Il linciaggio è la forma di giustizia nel senso più alto della parola.
Gianfranco Miglio
«Cos’è ‘sta roba?»
Oh, merda.
«Davvero, spiegami cosa hai intenzione di fare con questa cosa».
La mia ragazza è sulla porta della camera, minacciosa, e mi sventola in faccia la maschera di Bin Laden. L’avevo accuratamente nascosta nell’armadio tra un cumulo di cartucce di giochi del Sega Megadrive, ritagli delle rubriche di Massimo Giletti apparse sui giornalacci da parrucchiere per Grasse Matrone Mantenute™ e pubblicazioni anarchiche ciclostilate – insomma, un posto in cui ero sicuro che nessuno si sarebbe mai avventurato. Madornale errore.
Avevo comprato la maschera su eBay questa estate, dopo aver letto che Massimo Bitonci, deputato e sindaco leghista di Cittadella (Padova), aveva vietato la vendita di kebab con la solita, illuminata ordinanza comunale1 L’intenzione originaria era quella di entrare nel palazzo comunale indossando maschera e palandrana e trasportando una carriola ricolma di pietanze turche/medio-orientali e giornaletti porno d’inizio anni ’90. L’avvocato di fiducia mi aveva tuttavia fatto desistere: la possibilità di essere spedito in un campo di lavoro in provincia di Rovigo per il resto dei miei giorni era – testuali parole – «tutt’altro che evanescente». La maschera era dunque rimasta sepolta sotto Giletti, in attesa di tempi migliori. La manifestazione nazionale della Lega Nord a Milano, indetta per il 22 gennaio, mi era subito sembrata un’ottima opportunità per rispolverarla.
«Allora, mi vuoi dire qualcosa? Qualsiasi cosa? Sto aspettando».
No, non posso dirle nulla. Non stavolta. Farfuglio qualcosa. È per il Carnevale. No, ho sbagliato l’ordine. È arrivata qui a mia insaputa. L’ho trovata per terra. Sì, l’ho presa io, ma è un regalo. È un regalo per te, non ti piace? Niente, nessuna giustificazione sembra convincerla. Non mi resta che attivare l’”opzione nucleare” per troncare sul nascere ogni discussione. Vado in salotto e mi metto a leggere La Padania da pag. 1 a pag. 16 – urlando. Lei si rifugia in camera, disgustata, portando con sé la maschera.
Nelle edizioni del 21 e 22 gennaio del quotidiano leghista i titoli sono diversi2 ma la foto è la stessa: ci sono Bossi, Maroni, Rosi Mauro, Reguzzoni & al. in un’unica stanza, con in mano dei tristissimi bicchieri di plastica levati in un brindisi e sorrisi smorzati stampati sul volto, il tutto in un’atmosfera di traballante tregua che puzza di sigaro, presunti investimenti in Tanzania, salvataggi di Cosentino, faide interne e cartocci di vino rovesciati su tavoli di plastica. La pacificazione tra il «cerchio magico» (i fedelissimi del Caro Leader) e i «barbari sognanti» (la frangia maroniana) assomiglia – più che ad una ritrovata unità d’intenti – ad un mero accordo simbolico stipulato per contenere il disorientamento della base e per caricare a dovere i militanti in vista di piazza Duomo.
L’organo di propaganda leghista scrive che la manifestazione meneghina «si annuncia dirompente», dal momento che il Nord «è arrivato al limite» e vuole tirare la «spallata» definitiva al Governo «ladro» dei «banchieri, dei professori, dei tecnocrati, dei Poteri forti». Mario Monti ha le ore contate:
Limitiamoci a ricordare che nel dicembre 2007 migliaia di padani invasero le strade di Milano per gridare tutta la loro rabbia contro il Governo di Romano Prodi. E due mesi dopo il Governo Prodi andò giù. Quattro anni e mezzo dopo la rabbia dei padani è la stessa, il palcoscenico dove verrà incanalata la protesta è lo stesso, le strade del centro di Milano, tra piazza Castello e piazza del Duomo. Forse Mario Monti farebbe bene a portarsi avanti e chiedere a Prodi quale agenzia di traslochi utilizzò per sbaraccare il suo ufficio a Palazzo Chigi, senza nemmeno aspettare che trascorrano i fatidici due mesi…Il Nord si è stancato e ha deciso di rialzare la testa. Il Palazzo ne prenda atto…
Sono quasi le 10 di mattina ed è giunto il momento di andare. L’ipotesi Bin Laden è ormai definitivamente sfumata. Opto per la strategia dell’immersione: tiro fuori da un cassetto il foulard verde tempestato di Soli delle Alpi acquistato tempo fa in via Bellerio e me lo infilo nel giubbotto, insieme alla copia de La Padania. Sebbene mi sia alzato da poco – e in maniera decisamente traumatica – non ce n’è bisogno di farsi il caffè: lo berrò in piazza. E assaporerò con gusto dell’autentico caffè padano, bevanda di libertà sponsorizzata da Radio Padania Libera.
