Attualità: Le elezioni più importanti tra quelle meno importanti
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Le elezioni più importanti tra quelle meno importanti

Si dice spesso che le elezioni di midterm siano in realtà molto meno importanti di quanto piaccia pensare. Un evento interessante più per valutare lo stato di salute del Presidente che per le reali conseguenze sul piano politico. Ma quelle di quest’anno sembrano essere diverse per un motivo semplice, che è poi lo stesso per […]

6 Nov
2018
Attualità

Si dice spesso che le elezioni di midterm siano in realtà molto meno importanti di quanto piaccia pensare. Un evento interessante più per valutare lo stato di salute del Presidente che per le reali conseguenze sul piano politico. Ma quelle di quest’anno sembrano essere diverse per un motivo semplice, che è poi lo stesso per cui, da due anni, ciò che succede nel paese più importante del mondo lo seguiamo in maniera particolare: e cioè il fatto che il Presidente degli Stati Uniti d’America sia Donald Trump, l’uomo epitome dell’adagio secondo cui la storia tende a ripetersi una seconda volta come farsa, dopo essersi già manifestata come tragedia. Ecco, se la tragedia dovesse continuare o se invece passeremo alla farsa lo scopriremo a cominciare da stanotte. Quando gli americani, dopo aver assaggiato il menù Trump, osservato il servizio, giudicato la location e pagato il prezzo, decideranno se confermare o ribaltare il risultato di due anni fa.

 

Cosa sono le midterm elections

Ma poiché la politica americana non è esattamente l’hobby di tutti quanti, chiariamo innanzitutto di cos’è che stiamo parlando. Stanotte, in America, ci sono le midterm elections, le cosiddette elezioni di metà mandato. Si vota per rinnovare il parlamento, che negli USA si chiama Congresso: si eleggono tutti i componenti della Camera e un terzo di quelli del Senato. Pur non riguardando in prima persona l’inquilino della Casa Bianca, che sarà Trump anche domani mattina («the sun will rise in the morning», direbbe Obama), sono solitamente considerate come una sorta di “referendum sul Presidente”. Si tratta infatti della prima occasione in cui i cittadini americani possono valutarne l’operato, a due anni dalla sua elezione, cioè esattamente a metà del mandato di quattro anni.

 

 

In ossequio alla storica legge della politica secondo cui governare erode il consenso, per i presidenti in carica queste elezioni sono quasi sempre state una battuta d’arresto. Tradotto: tranne in 3 casi (Roosevelt 1934, Clinton 1998, Bush 2002), il partito del presidente non ha mai guadagnato seggi. Verosimilmente, accadrà anche a Trump di perdere qualche seggio. Ma la vera domanda è: quanti?

 

Trump vince se

Le midterm elections del 2018 serviranno a capire varie cose. Elenchiamone tre: quanto successo ha ancora Trump; se possa davvero rischiare l’impeachment; se il voto delle donne cambierà, dopo un anno di #metoo. Ci sarebbe una quarta curiosità, a dire il vero, e cioè scoprire, se Trump dovesse cadere, chi potrebbe prenderne il posto. Ma questo ce lo diranno soprattutto le elezioni nei singoli collegi, dei veri 1vs1 tra un candidato repubblicano e uno democratico che rappresentano la vera cosa appassionante di questa notte e di cui parleremo più avanti.

 

 

Torniamo a Trump. Il tycoon dai capelli d’oro, che un tempo al massimo aiutava il piccolo Kevin in Mamma ho riperso l’aereo, due anni fa ha sconvolto il mondo. Nella notte in cui è diventato Presidente, ha potuto esultare per due motivi: perché aveva battuto la Clinton, ovviamente, ma anche perché il suo partito, quello repubblicano, aveva ottenuto la maggioranza sia alla Camera sia al Senato. Significava avere l’intero parlamento dalla sua parte e quindi molte più possibilità di vedere approvate le sue leggi. O almeno sulla carta. Perché nei fatti il Congresso, pur a maggioranza repubblicana, si è messo di traverso a molte delle sue proposte, su tutte l’abrogazione dell’Obamacare, la riforma sanitaria di Obama che Trump voleva sostituire, ma il cui smantellamento è stato bloccato al Senato. L’ostruzione che ha ricevuto in questi due anni da un parlamento sulla carta amico sarebbe nulla in confronto a ciò che potrebbe succedere se almeno una delle due camere passasse in mano ai democratici, i quali potenzialmente (e sembrano proprio intenzionati a farlo) potrebbero bloccare ogni sua legge. Secondo i sondaggi, Trump potrebbe perdere la maggioranza alla Camera ma mantenerla al Senato. Se andasse a finire così, per The Donald sarebbe tutto sommato un buon risultato: nel sistema americano, benché ogni progetto di legge debba essere approvato da entrambe le camere, il Senato è il ramo del parlamento che ha più “potere”, soprattutto riguardo la politica estera, e non a caso è definito la Camera Alta. Per Trump, quindi, perdere solo la Camera Bassa potrebbe essere uno scenario non troppo nefasto. Anche se, per la questione impeachment, non sarebbe affatto una buona notizia.

