Attualità: Libri, musica, serie tv e chiacchiere sotto una pioggia perpetua
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Libri, musica, serie tv e chiacchiere sotto una pioggia perpetua

«Vengono, vanno, ogni tanto si fermano, e quando si fermano sono nere come il corvo. Sembra che ti guardano con malocchio».   Ci fu un anno, il 2014 per esser precisi, in cui caddi in una singolarissima e leggera depressione. Non era però una tristezza così disperante, era per lo più un silenzioso stato d’animo […]

27 Feb
2018
Attualità

«Vengono, vanno, ogni tanto si fermano, e quando si fermano sono nere come il corvo. Sembra che ti guardano con malocchio».

 

Ci fu un anno, il 2014 per esser precisi, in cui caddi in una singolarissima e leggera depressione. Non era però una tristezza così disperante, era per lo più un silenzioso stato d’animo senza luce. Un giorno, poi, uscì il sole e tornai a rilucere anche io, e mi accorsi che quella non era depressione: avevo solo bisogno di calore.

Oggi, come allora, piove a dirotto da giorni, da mesi, da anni, e alla pioggia si alternano talvolta spruzzi di neve che non mi danno pace, né gioia. Siamo tutti stanchi di queste giornate bolognesi che ci trascinano nella frustrazione, in un perenne stato mestruale (e non lo dico solamente perché vivo con tre ragazze. Tre cicli li senti; li senti tutti).

Anche le mie letture sono discontinue: Orhan Pamuk,  ingiustamente lasciato da mesi, con il suo enciclopedico manuale su Istanbul, I ricordi e la città, è riuscito a intrattenermi per quasi 180 pagine e ci siamo detti arrivederci; Anna Maria Ortese e Simone Weil (oggetti di studio per i quali non mi dilungherò); Pino Cacucci, che mi parla di balene, perché ho sempre amato le balene e il mare è la mia ossessione; e Michele Mari che parla dei Pink Floyd (Rosso Floyd, straconsigliato!), facendo uno straziante ritratto di Syd Barrett, ingrassato e pelato, che osserva i suoi vecchi amici registrare in sala.

 

 

«Certe volte sono bianche e corrono, e prendono la forma dell’airone o della pecora o di qualche altra bestia, ma questo lo vedono meglio i bambini che giocano a corrergli dietro per tanti metri».

 

Così come disparata è la musica che ascolto ultimamente: Niccolò Fabi, ma anche i Genesis. Amo i Jethro Tull, ma anche i trasognanti Belle and Sebastian. Francesco De Gregori scrive testi altissimi, inarrivabili, e lo invidio troppo, tanto che ho scelto di non scriverne più.

«La nave è fulmine,
torpedine, miccia,
scintillante bellezza,
fosforo e fantasia,
molecole d’acciaio,
pistone, rabbia,
guerra lampo e poesia.
In questa notte elettrica e veloce,
in questa croce di Novecento,
il futuro è una palla di cannone accesa
e noi la stiamo quasi raggiungendo».

I muscoli del capitano, Francesco De Gregori, Titanic, 1982

 

 

E poi, come posso non riprendere ad ascoltare i The Cranberries, ora che è morta la frontwoman? Lo sguardo nobile e severo come una statua della mitologia greca, andato perduto nell’oblio. Che Dolores!

Ho visto la prima versione del video Dreams.

Nel ritornello, quando si inserisce il controcanto, l’immagine si sdoppia. Magari negli anni ’90 sarebbe stato innovativo, ma a me ricorda soltanto Gemma del Sud. Da solo mi redarguisco: («Non si ride di Dolores!»).

 

 

Poi la Bossa nova, perché ho bisogno di ritmi esotici, e ho scoperto un pezzo techno tamarrissimo, che amo alla follia, si chiama Stanga.

 

 

«Certe volte ti avvisano con rumore, prima di arrivare, e la terra si trema e gli animali si stanno zitti. Certe volte ti avvisano con rumore».

