Ho conosciuto Zerocalcare quando ancora non si chiamava Zerocalcare.
Frequentavamo entrambi la stessa scuola, una scuola pomeridiana di fumetti, la SRF. La Scuola Romana di Fumetti si trovava, e ancora si trova, in un bel palazzo di via Flaminia, a un passo da villa Borghese e Piazza del Popolo. Lo incrociavo nei corridoi e non avevo il coraggio di approcciare. A tredici anni chi ne ha sei in più ti intimidisce. O almeno intimidiva me, perché è stato grazie ad un mio coetaneo, che lo conosceva sul serio, che sono entrato in contatto con il lavoro artistico di quel ragazzo. Ink4Riot, inchiostro per la rivolta, come si firmava allora Michele Zerocalcare. Su un sito erano raccolte storielle e disegnini (vezzeggiativi suoi) che riguardavano punk, skinheads e antagonismo politico. Si parla poco di quelle storie quando si affronta il “fenomeno Zerocalcare” ma per me, all’epoca, furono fondamentali. Ero un adolescente che si avvicinava al punk e lui mi spiegava tutto quello che dovevo sapere: la precedenza storica degli Skinhead di sinistra, la psicosi del poser, la pericolosa piaga degli ambigui. E ancora: che noi punk odiamo i fricchettoni, che la violenza va bene coi fascisti e che i poliziotti sono tutti bastardi. Cosa sono gli Straight Edge, i Mod e la S.H.A.R.P.
Genova era ancora fresca (questo lo osservo ora, ma a quell’età gli anni sono secoli e mi sembrava lontanissima) e Ink4Riot scrisse La nostra storia alla sbarra: un breve racconto di sei pagine in cui ripercorre gli avvenimenti più tragici del G8 attraverso il punto di vista di un manifestante. Rimane una delle testimonianze di Genova che più mi ha segnato. Ancora oggi, quando penso alla morte di Carlo Giuliani, mi tornano in mente le parole di Michele: «quell’estintore che rotolava, che lo volevamo raccogliere tutti». Agirono come un efficiente firewall nella testa di un ragazzino bombardata dal discorso criminalizzante di tutti i media. Eppure, la sua opera per me così importante, all’epoca era ignota ai più e si diffondeva principalmente tra i suoi compagni di sottocultura.
Conobbi veramente Michele cinque anni dopo ad un sit-in a Piazza Trilussa, non ricordo più contro cosa. Coincideva col mio periodo di maggior attivismo politico: la manifestazione era stata organizzata da un collettivo di cui facevo parte e non dissi a Michele che era un po’ merito suo se ci trovavamo lì, anche perché si dimostrò già sufficientemente imbarazzato dai più generici complimenti che gli feci. Lo rividi nuovamente solo dopo altri cinque anni: chino ad autografare libri in una piccola fumetteria bolognese affollata di fan. Era l’uscita di Un polpo alla gola, un mio amico fumettista mi aveva incaricato di due missioni, a priorità decrescente: ottenere il fumetto, ottenere l’autografo. La fila per gli autografi era organizzata coi numeretti stile macelleria, essendo il mio situato ad una distanza siderale da quello corrente, mi sedetti a leggere il fumetto appena comprato sul gradino della vetrina, nel marciapiede antistante al negozio. Davanti a me, in piedi, c’erano tre ragazze un po’ più piccole, forse matricole o maturande. Con lo sguardo rivolto all’interno, rapite da quel ragazzo tatuato appena visibile tra le pile di graphic novel, dicevano «Vi rendete conto che è proprio lui? Qui davanti, che ci separa solo un vetro?». Parecchie cose erano cambiate negli ultimi cinque anni per il caro Michele.