 

L’impeachment e le donne

L’impeachment è il modo con cui il Congresso americano può mandare a processo il Presidente. Per Trump se ne parla dal primo giorno, per diversi (potenziali) capi d’accusa: dal licenziamento del capo dell’FBI, ai pagamenti da parte del suo ex avvocato alla pornostar Stormy Daniels e alla modella di Playboy Karen McDougal perché tacessero le loro precedenti relazioni con Trump, fino al Russiagate, cioè le sospette ingerenze da parte della Russia durante la campagna elettorale contro Hilary Clinton. A differenza di quanto è previsto, ad esempio, in Italia, dove comunque la procedura non è mai stata avviata (nonostante un certo partito l’avesse sventolata contro Mattarella solo qualche mese fa: ricordate?), negli Stati Uniti la questione è esclusivamente politica. È il Senato, e non un organo terzo, a rivestire il ruolo di giudice e a decidere, tramite votazione, se rimuovere o meno il Presidente dal suo incarico. Ma il primo passo spetta alla Camera: se la maggioranza semplice dei suoi componenti si trovasse d’accordo, può far partire la procedura e passare poi la palla al Senato, che, con un voto a favore da parte dei due terzi, potrebbe destituire Trump. Una procedura lunga, complessa e probabilmente destinata al fallimento. Ma è di tutta evidenza che se i democratici dovessero ottenere il controllo della Camera Bassa potrebbero quantomeno dare il via alla procedura (seppur con scarse possibilità di successo al Senato), cosa che invece non è mai riuscita in questi primi due anni.

 

 

A tal fine, secondo alcuni, potrebbe aiutare il fatto che alle elezioni per la Camera di stanotte si presentano, tra le fila dei democratici, moltissime donne. È opinione di molti che, nel mutato clima intorno agli scandali di molestie sessuali e considerato il maschilismo intollerabile di Trump, queste elezioni potrebbero sancire l’elezione in parlamento di un rilevante contingente femminile. Era la stessa cosa che si sosteneva alla vigilia delle elezioni 2016, a maggior ragione quando uscì fuori quel video in cui si ascoltava Trump proferire quei commenti ripugnanti sulle donne («Grab them by the pussy. When you’re a star you can do anything»), che fu interpretato come un assist a Hilary Clinton. Ricordiamo tutti, poi, com’è andata a finire. Si tende a dimenticare, insomma, che per avere il voto di una donna, udite udite, essere una donna solitamente non basta.

 

Chi vince se perde Trump

Ma motivo di grande interesse sono anche i duelli nei singoli Stati, alcuni dei quali potrebbero decidere le intere elezioni. E, a proposito di donne, non si può non parlare della giovanissima Alexandria Ocasio-Cortez, ventinovenne candidata democratica considerata uno dei volti nuovi più interessanti del Partito Democratico.

 

 

Di origini portoricane ma cresciuta nel Bronx, è reduce da una sorprendente vittoria nelle primarie del suo collegio a New York e punta ad ottenere un posto al Congresso per far partire una nuova stagione politica all’interno del suo partito, di stampo socialista e molto vicina alle idee di Bernie Sanders. Ma il futuro dei democratici sembra poter passare anche da nuove figure. E qui ci spostiamo in Texas, teatro della sfida più affascinante, ma anche più decisiva: quella tra il repubblicano Ted Cruz e il democratico Robert “Beto” O’Rourke. Il primo è il rivale numero uno di Trump all’interno del suo stesso partito e potenziale candidato alla Casa Bianca fra due anni. Beto, invece, è la nuova star della politica statunitense: ex batterista di un gruppo punk, un arresto per guida in stato d’ebbrezza, accostato a Obama e paragonato a Kennedy. Ha ricevuto anche l’endorsement di nientemeno che Lebron James, recentemente fotografato con indosso un cappellino con la scritta “Beto for Senate” poco prima della sfida, per l’appunto in Texas, tra i suoi Lakers e i San Antonio Spurs.

 

 

In Minnesota, invece, il volto dei democratici è una profuga somala di 36 anni, Ilhan Omar, musulmana e socialista, che vivrà una sfida tutta al femminile contro la repubblicana Jennifer Zielinski.

 

 

Ma contestualmente alle elezioni parlamentari, si vota anche per il ruolo di governatore in ben 36 Stati (su 50). Tra questi la Florida, dove c’è il primo candidato nero della storia, Andrew Gillum, contro cui Trump sta concentrando tutta la sua ira. Gli dà del ladro ad ogni comizio e ha definito Tallahassee, la città di cui Gillum è sindaco, la più corrotta del paese. Insomma, il clima è un filino teso.

 

 

Del resto, tutte le elezioni che riguardino gli Stati Uniti sono così: durano tanto, ma di solito non ci si annoia. E spesso il finale ti lascia a bocca aperta.

 

Copertina di Matt Johnson

Luca Capponi
Luca Capponi
Classe 1998, scrive per non studiare e studia per potersi permettere di scrivere. Ama lo sport, il Sudamerica, i libri e i paesi che non esistono più. Ai prossimi mondiali tiferà Jugoslavia.
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