sostenerne un altro, evidenziando ad esempio i crimini dei Savoia — dal periodo preunitario fino ai massacri di inizio ‘900 giungendo infine all’8 settembre — per rivalutare una dinastia retrograda come quella dei Borbone. Si tratta di un controsenso per noi inspiegabile.

 

 

Il filo conduttore delle storie che raccontate in Cronache Ribelli è l’emancipazione, la resistenza contro un potere oppressivo. Ma è sempre così netta la demarcazione tra oppresso e oppressore, tra vittima e carnefice? In fondo tutti ci autorappresentiamo come vittime, e un grande storico come Michel Foucault diceva che il potere è molecolare, che ne siamo tutti detentori in varia misura…

Giusta osservazione, e noi proprio per questo motivo poniamo l’accento sull’intersezionalità delle lotte. Le nostre sono storie di lotte contro ogni genere di oppressione, sia essa classista, colonialista, sessista, specista… L’emancipazione deve passare attraverso la libertà di tutti. La conseguenza, in caso contrario, è quella che hai paventato: l’oppresso diventa a sua volta oppressore. L’esempio classico è quello di un operaio sfruttato che picchia la moglie, odia gli stranieri e disprezza gli omosessuali. O un omosessuale benestante che a sua volta disprezza i poveri. L’intersezionalità è la chiave per una vera emancipazione, per una vera libertà dall’oppressione del potere il quale, come diceva Capitini, andrebbe diffuso verso tutti e poi sperabilmente espulso dalla coscienza stessa dell’uomo.

A scuola, ma spesso anche all’università, la storia è insegnata e appresa come qualcosa di banalmente nozionistico, è ridotta a una questione di date e battaglie, mentre dovrebbe essere uno strumento per sviluppare il senso critico e per comprendere meglio la realtà in cui viviamo.

Esattamente. Invece, viene ridotta a una materia evenemenziale, a un susseguirsi di date, nomi ed eventi. Nel riprendere una storia dal basso, dal punto di vista degli ultimi, lo studio della storia assume una funzione completamente diversa, potremmo dire formativa invece che meramente informativa. La storia di chi è oppresso è infatti — inevitabilmente — la storia di chi prova a reagire ad una simile condizione. Chi prima di noi ha provato a dare una spallata ad un dato sistema — riuscendoci o anche fallendo miseramente — diventa per noi il vero motore della storia, più dei grandi e delle loro gesta, degli stati e della loro influenza in ogni aspetto della vita dei singoli. La storia, in poche parole, diventa la storia di ciascuno di noi.

Nell’introduzione di Cronache Ribelli si legge anche, tra le righe, una critica a Burioni e a quello che potremmo definire il ‘burionismo’: «Crediamo che la cultura non debba mai essere una barriera tra le classi, un vessillo utilizzato per silenziare chi non ha un cursus honorum alle spalle».

Per noi la cultura dovrebbe unire, più che dividere. Anzi, proprio questo atteggiamento arrogante ha portato a reazioni di scetticismo e rifiuto — sia chiaro, nella maggior parte dei casi con posizioni quantomeno assurde — nei confronti di tutte le scienze, come la medicina ma anche la storia stessa. Più che prendercela con chi assume tali posizioni, tacciandoli di ignoranza, “blastandoli” e dando loro degli analfabeti funzionali sarebbe opportuno capire perché parte della popolazione si è ritrovata priva degli strumenti essenziali per capire il mondo che la circonda.

Quali sono le storie a cui siete più affezionati tra quelle che avete raccontato?

Abbiamo una preferenza particolare per le storie nelle quali si lotta per i diritti di terzi. Per la storia di Joan Mulholland, ad esempio: attivista bianca, ricca e borghese, figlia di genitori razzisti che si trovò a combattere per i diritti dei neri del Mississippi. Sono storie come queste che permettono di capire l’approccio che vogliamo avere nei confronti della lotta, anzi delle lotte e dell’intersezionalità delle stesse.