Ad oggi la produzione editoriale di Zerocalcare conta cinque libri, tre sono graphic novel, uno è una raccolta di strisce e l’ultimo una via di mezzo tra le due cose. Nei romanzi intreccia il registro comico con quello tragico e praticamente in tutte le storie la morte ha un ruolo centrale, spesso come elaborazione di un lutto o di una colpa. La narrazione procede sospinta dalle insicurezze del protagonista, l’alter-ego di Zerocalcare, un trentenne disadattato che non si rifà la stanza, mangia le merendine davanti le serie tv streaming e si orienta nella vita grazie ai cartoni animati degli anni ottanta. La grande assente in queste opere è la politica. Cosa che gli è costata qualche critica, soprattutto ultimamente, perché Zerocalcare parla molto di politica, sia nelle interviste come anche nei fumetti stessi, ma sempre incidentalmente. Sappiamo di questo alter-ego che era un punk, che frequenta i centri sociali e odia le guardie, ma poco più. Quel mondo non viene narrato, viene solo nominato. AkaB, un altro autore di fumetti vicino alla controcultura, gli ha dedicato questa vignetta; è nato Viakal , il generatore automatico di fumetti di Zerocalcare che rimischia a casaccio le cifre dell’autore, cioè centri sociali, romanaccio e cartoni animati; infine un mese fa, un redattore di VICE ha scritto uno status, sollevando un dibattito con centinaia di commenti, che radunava tutte queste istanze critiche portandole alle loro estreme conseguenze. Sosteneva che non solo Zerocalcare marginalizzasse la politica nelle sue opere, ma che tenesse consapevolmente un piede in due scarpe: da un lato cavalca le battaglie dei centri sociali e dall’altro vende migliaia di copie sfruttando gli idola del consumismo peggiore, elevandoli a vessillo generazionale.
Riporto la cosa perché è probabile che Zerocalcare rispondesse proprio a lui in questa vignetta (1) di Kobane Calling, l’ultima fatica dell’autore, uscita poche settimane fa per Internazionale e sulla quale torneremo tra poco.
Prima bisogna ricordare che non è corretto dire che la politica è scomparsa dall’attività artistica di Zerocalcare dopo che ha avuto successo. Accanto alla produzione editoriale ufficiale, Michele ha continuato collateralmente a mettere i suoi fumetti al servizio dei movimenti, sia disegnando flyer e manifesti per i centri sociali, sia con vere e proprie storie. Ne cito due: quella a sostegno del Cinema America colpito da un’aggressione fascista e quella apparsa sul primo numero di Antifanzine. Entrambe a tematica antifascista, riprendono l’afflato didattico delle prime storie, quelle di Ink4riot, e si propongono di spiegare per bene chi sono questi neofascisti. Un compito utile e necessario di questi tempi in cui l’ambiguità è diventata l’arma principale di certa estrema destra che ha preso a rivalutare e rivendicare un po’ di tutto, da Carmelo Bene a Rino Gaetano, passando per Che Guevara e chiudendo in bellezza con Karl Marx.
Kobane Calling è un altro paio di maniche perché esce su una rivista della caratura di Internazionale e la porta al sold out in pochi giorni: non possiamo considerarla una produzione collaterale. Si tratta di un reportage di guerra: Michele è stato un mese in un villaggio della comune curda di Rojava, al confine con la Siria e con la città di Kobane assediata dallo Stato Islamico. In quaranta pagine cerca di restituirci la strana vita che si vive in un paradiso socialista, musulmano e antisessista che si trova a resistere in prima linea contro il più grande villain globale della stagione 2014/2015. Il tutto filtrato dagli occhi di Zerocalcare. Come fa notare Mattioli su VICE (per chiarezza: non è lui l’autore cui mi riferivo prima), anche in guerra Zerocalcare si porta i giocattoli di Zerocalcare: «i cartoni animati giapponesi, le citazioni dai gruppi punk, Rebibbia, le battute in romanaccio». Quelle idiosincrasie da trentenne disadattato che possiamo trovare irritanti e un po’ patetiche quando sono una difesa contro la normalissima vita metropolitana dell’alter-ego di Michele (anche lui ha sentito l’esigenza di sfilarsi da questo personaggio in un’intervista su Wired), ma che assumono tutto un altro peso se quello che devono razionalizzare è una milizia armata di stanza a un paio di chilometri dal tuo letto. L’universo simbolico di un’infanzia consumista viene problematizzato dal contesto e esprime lo scarto tra la vita coccolata di un ragazzo occidentale e quella di chi ha dovuto crescere molto più in fretta nelle periferie del mondo. I cartoni animati non sono più l’arma fiera del nerd contro i ritardi di Trenitalia ma il bagaglio imbarazzante che trasforma Zerocalcare in un pupazzo (dei Muppets) quando deve confrontarsi con una rivoluzionaria di Rojava più giovane di lui. Chi non sarebbe un disadattato in una situazione del genere?
