Attualità: L’importanza dei ricordi materiali
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L’importanza dei ricordi materiali

Questo weekend sono tornato a casa dei miei genitori e ho lasciato le cuffie nell’appartamento a Roma. Non volendo affrontare mezz’ora di viaggio in treno nel silenzio più assoluto, mi sono messo a cercare per casa un paio di cuffie, nella speranza di averne seminato qualcuno in giro come spesso mi capita di fare con […]

16 Mag
2019
Attualità

Questo weekend sono tornato a casa dei miei genitori e ho lasciato le cuffie nell’appartamento a Roma. Non volendo affrontare mezz’ora di viaggio in treno nel silenzio più assoluto, mi sono messo a cercare per casa un paio di cuffie, nella speranza di averne seminato qualcuno in giro come spesso mi capita di fare con ogni tipo di oggetto.

Per mia sfortuna non ne ho trovate di buone, ma questa ricerca mi ha dato l’occasione di aprire cassetti che avevo chiuso anni fa, e non metaforicamente: alcune scatole non le aprivo da non so quanto, e dentro ho trovato cose che appartenevano al mio passato e che mi hanno fatto tornare improvvisamente indietro nel tempo. Così ho abbandonato l’obiettivo-cuffie e ho cominciato a rovistare tra vecchie cianfrusaglie. E a riflettere.

 

Accadde oggi

Oppure, nella sua forma aggiornata, semplicemente Ricordi: è questo il modo in cui Facebook ci consente di fare un tuffo nel nostro passato social, tornando esattamente a quel giorno di uno, due, dieci anni fa, per scoprire cosa stavamo facendo, quale canzone stavamo ascoltando, quanti “xD” avevamo aggiunto al nostro stato.

Ormai funziona un po’ tutto così: con l’era dei pc prima e con quella degli smartphone poi, ciò che viviamo viene trasportato e immagazzinato nella memoria digitale di questi nuovi strumenti, che consentono di salvare a futura memoria una quantità incredibile di foto, video, frasi. Non voglio fare il nostalgico: amo il mio smartphone, gli sono grato per tutte le possibilità che offre, probabilmente faticherei non poco se dovessi farne a meno da un giorno all’altro. Per quanto riguarda i ricordi, però, la sua funzione è piuttosto limitata.

Probabilmente avrò scattato migliaia di foto e girato centinaia di video con il mio telefono, ma raramente qualcosa è rimasto. Mi sono detto: sì, poi le metto sul pc. Mi sono detto: sì, poi salvo tutto, le riguardo, anche quella frase che ho segnato nelle note, tutto, sì, tutto. E invece non mi è rimasto niente. Dei chilometri di conversazioni importanti, dei messaggi più belli e di quelli più drammatici, delle foto migliori; di tutto questo, non resta più niente. Nei cassetti della mia vecchia stanza, invece, ho ritrovato di tutto.

 

Cose

In totale controtendenza con l’attuale svolta ecologista che sta imperversando su tutto il globo, non ho mai gradito i ricordi biodegradabili. Ho bisogno di aggrapparmi a qualcosa, e se qualcosa per me ha significato ho bisogno che resti, che non vada persa, che non venga riciclata. Ovviamente non tutto ciò che entra in contatto con me o con qualche mia esperienza può rientrare di diritto anche nelle scatole dei ricordi, altrimenti non basterebbe lo spazio. E, soprattutto, i ricordi più importanti perderebbero di significato. Perché se tutto è importante, allora niente lo è veramente.

Per quanto mi riguarda non conta la bellezza dell’oggetto in sé, e non ho neanche collezioni particolari, a parte una: i pacchetti di sigarette di tutti i posti in cui sono stato all’estero, con sopra scritte che sconsigliano di fumare dando buoni consigli in lingue che non capivo e che non capisco neanche oggi. Era confortante, in un certo senso, non conoscere una lingua e poter quindi fumare senza sensi di colpa. Stupidamente consolatorio.

Sigarette a parte, nei miei cassetti ho ritrovato oggetti semi-dimenticati che mi hanno portato indietro negli anni, nei momenti esatti in cui quelle cose per me avevano un senso. C’erano accendini di periodi particolari della mia vita (che non sono riuscito neanche a riportare alla mente, tanto erano particolari); sigarette colorate da ragazze che amavo; lacci per capelli che di sicuro non sono appartenuti a me, che li ho sempre tenuti corti. E ancora: una banconota coreana donatami da un viaggiatore ad Amsterdam come ringraziamento per avergli offerto una sigaretta; un sasso con su scritto “ti amo” e con incisa una data; un bracciale con un nome di ragazza.