 

 

Come è composto il vostro pubblico?

La pagina è seguita da un pubblico molto variegato. Sono parecchi, e questo per noi è una grande soddisfazione, i fan della pagina che non avevano in precedenza una formazione avanzata in storia, o anche in termini generali. Essere riusciti ad avvicinare le persone a certe tematiche certifica la bontà del nostro percorso e la capacità di coinvolgere la gente comune nella storia degli ultimi e delle loro lotte. A parte questo, la pagina ad oggi conta circa 134mila iscritti e convivono, come è ovvio, sensibilità politiche molto differenti. Vi sono anche parecchie persone con posizioni lontane dalla nostra ma che apprezzano l’impostazione della pagina e la possibilità di dibattere liberamente all’interno della stessa.

Siete molto attivi nel rispondere ai commenti sulla pagina.

Abbiamo sempre voluto rendere Cannibali e Re uno spazio di libero dibattito e confronto. Ci sono sicuramente dei limiti invalicabili: non abbiamo mai tollerato l’insulto, l’arroganza e posizioni razziste e fasciste. Per il resto, abbiamo voluto rendere la pagina una realtà “viva” e non una semplice raccolta di contenuti. E, soprattutto, vogliamo impedire che le discussioni diventino una mera rissa virtuale. Manteniamo una presenza costante e la pagina, al netto di ovvi momenti critici quando si toccano gli argomenti più delicati, si è arricchita dei contributi degli utenti che hanno integrato ed arricchito i nostri post, con consigli di lettura, film, documentari, canzoni, curiosità riguardo i fatti narrati. E anche con scambi di opinioni, a volte piuttosto forti, ma sempre nei limiti del rispetto reciproco.

A volte i commentatori della pagina vi accusano di non essere imparziali, di essere troppo sbilanciati a sinistra. Ma il racconto storico (come qualunque racconto) può davvero essere imparziale? Per leggere e filtrare la realtà non abbiamo necessariamente bisogno di lenti valoriali e ideologiche?

A onor del vero siamo stati accusati di essere troppo di sinistra, troppo di destra, troppo moderati, troppo estremisti. Noi abbiamo sempre affermato con la massima onestà di avere la nostra visione del mondo e della storia perché, infatti, il racconto storico non può mai e poi mai essere imparziale. Lo storico non è un alieno che vive in orbita, lontano da ogni possibile influenza del mondo che prova a raccontare. Al contrario, fa parte di tale mondo e da esso viene influenzato più o meno marcatamente.

Quindi come come vi definireste politicamente?

Libertari.

La maggior parte delle storie che raccontate sono accadute nell’800 e nel ‘900. Come mai questo interesse preponderante per la storia contemporanea?

Per una serie di fattori. In primis la nostra formazione, più incentrata sulla storia contemporanea. Ma anche il nostro approccio dal basso ci spinge a parlare soprattutto di eventi più recenti. Come dicevamo, la storia ha spesso rimosso dalla sua narrazione gli ultimi e, di conseguenza, risulta difficile ritrovare le loro storie man mano che si ripercorre a ritroso il corso della storia.

 

 

L’Italia (ma a ben vedere anche l’Europa) non è mai stata così a destra come in questa fase storica. Abbiamo un ministro dell’interno che cita Mussolini il giorno della sua morte, un ministro che vorrebbe abrogare la legge Mancino, il razzismo è ormai del tutto sdoganato e si è aperta la caccia al nero, il decreto sicurezza ha abolito la protezione umanitaria… Secondo voi come siamo arrivati fino a questo punto?