Anche in Kobane Calling c’è un lato didattico e anche qui è utile e necessario trattandosi non solo di spiegare le linee generali del conflitto, ma anche e soprattutto di riportare le voci di chi quel conflitto lo vive e lo combatte. Come per esempio l’opinione composita che hanno a Rojava sull’intervento degli Stati Uniti: indubbiamente contenti quando le loro bombe cascano sulle teste dell’ISIS, amaramente consapevoli della natura formale e non risolutiva di queste operazioni.
Se il fumetto politico, come del resto ogni forma di narrativa “civile”, è sempre a un passo dal diventare didascalico, ha il merito di raccontare realtà che conosciamo solo superficialmente e personaggi che mettono in gioco qualcosa di più dell’ansia di ricaricare la lavatrice. D’altro canto, l’autofiction (o l’autobio) è un noto flagello della letteratura, invasa da romanzi che hanno per protagonista uno scrittore che fa le cose da scrittore e pensa le cose da scrittore, e forse solo il mondo del fumetto è messo peggio. Sotto Zerocalcare si agita una folla di autori che hanno il medesimo punto di vista e non vedono l’ora di salire su un palco per raccontarcelo: uno sfigato che fa i fumetti in lotta col mondo dei “normali” che non capiscono i suoi riferimenti culturali.
Si dà il caso, però, che nella vita di Michele Zerocalcare ci sia molto di più, anche tralasciando i viaggi in medio oriente. I centri sociali e i movimenti sono un mondo che la maggior parte degli italiani incontra due o tre volte l’anno, quando in Val di Susa o a Roma o a Taranto sale la tensione sociale e i media coprono gli eventi riducendoli ad un problema di ordine pubblico. Per una settimana il cittadino viene chiamato ad esprimersi forsennatamente su quei ragazzi col volto coperto che ha intravisto in tv e poi tutto scompare. Ma in Italia abbiamo un autore da centomila copie che quel mondo lo conosce e lo abita da anni, una coincidenza unica che purtroppo non ha ancora dato nessun frutto. Questa non è una chiamata alle armi della militanza, un’istanza etica che Michele sente già e non ha bisogno di me per ricordarsela, quanto piuttosto la speranza di un lettore che vorrebbe incontrare narrazioni nuove. La descrizione dell’antagonismo nell’arte è ferma al sessantotto o al limite al settantasette. Se c’è da narrare la rivolta giovanile, la si ambienta lì e lo sguardo retrospettivo contribuisce alla creazione di opere smaccatamente reazionarie come La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana: stavamo solo giocando, i veri valori si sono persi per strada, i terroristi erano dei pazzi e gira che ti rigira i veri eroi sono i poliziotti. Le poche soluzioni contemporanee tipo Come te nessuno mai (e parliamo comunque del 1999), in mancanza di uno scenario storico riconosciuto come rivoluzionario, riducono la lotta politica a un teatrino adolescenziale di liceali in cerca di un’identità, un romanzo di formazione in cui il protagonista ha per scopo principale perdere la verginità sul tetto della scuola occupata, come riconosce lo stesso Zerocalcare in Kobane Calling.
Eppure i movimenti negli ultimi quindici anni si sono impossessati della scena politica, anche internazionale, con risultati che non possono essere analizzati in questa sede, ma riuscendo a fissarsi nell’immaginario collettivo, benché nella maniera confusa attraverso la quale sono stati rappresenti dal discorso mediatico. No global, antagonismo, black block, indignados, antifascismo militante, centri sociali, componente anarchica, lotta per la casa, disobbedienti, cognitariato, Anonymous, No Tav, Val di Susa, Genova, Taranto, Roma, Madrid, Londra, Atene: concetti, persone e luoghi che sono anche storie. E non inchieste, documentari o analisi politiche, intendo proprio storie: romanzi, film, fumetti. Una di queste la potrebbe raccontare Zerocalcare.
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