Attualità: Labranca definitivo
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Labranca definitivo

Saggista, romanziere, traduttore, editore, articolista, autore televisivo, conduttore radiofonico e poeta.

Tommaso Labranca, nato a Milano nel 1962, è morto nella sua casa di Pantigliate (MI) il 29 agosto 2016. Esattamente dieci anni prima, a fine agosto 2006, aveva dato alle stampe una raccolta di componimenti in versi intitolata Poesie dell’agosto oscuro. Col senno di poi, un presagio.

Sì, tra le mille facce di Labranca (saggista, romanziere, traduttore, editore, articolista, autore televisivo, conduttore radiofonico…) c’era anche quella del poeta. Il tipo di poeta capace di trovare la poesia dove ad altri non sarebbe neanche venuto in mente di cercarla: come nel poemetto in endecasillabi liberi Hjӓrta, che ammanta di insospettabile lirismo il racconto di una giornata all’Ikea. O negli anomali recital Appelsina e Una zampa più corta, messi in scena insieme al musicista sperimentale Fabio Zuffanti.

Di questo specifico aspetto ho trovato poche tracce nei tributi a Labranca fioccati in Rete dopo la sua morte, ma in fondo è normale. Qualunque tentativo di riassumere l’attività di un personaggio così poliedrico è inevitabilmente destinato a rimanere incompleto. Nel dubbio, il commentatore medio tende ad abbozzare il ritratto del genio rissoso e misantropo (in realtà Labranca era un individuo profondamente buono ma, non avendo alcuna autostima, diventava aggressivo con facilità), suggellando il tutto con l’etichetta onnicomprensiva di intellettuale.

Voglio essere sincero, di quella stessa sincerità spietata che aveva reso famoso/famigerato il Nostro: a me il Labranca intellettuale (inteso come pensatore, autore di saggistica, decifratore della realtà) non piaceva molto. L’avevo apprezzato agli esordi, quando dissezionava con piglio scientifico il concetto di trash in Andy Warhol era un coatto (il suo libro più noto e più frainteso, tant’è che nell’uso comune il termine “trash” continua ad avere un significato del tutto diverso da quello labranchiano), o quando additava la classe media come carnefice di se stessa in Neoproletariato. Ma da almeno una decina d’anni Labranca mi dava l’impressione di impiegare la sua innegabile intelligenza per giustificare a posteriori le sue antipatie di pancia, che è l’esatto opposto del lavoro di un intellettuale.

Penso ad esempio alla sua burrascosa collaborazione con il settimanale FilmTv, dalle cui pagine spesso si limitava a sparare a zero su chiunque non gli andasse a genio, dai vegani ai romani passando per Roberto Saviano; salvo poi atteggiarsi a vittima quando la mail del giornale veniva subissata di proteste da parte di romani, vegani e fan di Saviano. Ma sto pensando anche al suo ultimo libro, Vraghinaroda, in teoria un saggio sull’arte contemporanea; in sostanza una lunga invettiva contro gli artisti contemporanei (si salva solo Marina Abramovic). Tra le sue fatiche letterarie, l’unica che mi abbia annoiato.

Personalmente preferisco il Labranca narratore, meno conosciuto e discusso. Un Labranca che offre comunque una visione critica della realtà, ma lo fa attraverso il racconto di se stesso e del proprio complicato universo. Non a caso, le sole pagine di Vraghinaroda che mi sono sembrate godibili sono quelle nelle quali l’autore abbassa l’ascia del polemista e si abbandona al piacere dell’aneddotica: tipo quel passo in cui rievoca la sua tragicomica esperienza giovanile in una galleria d’arte.

Provate a recuperare (se ci riuscite: la casa editrice che l’ha pubblicato, la Excelsior 1881, nel frattempo è fallita) 78.08, prima incursione di Labranca nel campo del romanzo. Trascorrerete tre giorni, venerdì sabato e domenica, nella testa del disastrato quarantenne Antonio Maniero, la cui intera esistenza è stata segnata dalla quasi omonimia con Tony Manero, l’eroe danzereccio del film La febbre del sabato sera.

Lo spunto diventa un pretesto per una serie di caustici paragoni tra gli anni Settanta e i Duemila, quasi tutti a favore dei primi, e di solito l’analisi degli esegeti si ferma qui. Nessuno, a quanto mi risulta, ha mai sottolineato un’altra chiave di lettura, quella fantautobiografica: Antonio Maniero è evidentemente un Tommaso Labranca alternativo che si è sposato, è diventato padre e ha scelto il posto fisso. L’intero romanzo è un lungo what if, attraverso il quale l’autore si chiede se prendendo strade diverse sarebbe stato più felice (spoiler: no). Una volta che si coglie questo risvolto, 78.08 passa da pamphlet socio – satirico a struggente bilancio esistenziale.

E ripescate anche Il piccolo isolazionista (questo dovrebbe essere un po’ più semplice da reperire, in quanto targato Castelvecchi). Opera non facile da incasellare in un genere (forse l’unica definizione possibile è autobiografia decostruita), si ispira alla funzione random dell’iPod nell’alternare brevissimi capitoletti che saltano avanti e indietro tra il presente e il passato dell’autore.

Labranca considerava Il piccolo isolazionista il suo capolavoro, il suo testamento spirituale, il Labranca definitivo. Giustamente: in questa cronaca di un’esistenza povera di eventi e di umanità (interi grappoli di capitoli sono dedicati a giri in tangenziale senza meta) c’è tutto il suo io, il suo senso di vuoto, il conflitto tra rifiuto del mondo e paura della solitudine. C’è il suo retroterra culturale, specie musicale: Moby, i Kraftwerk, la disco anni Settanta, la musica elettronica. E c’è il rapporto viscerale con l’hinterland milanese (qualcuno ha scritto che di recente Labranca si era trasferito in Canton Ticino, ma non è vero: in Svizzera ci andava solo per lavoro); un amore che lo spingeva a guardare con meraviglia perfino a cose come le geometrie di una strada asfaltata, o le luci di un lavaggio auto. Di nuovo, la poesia dove nessuno avrebbe pensato di cercarla.

A completare il trittico (ma l’elenco potrebbe proseguire con titoli come Haiducii, Diamonds Are For Eva, Iva è partita…) consiglio Mu, l’ultimo romanzo di Labranca, circolato per anni solo in versione digitale (è stato il mio primo ebook) e poi pubblicato in cartaceo dallo stesso Labranca tramite la sua microcasa editrice, la Ventizeronovanta.

In Mu l’autore sceglie la maschera di un trentenne molisano che scappa dal paesino natio e parte alla ricerca di un ideale Nord iperboreo, ritrovandosi in una Milano sospesa tra meschinità mondane e nevicate metafisiche. Temi e atmosfere riecheggiano Il piccolo isolazionista: in effetti si può dire che Il piccolo isolazionista sia il manuale di teoria, e Mu l’esempio pratico.

Qualche anno prima di morire, pare d’infarto, Labranca aveva rilasciato un’intervista nella quale dichiarava di amare particolarmente Un uomo solo, il romanzo di Christopher Isherwood. Per chi non lo sapesse, Un uomo solo si chiude con la morte del protagonista (un personaggio che con Labranca ha più di un punto in comune) per infarto. Capita, quando metti così tanta vita nei tuoi libri, che alla fine diventi un libro la tua vita stessa.

Daniele Gabrieli
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