Rispondere a questa domanda è tutt’altro che semplice. Innanzitutto noi ribadiamo con forza come l’Italia non abbia mai fatto i conti col suo ruolo nella seconda guerra mondiale e col ventennio in generale. I risultati furono chiari già nei primi decenni del secondo dopoguerra, quando furono moltissimi i personaggi del regime che si riciclarono nell’Italia repubblicana, non tanto in ambito politico quanto piuttosto nella macchina burocratica e repressiva italiana. In secondo luogo, si è lasciato sempre più spazio ad una mentalità estremamente individualista e competitiva indirizzando la rabbia, al contempo, verso il basso più che verso l’alto. Razzismo, identità nazionale e religiosa e sicurezza sono temi che sono stati utilizzati abilmente da chi si appropriava di una fetta sempre più grossa della ricchezza e del potere. E nessuno si è preoccupato di elaborare una risposta nuova ed efficace a questo fenomeno, sviluppatosi in oltre quarant’anni ma sul quale abbiamo incredibilmente aperto gli occhi solo di recente.

Sì, uno dei temi forti su cui si fonda lo storytelling della destra contemporanea è sicuramente quello dell’identità, intesa ovviamente in senso regressivo come odio per chi non è identico a noi e come clava da dare in testa al nemico, al barbaro, allo straniero. Voi tuttavia definite Cronache Ribelli, tra le altre cose, come «almanacco di identità indelebili»: credete dunque che possa darsi un concetto di identità non reazionario bensì libertario e inclusivo? La rivendicazione identitaria non conduce necessariamente in fondo a destra?

Le identità storicamente costruite dalle destre (e non solo) sono identità escludenti, nel senso che l’invenzione di quell’identità è finalizzata, all’interno, a creare una comunità che unisca soggetti che non hanno in realtà interessi comuni e che non vivono le stesse condizioni materiali e morali, e all’esterno a costruire un nemico, un “altro” da rappresentare come diverso. L’identità a cui noi facciamo riferimento è l’identità degli sfruttati e dei discriminati, che anzitutto è includente, unisce il 99% del mondo, a differenza delle piccole identità costruite proprio per dividere e separare, e inoltre è un’identità reale, che le persone vivono sulla propria pelle ogni giorno, figlia delle loro sofferenze e discriminazioni ma anche di quelle delle generazioni precedenti, dei loro genitori e dei loro nonni. Questa è un’identità reale, mentre quelle costruite dalle classi dirigenti sono realtà inventate che servono a costruire comunità immaginate in cui gli sfruttati si sentono appartenenti alla stessa comunità dei loro sfruttatori.

In conclusione: qual è secondo voi la chiave per fare un’efficace divulgazione storica (e non solo) nell’era dei social?

In sintesi, secondo noi la chiave è trovare il punto di contatto tra la cultura e la vita quotidiana delle persone. Oggi, paradossalmente, vi è forse il terreno più fertile per portare avanti un’efficace divulgazione storica: occorre trovare il punto di contatto tra i tempi difficili che stiamo vivendo e l’azione dei singoli e delle masse in altri momenti critici della storia. Per quanto riguarda la divulgazione anche in altri ambiti, probabilmente occorre capire il motivo alla base della sfiducia diffusa riguardo il mondo scientifico e divulgativo.

Avete in cantiere altri progetti editoriali?

Il 2018 è stato per noi un anno di svolta con l’uscita di Cronache Ribelli e le settanta presentazioni tenute in giro per l’Italia. Il 2019 sarà un altro anno fondamentale nel quale proveremo a dare regolarità al nostro lavoro, pur continuando a far crescere le nostre piattaforme social. Abbiamo in cantiere diversi progetti che non si limiteranno a ripetere quanto fatto finora ma sperimenteranno nuove forme per raccontare la storia degli ultimi e degli oppressi. Per ora, però, non ci sbilanciamo. Diciamo solo che seguiranno novità tra gennaio e febbraio.

Francesco Scida
Francesco Scida
Vive a Roma dove si è laureato in Lettere. Oltre che con Dude Mag ha collaborato con Deer Waves, Libernazione, il deboscio, Visiogeist, Cinemonitor. Ama definirsi un prodotto culturale e un aggregatore di contenuti.
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