Questo articolo è on-line anche su La Privata Repubblica.
1 «Non sono certamente alimenti che fanno parte della nostra tradizione e della nostra identità – aveva dichiarato il Sindaco – Senza considerare che, nei luoghi dove se ne è permessa l’indiscriminata apertura, le amministrazioni comunali e i cittadini si sono pentiti amaramente».
2 Rispettivamente: «BUTTIAMO GIÙ IL GOVERNO DEI POTERI FORTI» e «IL NORD LOTTA PER LA LIBERTÀ».
E risuona il mio barbarico yawp sopra i tetti del monad.
Walt Whitman
I “contestatori” sono confinati in una via limitrofa di piazza Duomo dietro un cordone di poliziotti in tenuta antisommossa. Sono in meno di dieci e si agitano e sventolano con gran foga i tricolori. I militanti leghisti che passano davanti a loro li ricoprono di insulti, gridano «Padania libera!» e mostrano diti medi a tutto spiano. Un leghista di mezza età, non troppo alto, cappellino e foulard padano d’ordinanza, li invita a «fare la secessione in Sicilia» e poi li apostrofa con «terroni, siete solo dei terroni!». I poliziotti, che numericamente sono almeno il triplo dei contestatori, sembrano più imbalsamati degli animali impagliati alle pareti della taverna di un Giancarlo Gentilini medio. Oltrepasso il focolaio di protesta e mi lego al collo la bandana leghista, pronto ad entrare nella Zona De-Italianizzata.
Verso le 10.30 la piazza è già gremita e Calderoli si muove giulivo sul palco in giaccone da sci verde-fluo, accolto dagli applausi dei militanti. Gli agricoltori padani manovrano i loro trattori in mezzo alla folla e li parcheggiano in uno spiazzo alla destra dell’impalcatura. Un sosia di Karl Marx mi passa accanto e poi si confonde tra le bandiere. Resto a fissarlo sbigottito per qualche attimo finché un vecchio – vestito con una specie di tuta bianca con scritto “PADANIA” sul petto e con un basco verde scuro trafitto da spillette celtico-padane sulla testa – mi viene incontro e allunga un volantino spiegazzato. È il “Giuramento dei cittadini padani”:
IO?(ognuno dica il suo nome)
GIURO?Di essere sempre al fianco dei miei fratelli padani nella lotta per la libertà e l’indipendenza della Padania.
PROMETTO?Di difendere ogni fratello padano che sia toccato dalla prepotenza dello Stato italiano a motivo della libertà della Padania.
OFFRO?Ai miei fratelli padani, a testimonianza di questo giuramento, la mia vita, la mia fortuna ed il mio sacro onore.
Leggo il volantino mentre l’imponente corteo proveniente da piazza Castello (il “serpentone”, come lo chiama un tizio con un megafono) comincia a confluire in piazza Duomo. I militanti stappano dei fumogeni verdi che saturano l’aria, già oltremodo pregna dell’odore della benzina dei trattori, e cantano all’unisono «Mario Monti clandestino / Sulla nave con Schettino», «Secessione / Secessione», «Roma ladrona / La Lega non perdona» e altri innumerevoli slogan. Le varie sezioni locali del partito – tra cui figurano città che probabilmente conoscono solo i redattori di Cronaca Vera – sorreggono striscioni e tengono in mano una miriade di cartelloni, che possono essere approssimativamente divisi in tre categorie:
1) Mainstream: due foto appaiate di Fantozzi e Monti e la scritta «stesse capacità»; «Macelleria Monti», con il premier che fa a pezzi un pensionato; «Ce l’abbiam nel deretano / anche grazie a Napolitano»; «Il governo è avvisato / il padano si è incazzato».
2) Grandguignol: «Mentre in Padania gli imprenditori si suicidano, in Meridione cantano ‘O Sole Mio»; «Merkel e Monti ‘Arbeit Macht Frei’ = il lavoro rende liberi (come ad Auschwitz)»; «Milano cristiana, Roma musulmana».
3) Contestazione: «Cerchio tragico / Salviamo il soldato Bossi» con al centro una foto del Caro Leader insieme a Rosi Mauro; «Bossi e Maroni in Padania / Quattro coglioni in Tanzania»; «Cerchio, se sei magico, scompari».
