Non si respira
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Non si respira

Mentre sto scrivendo, la temperatura percepita a Roma è di circa trentotto gradi. Ci sono momenti della giornata in cui si fa letteralmente fatica a respirare, tanta è la cappa di umidità, smog e calore che avvolge interamente la città. La situazione torna vagamente vivibile solo dalle dieci di sera in poi. Va da sé […]

Mentre sto scrivendo, la temperatura percepita a Roma è di circa trentotto gradi. Ci sono momenti della giornata in cui si fa letteralmente fatica a respirare, tanta è la cappa di umidità, smog e calore che avvolge interamente la città.

La situazione torna vagamente vivibile solo dalle dieci di sera in poi. Va da sé quindi che coloro che non sono costretti a fare altrimenti, le ore più invivibili della giornata le passino a casa o al mare, cercando ristoro fra ventilatori, aria condizionata e semplice ombra. Tutto questo tempo ognuno di noi lo impiega in modo diverso; io sono finalmente riuscito a recuperare un libro che avevo sulla mia lista da parecchio tempo: La ferrovia sotterranea, di Colson Whitehead, vincitore nel 2016 del Pulitzer e del National Book Award. Il libro è stato un caso mediatico in America, come prevedibile, visto il tema affrontato, quello di una ragazza che scappa da una piantagione di cotone nella Georgia della prima metà dell’ottocento, oltre ovviamente ad una scrittura eccellente.

Leggendo lo stile crudo, tagliente, di Whitehead, ho sentito a un certo punto il bisogno fisico impellente e apparentemente inspiegabile (è molto raro che ascolti musica mentre leggo, e viceversa),  di ascoltare What’s Going On di Marvin Gaye, un disco che considero fra i migliori di tutta la storia della musica.

Pensavo che in qualche modo avrei percepito un contrasto evidente fra gli avvenimenti terribili e la scrittura apparentemente fredda del libro ed i suoni delicati, perfetti, accompagnati da dolcissime parole, dell’album. Invece la cosa più immediata e sconvolgente è stata percepire quasi subito ciò che accomuna questi due capolavori, appartenenti ad epoche e forme artistiche diverse: una sofferenza, una tristezza, un blues latente, la condivisione sia di un passato e retroterra comune che in larga parte delle stesse speranze per il futuro.

Mi sono commosso profondamente, non nel senso di lacrime o occhi lucidi: ho sentito la necessità di chiudere gli occhi e stare un attimo così, fermo, con le parole e i suoni in testa, lasciandoli vagare e arrivare fino in fondo, in quegli angoli più sensibili della mente a cui spesso chiudiamo l’accesso, volontariamente o meno.

Il giorno dopo Daisy Osakue, atleta italiana nata a Torino da genitori nigeriani, è stata colpita ad un occhio dal lancio di un uovo scagliato da una macchina. Primatista italiana del lancio del disco, non è ancora chiaro se a causa dei danni riportati alla cornea potrà prendere parte ai prossimi Europei. Il caso di Daisy è solo quello che ha suscitato più clamore, vista la sua attività di atleta per la nostra nazionale, ma si aggiunge al calcolo terrificante di un’estate italiana segnata in lungo e in largo da episodi di razzismo continui, mostruosi, inquietanti.

Questo che sto scrivendo non vuole essere l’ennesimo editoriale del giornalista di turno che si sveglia e improvvisamente decide di dare una spolverata alla sua coscienza tutta stropicciata e un po’ malmessa, narcotizzata e lasciata a marcire negli ultimi tempi, ma che ora torna utilissima per riempire le languide pagine estive dei giornali.

Primo perché tecnicamente io non sono un giornalista; secondo perché la mia coscienza, come quella dei miei genitori, parenti e amici, insomma delle persone che fanno parte della mia vita e in generale della stragrande maggioranza degli individui con cui mi interfaccio tutti i giorni, non ha nessun bisogno di essere spolverata. Ciò che sto scrivendo è solo per dire una cosa, una soltanto: non si respira.

È peggio del caldo, dell’umidità, del sudore sulla schiena e del sole in testa amplificato dal cemento armato mentre ci si sposta a passo di lumaca per la città: ogni notizia di un’aggressione di qualunque tipo, che sia verbale o fisica, che sia un cane aizzato contro un ambulante, che sia un ragazzo colpito da una pistola a pallini, che siano pestaggi vigliacchi, che siano insulti razzisti al grido di «negro di merda tornatene al tuo paese», che sia un’atleta italiana ferita ad un occhio o che siano centinaia di migranti lasciati ad arrostire sotto il sole in mezzo al mare; tutto ciò chiude la gola, fa mancare il respiro e manda il sangue al cervello.

Tutto ciò fa schifo e basta non ci sono altre parole, non ci sono zone d’ombra o grigie in cui muoversi per intavolare una discussione di qualche tipo, nessuna ragione razionale e nessun tipo di scusante. Ognuno di questi episodi toglie un po’ d’aria, fa alzare la temperatura al cervello di un grado, inietta un po’ più sangue negli occhi, ogni volta il nostro vicino d’ombrellone italianissimo e bianco come il latte, diventa sempre più un mostro deforme da combattere e da osservare con disgusto.  

Sarà l’estate, sarà il caldo e la frustrazione per tutto ciò che mi dettano queste parole, ma si sta raggiungendo un punto di non ritorno.

Lo scopriremo, forse, quando tutta l’aria a disposizione sarà finita, e per non soffocare del tutto si arriverà a qualcosa di drastico.

Giulio Pecci
Classe ‘96, studia Lettere e Musica a La Sapienza di Roma. Scrive di musica e cultura, organizza concerti Jazz e cerca di trovare il tempo di suonare la chitarra. Alla costante ricerca del decimo a calcetto.
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