Che cosa accomuna il neo Ministro dello sviluppo economico e del lavoro a una delle più note figure del nuovo cantautorato italiano? Sicuramente non l’impressione, piuttosto diffusa, che si siano trovati a svolgere i rispettivi ruoli in maniera un po’ casuale, bensì, il loro linguaggio, cioè, l’uso diretto e immediato che fanno delle parole, diventato, ormai, senza alcuna ombra di dubbio, il loro principale punto di forza. Insomma, Luigi Di Maio e Edoardo “Calcutta” sono la perfetta espressione della nostra società.
Già nel 1840, il noto storico, filosofo e politico Alexis de Tocqueville, nel secondo volume della sua fortunatissima opera La Democrazia in America, sostiene che la maggior parte di coloro che vivono in tempi di democrazia e eguaglianza sono tanto desiderosi di successi quanto “pigri” nel raggiungerli, di conseguenza, tendono a ricercare concetti semplici e idee generali, «per mezzo e avidi delle quali essi si illudono di rappresentare con poca spesa vasti oggetti, e di attirare gli sguardi del pubblico senza fatica». Inoltre, gli individui delle moderne società democratiche hanno molte curiosità e poco tempo libero, di conseguenza amano inglobare nozioni preconfezionate, illudendosi in questo modo di colmare ogni lacuna intellettuale. Con questa riflessione, Tocqueville individua una tendenza dell’uomo “democratico” destinata a intensificarsi sempre di più (soprattutto alla fine secolo successivo): la progressiva disattenzione all’impegno intellettuale legata strettamente ai processi di accelerazione dell’epoca contemporanea.
Questi processi di accelerazione si intensificano ulteriormente nella fase finale del Secondo Millennio, traducendosi in una vera e propria estensione delle relazioni su scala mondiale. Il fenomeno viene definito, per questioni di comodità, globalizzazione. Tralasciando il dibattito politico ed economico sviluppatosi sul tema per evitare di perderci nei meandri delle complessità teoriche, propongo di porre attenzione sulla descrizione del fenomeno, realizzata dal sociologo Manuel Castells, il quale sostiene che la globalizzazione corrisponde alla nascita della “società in rete”. Considerando che l’omonimo testo è del 2002, risulta piuttosto ovvio che il tipo di “rete” a cui si riferisce è rappresentata dalla tecnologia informatica in generale e sicuramente non dalla diffusione di internet come nuova forma di comunicazione interattiva di massa.
È interessante, tuttavia, ricordare che la tesi sostenuta dal sociologo spagnolo pone l’accento sugli effetti della tecnologia sulla società che sta per varcare le soglie del Terzo Millennio. La tecnologia informatica, infatti, renderebbe possibili le relazioni sociali indipendentemente dalla “vicinanza geografica”, ossia, a prescindere dal fattore territorio. Per questo motivo, secondo Castells, non ha più senso dividere il mondo in “sfruttatori” e “sfruttati”, in “centro” e “periferia”, bensì, in “chi è connesso e chi non è connesso alla rete”.
Le teorie dei due grandi pensatori qui sinteticamente riportate, seppur palesemente molto diverse tra loro, ci servono per capire come, dalla nascita della società contemporanea, a causa di una serie di motivi legati alla “parità di condizioni” dettata dal “nuovo” sistema di governo vigente in gran parte del mondo occidentale, c’è stata una progressiva tendenza da parte degli “individui democratici” a disimpegnarsi intellettualmente, preferendo concetti semplici e parole che attraggono facilmente l’attenzione, suscitando piuttosto immediatamente determinate passioni. I motivi di questa vera e propria “pigrizia intellettuale”, secondo Tocqueville, risiedono nelle conseguenze “dell’uguaglianza nelle condizioni di partenza” dei cittadini dei paesi democratici, la quale spinge gli individui ad impiegare tutte le proprie forze ed energie per realizzarsi personalmente e professionalmente all’interno della società, lasciando poco spazio al nutrimento del cervello.
Con la nascita della “società in rete” la questione si complica ulteriormente, in quanto prende corpo una vera e propria “interconnessione globale” che modifica profondamente le modalità delle comunicazioni di massa. Questo cambiamento strutturale ha plasmato anche nuove tipologie di comunicazione verbale, decisamente più dirette e immediate, destinate a mutare ancora più profondamente con l’avvento dei controversi social network. Questi ultimi hanno, in un certo senso, ‘costretto’ chi li utilizza ad adottare un linguaggio semplice ed efficace, teso ad ottenere quanti più “like” possibili, influenzando a lungo andare le modalità di approccio alla comunicazione verbale degli individui anche (e soprattutto) nella “vita reale”. Perché si sa, ormai i social network non sono più semplice ed esclusivo appannaggio del mondo virtuale, ma hanno completamente invaso e conquistato quello reale. Si sono silenziosamente insediati nel cervello di tutti gli individui “connessi”, modificando radicalmente i loro comportamenti, le loro abitudini linguistiche e producendo, di conseguenza, nuovi modi di comunicare, di “arrivare alle persone”.
In questa “società in rete”, caratterizzata dall’economizzazione delle parole e dei concetti, emergono figure che ben hanno saputo sfruttare le nuove tendenze comunicative: Luigi Di Maio e Calcutta. Il primo rappresenta l’esempio perfetto del generatore di idee semplificate condite di retorica qualunquista e populista; il secondo, invece, semplifica sensazioni ed emozioni alquanto complesse, attraverso il ricorso a divertenti giochi di parole (spesso di dubbio senso). I due, dunque, grazie al loro modo semplificato di trasmettere idee, nel primo caso, e sensazioni, nel secondo, riscuotono un consenso molto ampio. Insomma, entrambi hanno molto successo perché parlano alla pancia degli ascoltatori, suscitando emozioni immediate.
A questo punto sorge spontanea una domanda: le nuove modalità di comunicazione verbale possono essere considerate positive o negative?
In altri termini: meglio arrivare a pochi, conservando una certa introspezione ed evitando “gli applausi facili” oppure dare la possibilità a tutti (quindi anche a chi non ha gli strumenti adatti per poter comprendere determinate espressioni linguistiche) di accedere intellettualmente al mondo politico e cantautoriale?
Non è un caso che la pancia e il cervello siano geograficamente molto distanti tra loro e che abbiano funzioni totalmente diverse. Se un cantautore un po’ stonato urla frasi apparentemente a caso (e, devo ammetterlo, terribilmente orecchiabili e talvolta anche piacevoli) non mina la dignità di nessuno, perché fin dalla notte dei tempi, a prescindere dalla legittima esistenza della critica e dell’esercizio del suo diritto, il gusto musicale è sempre stato personale, istintivo. Se una canzone fa venire i brividi, per quanto scritta e suonata male, non è una tragedia, in quanto meccanismo irrazionale, “di pancia”, appunto. Il problema, invece, si pone nel momento in cui l’uomo che occupa ben due dei principali Ministeri del paese, fa continuamente appello ai sentimenti degli italiani, non perdendo mai occasione di aizzare le masse contro le Istituzioni e di risolvere ogni questione complessa con l’adozione di politiche simboliche a basso livello di conflittualità pubblica (si veda il dimezzamento dello stipendio).
La semplificazione dei testi e dei contenuti in musica non è un problema per nessuno (o comunque lo diventa solo in alcuni casi inseriti all’interno di un contesto più ampio). La semplificazione delle questioni economiche, politiche e sociali, invece è un problema per tutti.