Sabato scorso sono stato alla mostra di Escher, a Roma, e per la prima volta mi è stato chiaro cos’è, di certi suoi quadri, che mi fa entrare in fissa; c’entra una cosa pericolosa che facevo sempre, da bambino, quando andavo in montagna. Martedì, invece, ho visto alcuni secondi di Ballarò, su Rai Tre, e ancora una volta mi è stato chiaro cos’è, di certe trasmissioni di approfondimento politico, che mi fa innervosire; c’entra la legge economica della domanda e dell’offerta.
La cosa che facevo sui sentieri di montagna, e che mi viene ancora da fare ma mi trattengo, perché è pericolosa, è camminare come se attraversassi un torrente, mettendo i piedi sulle pietre più grosse e isolate anche quando potrei poggiarli direttamente a terra. La legge della domanda e dell’offerta, invece, è quella per cui il prezzo di un bene, in un mercato concorrenziale, tende a raggiungere quel livello che massimizza, al tempo stesso, la soddisfazione dei compratori e i profitti dei venditori.
Le pietre, anche se grosse, non sono sempre stabili, e così, dopo qualche caduta e qualche distorsione, ho smesso di camminare in quel modo; lo sapevo anche prima, che le pietre non erano stabili, ma sceglievo di ignorare il rischio e in fondo era proprio quello, il divertimento. Se il governo non interviene nel mercato e le imprese non turbano la libera concorrenza, la legge della domanda e dell’offerta promette un equilibrio inesorabile, una specie di contrappasso karmico per cui il mercato, come un pupazzo di gomma, torna sempre in piedi, dopo che ha preso una botta.
Anche io, in un certo senso, posso vantare un equilibrio inesorabile, ma non sono un pupazzo di gomma, e infatti è l’equilibrio che mi porterà, un giorno, a cadere una volta in più di quante potrò rialzarmi; è l’equilibrio del cedere, alla gravità, e non so, a me sembra più interessante l’equilibrio del resistere, alla gravità. Nei mercati concorrenziali l’equilibrio somiglia alla gravità, a una forza che alla fine vince sempre, e non so, a me sembrano più affascinanti, più frustranti, più irritanti, almeno nell’arte, se non nella vita, gli equilibri instabili, quelli raggiunti a fatica e persi in un attimo.
I quadri di Escher rappresentano un sacco di cose e non ne rappresentano nessuna, mi sembra, perché più dei soggetti (un campionario vario e ripetitivo di rettili, pesci, uccelli, scimmie, uomini, edifici… che è dire tutto e non dire niente) conta la struttura in cui sono inseriti; Escher stesso lo suggeriva, credo, perché era capace di un realismo sconcertante eppure disegnava pupazzetti stilizzati. Ballarò, invece, vorrebbe rappresentare uno spaccato realistico della società italiana, e tuttavia più dei soggetti (un campionario vario e ripetitivo di rettili, pesci, ministri, segretari, presidenti… che è dire tutto e non dire niente) conta la struttura in cui sono inseriti; martedì sera partecipavano, tra gli altri, Angelino Alfano, che rappresentava il governo; Carlo Cracco, che rappresentava l’imprenditoria; Raffaele Cantone, che rappresentava l’Autorità Nazionale Anticorruzione; Arlecchino, che rappresentava il servo astuto; e Pantalone, che rappresentava il vecchio avaro.
Tra i quadri di Escher, quelli che mi mandano in fissa – e penso mandino in fissa molti altri – sono i giochi prospettici e le forme impossibili davanti alle quali l’occhio non trova pace perché non riesce contemporaneamente ad assumere due punti di vista diversi. E non trovo pace nemmeno io, che cerco tutte le volte di fermare lo sguardo sul punto preciso in cui si passa da una prospettiva all’altra, per poi mettere a fuoco il resto, ma è inutile, l’occhio mi scivola puntualmente da una parte o dall’altra; fa perno su uno spillo, altro che sassi di montagna. Tra le scritte in sovrimpressione a Ballarò, quella che mi ha fatto innervosire – e non so se abbia fatto innervosire qualcun altro – è una di quelle che compaiono ogni tanto sugli ospiti della puntata, per qualificarli, e in particolare, l’altra sera, mi sono innervosito per “Monica Giffoni – precaria”.
Io vedo quelle scrittine e non vedo delle scrittine, vedo dei macigni al collo. Non sarò il primo a dirlo, ma l’identità è un po’ come la gravità: il nome, il cognome, la professione, l’aspetto fisico, i gusti musicali, gli orientamenti sessuali, tutte cose che rivendichi o dalle quali scappi, ma sempre cose che ti risucchiano, che in un modo o nell’altro alla fine vincono, e puoi diventare la classica persona che si fa il biglietto da visita oppure la classica persona che non si fa il biglietto da visita, ma non è che faccia tanta differenza.
Ora io non lo so, se Monica Giffoni gliel’ha detto lei, a quelli di Ballarò, di scriverle in faccia “precaria”, o se ce l’hanno scritto loro, ma se se l’è fatto scrivere lei mi sembra una cosa triste, come una che va a fare la figurante da Barbara D’Urso; se ce l’hanno scritto loro, invece, mi sembra una cosa sadica, perché trattano le persone come maschere da commedia dell’arte, e adesso non vorrei fare la figura dell’italiano medio, ma nei quadri di Escher queste cose non succedono.
A Ballarò, o in una trasmissione equivalente, non potrebbero finalmente introdurre delle diciture “aperte”, per individuare gli ospiti, che non condizionino più così tanto le prime impressioni dello spettatore? Per esempio:
“Monica Giffoni – vediamo un po’ chi è”.
“Carlo Cracco – vediamo un po’ cos’ha da dire”.
“Pulcinella – ascoltiamo i suoi segreti”.