Ok, Miss Italia non ha la testa svelta. Niente di nuovo sotto la corona. Una cosa che tutti accettano da sempre, quasi da regolamento, che nessuno trova divertente verificare o rimarcare, mai, perché è come spiegare una barzelletta. Una barzelletta che non fa ridere nemmanco per l’ombra vagula blandula del cazzo, tra l’altro. A questo giro no, però. A questo giro Miss Italia, Alice Sabatini, è scema e tocca parlarne e scontornare la testa sua di Hitler di Costanzo e intasare la newsfeed di fotomontaggi.
«In che anno ti sarebbe piaciuto vivere?» «Nel ’42».
Paradossalmente, il tiro al bersaglio comincia proprio quando una Miss rompe il cuscinetto retorico del discorso dominante. Cioè quando realizza una differenza, una deviazione dal solito percorso, quello delle buone intenzioni lastricato di stupidità (ma buona anche quella). Uno può essere scemo quanto gli pare (tanto più se sei Miss Italia e GIOCONDO ce l’hai scritto in fronte, sul diadema) purché la sua stupidità visiti i tòpoi più frequentati del discorso, quelli già pacificati, bonificati, metabolizzati, dove il pericolo di produrre senso è disinnescato non dal parlante, ci mancherebbe poraccio, non ha mica il peso politico necessario, lui solo: ma, con un incessante lavoro portato avanti per lunghi eoni, dall’intera comunità dei parlanti. Che a quel vuoto di contenuto attribuisce un luogo, una dignità, piena cittadinanza. A volte lo condivide, sempre lo accoglie. L’aspetto più divertente, poi, è che la Mis(s)take sovverte proprio lo specifico della manifestazione: come osserva subito Luxuria, la “pace nel mondo” si rovescia nella guerra.
Ora: qual è la cosa interessante, in questo fatto? Dire che la seconda guerra mondiale meglio di no? Che Hitler era un po’ discoletto? Un’opportunità in più per indignarsi rispetto ad eventi connotati in maniera talmente negativa al punto che l’indignazione non è espressione di una postura etica, ma è il solo atteggiamento praticabile? Insomma, un’occasione per sentirsi più intelligenti essendo in realtà un po’ scemi?
La cosa interessante è che una Miss ha prodotto, in diretta nazionale, un equivoco. Non dico una gaffe: perché c’è la gaffe, ma oltre la gaffe, di là dalla risata c’è un’altra cosa, e quella cosa è un equivoco, che è invece la ragione profonda dell’imbarazzo. E quell’equivoco è – guess what – il senso. Quel “’42” ci impone di riposizionarci rispetto a una certa catena di significato. C’è uno smottamento, e in tanti si sono affrettati a riguadagnare la sicurezza perduta: no, fermi tutti, la guerra è una cosa brutta, non è desiderabile. Che non è così diverso da «tanto ci andavano gli altri, io me ne stavo a casa», come dice la Miss. Si tratta cioè, in ambedue i casi, di collocarsi ai margini di un conflitto. Il 42 di douglasiana memoria cortocircuitava all’interno di un orizzonte di senso esasperato (quello, cioè, del Pensiero Profondo, la risposta alla domanda «sulla vita, sull’universo e tutto quanto»), facendolo collassare nel buco nero della narrazione, nelle attese del lettore che vengono deluse. Questo di Sabatini invece genera una reazione opposta: nel circuito del senso autorizzato, cioè del nonsenso non come crisi del senso ma come vuoto autorizzato dello stesso, ha inserito una stringa infetta, un’anomalia. E qui è il linguaggio a glitchare, implodere. Se il 42 della Guida galattica per autostoppisti era una risposta cava a una domanda piena, il ’42 della Miss è una risposta troppo piena a una domanda vuota e che quel vuoto prescriveva.
Premessa un po’ tardiva: dico equivoco anche perché, probabilmente, le dinamiche che hanno agito in quella testa, conducendo infine a questo prezioso esito, sono del tutto involontarie. Cioè la Miss è stata sì parlata dal linguaggio, ma da un linguaggio straniero: al contesto, a chi guardava, a chi ha recuperato il video su internet e condiviso e commentato, ma prima di tutto a lei. Per i The Jackal ha sparato un numero a caso, per me nell’emergenza si è aggrappata a qualcosa/qualcuno di caro: è corsa da nonna. Penso a una combo composta dalla data di nascita di nonna o dintorni, più forse a un livello profondo del subconscio, certi racconti nostalgici integrati al pratico «quando si stava peggio si stava meglio» che fa furore tra grandi e piccini, eh nipotina sapessi come si stava bene a quei tempi.
Il senso che irrompe all’improvviso, sotto specie di errore, dall’interazione di intere, inoffensive galassie di nonsenso. Un fiore nel deserto.
Voleva dire realmente quello che ha detto? Probabilmente no. Ha detto una cosa costretta dalla domanda (“’42”), e poi ha aggiunto un’altra cosa perché costretta dalla sua risposta, accerchiata dal suo stesso errore come Von Paulus a Stalingrado («sui libri si leggono pagine e pagine… mi sarebbe piaciuto… viverla?»: se lo chiede proprio, e qui avviene la scissione atomica del soggetto dal discorso: la vita del senso che ha appena confezionato e la sua, che lo ripudia perché si accorge di essere nel vicolo cieco della cazzata, si separano).
Tuttavia, a questa altezza, ci si può pure interrogare in proposito, ma non è più importante. Mi sembra invece più interessante, qui, ragionare ancora sulla porzione visibile dell’iceberg, non sul sommerso. Sulla discussione che si è prodotta intorno a quanto accaduto, e che considerando la portata reale dell’evento ha assunto proporzioni di gran lunga superiori all’evento medesimo, invertendo la gerarchia. Cioè mi sembra sia l’occasione per dire (ripetere, anzi) qualcosa sulla stagione presente e viva, più che sulla seconda guerra mondiale.