Cose, su cose, su cose su altre cose, accatastate, incastrate, con un loro posto preciso da occupare, senza il rischio di essere spazzate via da un Elimina tutto o da un errore di sistema. In un modo o nell’altro sarò sempre costretto a fare i conti con quegli oggetti perché sono tangibili tanto quanto me, reali tanto quanto me. Non potrò mai buttarli via cambiando smartphone, no; se dovessi mai decidere di sbarazzarmene dovrò farlo con consapevolezza, probabilmente riflettendoci su un po’, sicuramente guardandoli almeno per un’ultima volta. In un modo o nell’altro, dandogli importanza. Perché ne meritano, per essere finiti nell’élite delle mie cose più care.

 

Lettere

In tutto questo tornare indietro, un capitolo a parte meritano le lettere. Ho ritrovato cose scritte da persone che amavo e che mi hanno amato, e mi ha sorpreso l’aspetto delle pagine: l’espressione “ingiallite dal tempo” si è fatta reale e si è appiccicata su un foglio protocollo pieno di parole d’amore che non ricordavo di aver ricevuto. Di lettere ne abbiamo scritte tutti, alcune sono state consegnate, alcune no; alcune sono state apprezzate e hanno raggiunto il loro scopo, altre sono state fatte in mille pezzi e si sono perse nel vento insieme al loro contenuto. Per quelle che sono rimaste, invece, c’è e ci sarà ancora spazio nei cassetti migliori.

Una di queste l’ho cercata intenzionalmente: ricordavo di averla letta in un punto preciso della casa e di averla lasciata sepolta sotto altri fogli, e infatti lì l’ho ritrovata. L’ho riletta a distanza di anni, mi sono commosso perché conteneva dettagli che non ricordavo e che mi hanno avvolto in maniera dolce e inaspettata; infine l’ho piegata e l’ho messa insieme alle altre cose importanti, nel posto che merita.

E di lettere ne ho trovate anche altre: erano messe in fila in maniera strana, formavano frasi brevi che andavano spesso a capo. C’è stato un tempo in cui avevo cominciato a scrivere poesie, ne ho letta una e mi sono ritrovato faccia a faccia con il me stesso del passato. È stato strano, disturbante ed emozionante allo stesso tempo.

Poi appunti sparsi, idee, frasi da inserire in contesti più grandi, piccole trame intrecciate di storie del mio passato. È stato bello, intenso e straniante, e niente di questo sarebbe stato possibile se non avessi conservato tutto quel materiale, se non mi fossi preso cura dei miei ricordi.

 

Quello che ho lasciato

In maniera egocentrica mi sono trovato a pensare a quali ricordi materiali possa aver lasciato io alle persone del mio passato. Non so in quante case siano presenti tracce tangibili di me, ma spero solamente che non sia andato tutto perso. Qualcosa c’è stato, in fondo. Qualcosa deve pur essere rimasto.

Qualche tempo fa ho regalato ad una persona una fotografia scattata durante una giornata che abbiamo passato insieme. Era sul mio smartphone, salvata tra i preferiti, e sono andato a stamparla. In quel modo ho reso tangibile un ricordo che, probabilmente, col passare delle settimane, dei mesi e poi degli anni sarebbe andato perso. Rappresentava un bel momento vissuto insieme. Un momento importante, a modo suo, che secondo me meritava di restare impresso.

Nell’immagine in questione non ci siamo né io né lei, ma una scena di vita quotidiana che era piaciuta a entrambi e che avevamo deciso di immortalare. Ci ho scritto una dedica dietro e gliel’ho consegnata, lei l’ha appesa nella sua stanza, in una bacheca dove ha deciso di sistemare i suoi momenti migliori.

Quella storia adesso è finita. Di me, di lei e delle giornate passate insieme non è rimasto nulla. Tranne una foto.

 

Dall’alto al basso:
Piattino con due pesci incisi — Fonte
Lettera di Odilon Redon a Andries Bonger — Fonte
Bandontwerp voor: Louis Couperus, Van oude menschen, de dingen die voorbijgaan, anonymous, 1906 – 1970 — Fonte

In copertina:
Tabaksdoos, anonymous, 1700 – 1725 — Fonte

Leonardo Mazzeo
Classe 1993, di solito scrivo di calcio, qualche volta però esco e vado altrove, non importa dove. Colore preferito: arancione. Segni particolari: nessuno.
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