Il problema più grande quando lavori in una sala cinematografica non è tanto il fatto di essere l’unico a lavorare in un luogo in cui tutti gli altri si divertono, quanto il fatto che, essendo un luogo in cui la gente viene per essere intrattenuta, qualsiasi errore ti viene rinfacciato dai tuoi clienti con lo stesso veleno che avrebbero se ti beccassero intento a cospargere di seme la loro nipotina di 13 anni dal seno sodo fresco fresco di menarca.
Qual era il mio compito? Beh, che ci crediate o no, io ero quello che mandava i sottotitoli in diretta su un film turco.
In diretta, sì, perché non essendoci un timecode che automatizza il tutto, è necessaria la sensibilità di un essere umano a capire che se il protagonista è in lacrime, in ginocchio, davanti alla donna che ama, il sottotitolo che lo accompagnerà non sarà di certo «ti spacco la faccia».
Entro nella sala e mi siedo in fondo a destra. Tutto è stato pensato nei dettagli, per evitare problemi.
Il festival però è gratuito, il che mi dà da pensare: quando la gente spende la bellezza di 7 euro per andare al cinema, si siede, sta zitta e guarda tutto il film senza battere ciglio, perché 7 euro sono 7 fottuti euro!
Ma, quando la proiezione è gratuita, la sala si riempie di sessantenni rimasti vedovi che sfoggiano un look stravagante fatto di calzoncini marroni multi-tasche visibilmente slabbrati, camicie hawaiane e capelli lunghi e unti legati in un codino, vecchi pensionati dai pantaloni ascellari e ragionieri quarantenni di sinistra sessualmente repressi che trovano in queste manifestazioni culturali gratuite lo sballo che uno pseudo-intellettuale fallito cerca.
Ma il problema è un altro: quando alla gente viene offerto qualcosa di gratuito tutti si sentono in diritto di pretendere di più di quello che NON hanno pagato e si trasformano in un gregge di pecore ritardate incapace di fare qualsiasi cosa senza chiedere prima a qualcuno.
C’è una persona dentro un cinema con un computer acceso che sembra concentrata(nello specifico: io)?
Non sta di sicuro lavorando e, siccome io sono qui gratis, posso tranquillamente defecargli i genitali.
Questo è quello che passa per la testa di questa mandria di gibboni.
Penso: di sicuro qui in fondo alla sala non avrò problemi, il cavo VGA è nascosto dietro il sedile quindi non c’è rischio che qualcuno lo stacchi passandoci sopra, né che qualcuno mi chieda di passare durante la proiezione, visto che il pubblico è formato al 90% di vecchi catarattosi che si contendono i pochi posti in prima fila contando sui loro molteplici anni.
Ma mi sbagliavo.
«Questo posto mi spetta di diritto, ho 92 anni io!».
«Sì ma io ho il menisco frantumato, e quelli della ASL me l’hanno sostituito con una mini banana Chiquita, quindi lo prendo io».
«Io ho 106 anni, e se mi siedo in seconda fila non vedo».
«Io ho cavalcato al fianco di Garibaldi durante le battaglie per l’unità, poi sono dovuto andare in pensione. Mi spetta un posto in prima fila.».
Quando non parlano, la sala si riempie di fischi di narici otturate, colpi di tosse, potenti espettorazioni di catarro e rumori di ossa che scricchiolano.
La sala sa di naftalina e cateteri sporchi.
C’è un cavo per terra? Ci DEVO passare sopra coi piedi e, se possibile, staccarlo!
Devo andare in bagno? DEVO chiedere il permesso a quel ragazzo con il computer seduto in fondo a destra!
Voglio uscire a fumare una sigaretta? DEVO passare davanti al ragazzo con il computer e bloccargli la visuale con il mio pacco!
Mi annoio perché il film è una cagata monumentale? DEVO chiedere al ragazzo con il computer quanto manca alla fine e raccontargli della guerra, invece di uscire dalla sala e trovare qualcosa di più costruttivo da fare.
Sembra assurdo, ma è successo questo. Così all’ultima proiezione mi sono tolto dei sassolini dalla scarpa.
«Mi scusi giovanotto, quanto manca alla fine del film?».
«Non lo so e non me ne frega un beneamato, caro signore dalle orecchie pelose».
«Mi scusi, posso andare in bagno?».
«Ma guardi, per quello che mi importa può andare dove cazzo le pare.».
«Mi scusi, ma lei che sta facendo qui con il computer?».
«Sto facendo l’albero di Natale, non si vede?».
«Mi scusi giovanotto, ma lei sta traducendo il film in diretta?».
«Sì, signora, io batto 547879345 parole al minuto, quindi non mi crea nessun problema tradurre in simultanea un dengbej baffuto che ulula in curdo da mezz’ora un inno alle capre.».
«Che bravo!»
«Scusa, ma che per caso sai che sta a fa’ ‘a Riomma?»
«Presumo che undici di loro stiano giocando a pallone, mentre gli altri sono seduti in panchina.»
«Giovanotto, non sono riuscita a leggere il sottotitolo in tempo, me lo rimetti da capo?»
«Ma certo signora, vorrà dire che manderò in ritardo tutti i sottotitoli successivi.».
Giovanotto, ma come si permette? Guardi che io conosco il fidanzato della migliore amica della segretaria dell’ufficio del sindaco»
«E io conosco Batman, Superman, Sonic, sono il figlio del demonio e ti monto a sangue sul proiettore se ti azzardi ancora una volta a minacciarmi con le tue conoscenze da ufficio del catasto.»
Poi ci sono gli splendidi che hanno fatto un solo viaggio all’estero nella loro vita, hanno imparato come si dice casa, mamma, cane e pastasciutta in una lingua qualsiasi e si sentono in dovere di farti notare che nel nome Gulendam la U ha la dieresi.
Così tu sei costretto a ricordargli che il proiettore che stai usando (un LG color panna montata, fragile e affidabile quanto la panna montata) riesce a distinguere a malapena una E accentata da un punto interrogativo, e che quindi le dieresi sono il simbolo del demonio.
Inoltre ti senti in dovere di rammentargli come l’atteggiamento che più si addice all’avventore di una sala cinematografica sia quello che escluda il deturpamento dell’altrui scroto.
Io non cago sulla tua scrivania mentre lavori.
Io non ti chiedo che sta facendo la Roma mentre tu lavori.
«Lei non sa con chi sta parlando» dicono loro.
«Masticazzi» rispondo io.