Penso che la monnezza a Roma sia una grandissima risorsa. Proprio nel senso iconografico/di immagine. Voglio dire: tutto il mito della New York anni Settanta era costruito sul degrado dilagante, le buche per le strade, i cassonetti stracolmi e i palazzi che crollavano. Martin Scorsese girò Taxi Driver durante uno sciopero dei netturbini proprio per amplificare e sottolineare l’atmosfera disperata-decadente della città. Il problema per lui non era che ci fosse troppa monnezza: era che ce n’era troppo poca! E a noi invece che ci è toccato? La grande bellezza. Si può essere meno perspicaci, più ottusi, meno lungimiranti?

Quello che intanto ci serve è un CBGB de’ noantri dove ospitare le nostre Patti Smith, i nostri Television, le nostre Lydia Lunch e quindi rilanciare attraverso la famigerata ARTE l’immagine di una Roma contemporanea ridotta a geena per gabbiani assassini e ratti affamati che scorrazzano tranquilli tra i giardini degli asili nido. Certo, il fatto che una delle attività preferite dell’attuale amministrazione comunale sia fare il culo a qualsiasi realtà anche solo lontanamente “culturale”, non aiuta. Ma è pur vero che il CBGB era un lurido locale country/bluegrass posto sulla strada più infame di tutta Manhattan (la Bowery), mica una raffinata art gallery per gentrificatori in erba. Sono sicuro che su una via Casilina a caso resiste ancora qualche balera per ex sorcini (nel senso di fan di Renato Zero) che potrebbe fare al caso nostro; l’importante, ci insegna il mito CBGB, è che i cessi siano sporchi. Poi certo, manca anche una colonna sonora adeguata: non me ne vogliano i vari Thegiornalisti & co, ma non è a loro che mi viene da pensare quando sento la parola “monnezza”. Cioè sì, è esattamente quella la parola che mi viene in mente, ma per altri motivi, diciamo.

Ovvio, abbiamo ancora Demented Burracacao. Ma il mito prossimo venturo della Roma ridotta a discarica non può reggere soltanto sulle spalle di questo indomito e per di più impegnatissimo veterano. Lancio qui un appello affinché le giovani generazioni romane abbandonino una volta per tutte il pallosissimo recinto del battistismo da cameretta per immergersi metaforicamente (o anche fisicamente, perché no) nei tanti cassonetti marcescenti ormai icona daa Capitale. Contiamo su di voi, ragazzi. Meno Calcutta il cantante, più Calcutta la città.
L’altro prerequisito essenziale a che Roma stia agli anni Duemiladieci come New York stette ai ’70 del Novecento, si chiama affitti: sulla Bowery e nel Lower East Side, assicurano i testimoni, te la cavavi con quaranta dollari al mese; il resto lo spendevi in droga, strumenti musicali, e divertimenti vari. Oggi con 40 euro a Centocelle non ci paghi nemmeno la colazione in uno dei tanti baretti pseudopignetari che hanno preso a infestare il quartiere. Anche qui, bisogna finirla. Una volta a quelle latitudini andava forte una roba chiamata “autoriduzione”: magari è ora di rispolverarla.

Poi certo, se proprio la monnezza non vi piace e se a Lydia Lunch preferite DAVVERO i Thegiornalisti (sigh), resta anche l’opzione “vendere Roma a una grossa corporation“. Ma di questo ho già parlato altrove, e lì vi rimando.
Un saluto ai lettori di Dude Mag dalla capitale più turpe e sudicia di tutta Europa: tra 30 anni, quando vi lamenterete che la Roma linda e ripulita del 2047 ha “perso l’anima” e “non è più quella di una volta”, avrete sempre modo di tornare su queste righe e andare con la memoria a quando, se il frigo non ti funzionava più, ti bastava mollarlo sotto casa e magari fare a cambio con una cucina a gas trovata accanto alla campana del vetro. Bei tempi.
Foto di marcokiacciari.
In copertina foto di supremo73gdb.