L’Italia del 5 marzo
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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L’Italia del 5 marzo

Non importa cosa voterete o se non vi recherete proprio alle urne. Questa campagna elettorale è stata brutta, bruttissima, non solo per le polemiche — a volte sterili — su fascismo e antifascismo. Non solo per le bufale da quattro soldi su fantomatici cugini, zii e nipoti assunti non si sa dove. E neanche perché […]

Non importa cosa voterete o se non vi recherete proprio alle urne. Questa campagna elettorale è stata brutta, bruttissima, non solo per le polemiche — a volte sterili — su fascismo e antifascismo. Non solo per le bufale da quattro soldi su fantomatici cugini, zii e nipoti assunti non si sa dove. E neanche perché è stata riesumata quella maschera di cera di Berlusconi, di cui avrei fatto volentieri a meno. Ma perché questa campagna ha rappresentato il vuoto cosmico, assoluto.

Ho venticinque anni — per gli standard italiani sono sostanzialmente una neonata — e pertanto non ho un grande passato da elettrice alle spalle. La politica, però, l’ho sempre masticata, vista e vissuta, e qualche cosa in questi anni l’ho capita. E ho capito che l’Italia del 5 marzo non mi piacerà.

Come sarebbero andate le cose era già chiaro la notte del 4 dicembre 2016. Era la conclusione di un’altra scandalosa campagna politica. Anche in questo caso non importa cosa abbiate votato o se non abbiate votato affatto, la sensazione post voto penso fosse generalizzata. Tanti come me, azzardo, saranno arrivati esausti e nauseati al momento dello spoglio.

Da quella data è stato tutto in discesa. E non intendo dire che sia stato più semplice, anche se Gentiloni ha avuto sicuramente il merito di avere un effetto lenitivo. Intendo dire che è stato tutto uno scendere più giù, nei temi, nei toni, nei modi.

Veleno è la parola che meglio descrive questa tornata elettorale. Alzi la mano chi ha letto ingiurie sui social. Vabbè, direte voi, è normale, «è la politica, bellezza». Ma io parlo di gente normale: la vostra compagna delle medie, il vicino di casa, il cugino lontano che non vedete da un po’, la vostra maestra, quella un po’ cicciottella ma tanto buona. Ecco, io parlo di loro, che da diverse settimane a questa parte sciorinano insulti e cattiverie praticamente nei confronti di tutti. Quelli che ignoravi persino avessero una fede politica sputano veleno, e io ancora non me ne capacito.

Non ho intenzione di scrivere un trattato sociologico riguardo le ragioni per cui proprio questi insospettabili stiano dando prova di tanto rancore e risentimento. Non ne ho la levatura politica né tantomeno intellettuale né, ammetto, l’interesse. Quello che mi chiedo, invece, è abbastanza semplice: questo veleno che fine farà il 5 marzo?

Non bisogna avere una preparazione o una conoscenza molto articolata per aver capito, o almeno immaginato, che difficilmente queste elezioni ci daranno un governo: tutto fa pensare che nessuno, come al solito, vincerà queste dannate elezioni. E lo abbiamo voluto noi. Ve lo ricordate il terribile combinato disposto? Per fortuna, non sono il Presidente Mattarella e non spetta a me decidere cosa ne sarà della legislatura.

Per questo, chiedersi che fine farà tutta questa rabbia, questo livore, è ancora più legittimo. Se siete – legittimamente o meno – arrabbiati ora, quanto lo sarete nel momento in cui scoprirete che votare è stato sostanzialmente inutile?

Chiariamoci: magari tutta questa mia analisi si scoprirà inconcludente; magari ci sarà, a sorpresa, un partito o una coalizione che supererà il 40% delle preferenze. E allora, ragazzi, amici come prima, facciamo che non ho detto nulla.

Nel caso in cui, però, le cose andassero nel modo in cui sembra stiano andando, non dovremmo pensare a quanto saranno indignati gli italiani il mattino dopo lo spoglio? Immagino con terrore i social nei giorni successivi al 4 di marzo. Rabbia, incitamento a non so quale rivoluzione, complotti ovunque, ingiurie e tanto, tantissimo, veleno. E le persone come me, magari un po’ più pacate nei toni, si troveranno accusate, quando andrà bene, di essere dei traditori o, nel peggiore dei casi, di essere dei collusi. Insomma, sarà un inferno di link, clicca qui, meme di bassa qualità, non ce lo dicono, condividi. Aiuto.

Mi direte voi: «Magari hanno ragione loro a essere così arrabbiati, magari sbagli tu». «Anzi, sbagli tu di certo» continuerete voi, «che vai avanti a blaterare con quella supponenza e quell’aria di superiorità». «E va bene» dirò io, «non vi do torto». Onestamente parlando, però, non vi siete stufati di tutta questa indignazione popolare da tastiera? Io sì, e tanto.

Insomma, l’Italia del 5 marzo si sveglierà più brutta. Olé.

Elisabetta Lozzi
Elisabetta Lozzi è nata nel 1992 in Molise, dove vive tuttora. Laureata in lingue, scrive, legge e insegna, traduce nel tempo libero.
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