L’opinione circolante, espressa a forza di battute e aggressioni sui social, è a grandi linee questa: affermare di voler vivere un conflitto mondiale è inaccettabile. Non lo è (e non c’entra il fascismo, no, né le nostalgie partigiane). E proprio perché non lo è sostengo che la Miss abbia prodotto, suo malgrado, un’occasione di senso e non una serenissima cazzata. Vediamo nel dettaglio, scorporiamo quel ’42 in tanti bei ’42 e insomma facciamo un bel quarantotto.
In prima istanza abbiamo potuto osservare come un giusto mix di sono molto emozionata prof giuro che a casa la sapevo, telecamera puntata in faccia, Claudio Amendola che incalza, Simona Ventura che imbecca, diretta nazionale, nebulose retoriche innocue che vengono a rovinoso contatto, riesca alfine a provocare un’opinione (provocatoria, moltiplicando così l’equivoco), per quanto vaga e sbilenca, SOVVERSIVA (più di Erri De Luca).
E visto che abbiamo fatto trenta, facciamo ’42. Chiediamoci allora fino a che punto questa opinione è sovversiva. Per farlo, tocca ripescare un po’ di repertorio sul postmoderno. Il minimo indispensabile. Cose ampiamente accettate, per molti pure superate, a destra o sinistra che sia. Ma a quanto pare stiamo tutti a una rotonda, perché al postmoderno torniamo sempre.
È sovversiva per l’effetto che ha sortito. Gli anticorpi del buon senso comune che subito si attivano per riparare all’attacco di un agente patogeno. Non lo è nella sostanza. Perché la condizione di chi ammette di voler assistere a una guerra stando però a casetta sua è esattamente la nostra. La condizione di spettatori. Per le ultime generazioni occidentali, quelle “senza trauma” per dirla con Daniele Giglioli, la guerra è un’esperienza mediata. Filtrata dallo schermo. Per noi la guerra è uno spettacolo, come gli altri. Più grande ma più lontano. Più scenografico ma meno vivido, nelle immagini opache degli infrarossi durante i bombardamenti, le fiamme verdi. Insomma, un format che ha un grande potenziale inespresso. Le torri gemelle sono la Storia che torna prepotentemente nelle vite? No, è la Storia che arriva prepotentemente sugli schermi, in presa diretta.
Non Erri De Luca, ma il poeta rumeno Gherasim Luca scriveva: «la non-ferita è l’implicita cicatrizzazione di una ferita follemente ignorata». L’assenza di un trauma, la distanza radicale dagli eventi, l’inattingibilità dei grandi movimenti della finanza internazionale che ci sovrastano, invisibili, nelle stanzone buie dei server, l’impossibilità di agire: tutto questo produce un vuoto concreto, che chiede di essere riempito, saturato e suturato. Ma conosciamo un solo modo di confrontarci con quel vuoto: lo spettacolo. E allora chiediamo uno spettacolo più grande, più vicino. E se ci prende una vertigine pensando alla guerra, al fatto che nostri coetanei 70 anni fa si facevano trascorrere la Russia intera sotto le suole, e che per noi se ci tampona una macchina nel parcheggio del supermercato quello è già un evento, un po’ ci viene voglia di vedere che effetto fa, questa famosa STORIA. Vuoi mettere che bottino di like il selfie al fronte. Anche perché lo spettatore che è in noi agisce come liquido di contrasto sugli eventi: nutriti come siamo da riduzioni cinematografiche, quando pensiamo ai massacri, alla tragedia, non riusciamo realmente a vederla, perché patiamo l’interferenza delle immagini. E più siamo spettatori, più grande e vicino vogliamo lo spettacolo: e quale spettacolo è più grande della distruzione? Nell’immagine la distanza dell’evento sembra accorciarsi, e invece raddoppia: così se pensiamo la guerra non pensiamo la sofferenza ma un film, che continuamente si sovrappone ai fatti e riempie i vuoti di esperienza. Che della guerra (e non solo) ci mostra solo la coolness, l’aspetto seducente: non esserci. Non esserci mentre la terra trema, stare a riva e assistere al naufragio degli altri, lontani. Ma anche la pulsione di morte che si oppone a quella di vita, all’inesausto desiderio che il capitale continuamente esige e rinfocola in ogni direzione. Come una ricreazione dal salariato, una lunghissima tormentatissima pausa caffè, un’esperienza davvero unificante: oggi possiamo pensare anche così alla guerra, e così esserne magnetizzati. E diventare spettatori non è esattamente quello che facciamo quando smettiamo di essere lavoratori e continuiamo, ma latentemente, ad essere consumatori?
Infine, quando parliamo della guerra non possiamo ignorare il fatto che pure quando toccava imbracciare il fucile e partire (non possiamo ignorare, soprattutto, che le guerre non sono scomparse dall’orizzonte del possibile, ci sono, e l’occidente le combatte, ma come la produzione industriale sono state delocalizzate), a sostenerla e a sostenere chi vi prendeva parte c’era un immaginario potentissimo, un fascino consolidato nei secoli e che, quasi iscritto nell’elica genetica, anche oggi si riattiva, manda segnali.
Tutte queste cose di fronte a quel “’42” vengono immediatamente offuscate dall’urgenza di ribadire, a fronte dell’ovvio, il più ovvio ancora. Pensate di sputare su Miss Italia, ma forse “sputate sul miglior Freud”, avrebbe detto quello.