 

Netflix mi ha fatto dono di un’ansia di primissima scelta, con la serie La casa de papel, in cui un gruppo si organizza per conquistare la Zecca nazionale spagnola e produrre 24 milioni di euro e fuggire senza aver truffato nessuno; psicologie interessanti, con un progetto perfetto sotto ogni aspetto (semicit. Mary Poppins), ma quando poi entrano in gioco i sentimenti, inizia a sfaldarsi anche il piano sopraffine.

Ah, questi sentimenti! Rovinano sempre tutto. Come annebbiavano Medea, annebbiano anche la giovanissima coppietta di The end of the fuckin’ world, che fugge quasi lucidamente verso l’ignoto, si perde e si ritrova, uccide e si ama.

Per finire con Master of None (anche questo consigliato, ma non quanto La casa de papel), scritto, diretto e recitato dallo straordinario Aziz Ansari, che interpreta un attore indiano in lotta per la sopravvivenza con/nella la società newyorkese. La serie ci mostra come dai trent’anni in su diventa sempre più dura trovare una stabilità (anche qui, l’ansia si taglia con un machete).

Dalla seconda stagione, le atmosfere spassose e le puntate divertenti vanno sempre più scemando con (credo) l’esaurimento delle idee dell’autore/regista/attore, che rattoppa tutto abbozzando a metà stagione l’ascesa di un sentimento amoroso per Alessandra Mastronardi.

 

 

Mi sono sollazzato con la terza stagione di Gomorra, che ho amato per le poche chiacchiere e la vera azione.

Anche in questa stagione ho aspettato che qualcuno dicesse a Ciro di Marzio «Io t’acCir’». Ma niente.

«Vengono, vanno, ritornano e magari si fermano tanti giorni che non vedi più il sole e le stelle, e ti sembra di non conoscere più il posto dove stai».

E poi chiacchiere su chiacchiere:

«Il film su Fabrizio De André? Uno schifo. Quel Luca Marinelli, neanche ha fatto lo sforzo di imparare il genovese».

Stesse movenze con la schiena ricurva, stesso volto svanito, stessi capelli, cantava e suonava egregiamente (anche grazie al supporto dei fonici), «ma non parlava genovese».

Certo, come se il genovese si potesse imparare come si impara a cucinare la pappa al pomodoro.

Ahimè, questa di Marinelli è la storia vera.

 

 

«Chi voti?» «Hai visto la Meloni al Museo Egizio, quanto è ridicola?», e «I 5 stelle non sanno scegliere i loro candidati, figuriamoci se possiamo affidare a loro le sorti del paese». Salvini urla cose irreali, Renzi doveva sparire dalla circolazione a dicembre e invece è ancora lì, ma non parla neanche, mentre Berlusconi impasta bavosamente parole che promettono il niente… Invecchiano gli dei, ma non le ambizioni. Febbraio finisce in fretta, come sempre, ma il 4 marzo non arriva mai.

La verità è che sto vivendo uno spaesamento. Sono spaesato ed esaurito. Niente idee, valori, passioni. Questa pioggia e queste nuvole mi hanno tolto ogni felicità. Fossi credente, mi aggrapperei alla fede, ma ho paura delle cose irreali, dei fantasmi e degli spiriti immortali che tramutano cibi e bevande.

Si esaurisce tutto, meno che la pioggia, che mi insegue oramai da mesi, da Sud (quando sono stato in Calabria durante le vacanze di Natale, una bufera ci ha quasi spazzati via), a Nord, tra questa gelida Bologna e l’austriaca Milano.

Si aspetta che esca il sole, come si attendono i nuovi episodi di Storie Maledette.

 

 

«Vanno, vengono, per una vera mille sono finte, e si mettono lì tra noi e il cielo, per lasciarci soltanto una voglia…».

 

Marco Ceravolo
Marco Ceravolo
Laureato in Lettere Moderne, Marco Ceravolo, Calabrese d’annata 1991, vive a Bologna, dove scrive canzoni e coltiva il sogno di diventare autore di racconti visionari e reportage di viaggio.
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