Faccio un giro della piazza e circumnavigo il palco, passando di fianco ai trattori. Mentre cammino mi imbatto in un tizio che ha attaccato sulla schiena un foglio che recita: «Non sono un parassita!!! Sono terrone e voto Lega, Viva Bossi W Maroni». Lo sorpasso, mentre in testa mi rimbombano i termini assimilazione, rovesciamento d’identità e mindfuck, e raggiungo l’ala sinistra del palco. Appoggiate alle transenne ci sono centinaia e centinaia di bandiere bianche con la scritta BOSSI in carattere rosso e la figura stilizzata di Alberto da Giussano. Ne prendo una e me la poggio sulla spalla, sventolandola di tanto in tanto con ingiustificato fervore.
Scorgo il sindaco di Verona, Flavio Tosi, sotto il palco1, mentre poco più lontano i giovani padani di qualche profonda provincia veneta gridano meccanicamente il solito coro secessionista: «Noi che siamo padani / abbiamo un sogno nel cuore / bruciare il tricolore». Quello che mi sorprende di questi giovani militanti non è l’assoluta inconsapevolezza che gronda dalla violenza verbale dei loro slogan, ma la scarsissima evoluzione fisiognomica dei loro volti – è gente che sembra appena uscita dal casting per interpretare il ruolo di Sloth nel remake veneto de I Goonies. Poi capisco. Questa non è la piazza Duomo della protesta anti-Monti. Questa è la piazza Tahrir dell’orgoglio di chi è stato bocciato per due anni di fila all’Itis.
1 Lo scorso 3 ottobre, Tosi aveva dismesso i panni del sindaco e si era travestito da eretico per una giornata: «Possiamo discutere se la Padania esiste o non esiste, dove inizia o finisce. Possiamo parlare del popolo padano o veneto, siciliano, juventino o milanista. È filosofia, ma i problemi del Paese restano».
2 Breve nota a margine: la posizione sui tassisti di Umberto Bossi («Il governo se la prende con i tassisti che hanno comprato la licenza facendo i mutui. Monti, noi questo non lo accettiamo.») e quella di Beppe Grillo («La licenza di un taxi è un investimento. […] Non si possono cancellare i risparmi di una vita con un decreto, con la parola ‘liberalizzazione’.») è praticamente la stessa.
Sul palco, intanto, un presentatore interrompe le musiche pseudoceltiche-Braveheart e comincia ad introdurre gli oratori come uno speaker di San Siro strafatto di speed. Dopo un paio di interventi cominciano a parlare i pezzi grossi. «E ora, il Doge! Lucaaaaa…» Momento di sospensione. Il presentatore pronuncia il nome altre due volte. Il ruggito della folla cresce di intensità. «Zaiaaaaaaaaaa!» Boato. Un flacone di brillantina Linetti con attaccato il governatore della Regione Veneto prende posto sul podio, si posiziona davanti all’enorme poster dalla grafica simil-nordcoreana e manda «un abbraccio affettuoso ai tanti veneti che sono qui. Fatevi sentire!». Altro boato.
Nel suo breve discorso, Zaia propone di ribattezzare Mario Monti «lo sceriffo di Nottingham, colui che insieme ai suoi controllava la foresta di Sherwood, la nostra Padania, e evitava che chiunque potesse pensare alla libertà». Il governatore si scaglia poi contro la manovra: «Da professori come questi ci si sarebbe aspettato molto di più». Mi mescolo in mezzo ai militanti. Di fianco a me, una donna sulla cinquantina si spella le mani e sorride. Applaudo anch’io, simulando egregiamente piena convinzione. L’intervento si sposta sui controlli a Cortina e sulla presunta persecuzione fiscale ai danni dei veneti: «Cos’è l’equità? Guardi i dati dell’Agenzia delle Entrate e vedi che il Veneto, il Nord, evade al 14%, e vedi che al Sud arrivano al 66%. Vai a controllare loro!» Ennesimo boato. L’eccitazione della folla sale a livelli da spareggio per evitare la retrocessione in terza categoria. Dopo circa sei minuti Zaia saluta la folla augurando a tutti «Buona Padania». Scrosciano gli applausi. Io mi allontano un attimo dal centro della piazza per rifiatare.
È quasi mezzogiorno e mezzo e uno stormo di uccelli volteggia sopra i 70mila leghisti (secondo gli organizzatori) che cantano, gridano, agitano le bandiere e affollano il perimetro di questa anti-nazione temporanea che è piazza Duomo, in attesa del discorso conclusivo di Kim Jong-Bossi. Alla destra del palco noto un uomo di colore. Ha un cartello in mano. È lo stesso che hanno moltissimi militanti: «Il governo è avvisato / Il padano si è incazzato». Il suo ha una piccola aggiunta: sotto la parola “incazzato” c’è scritto “nero” con un pennarello. Un padano incazzato nero – letteralmente. Prego in cuor mio che Calderoli non si accorga della sua esistenza e che Borghezio, presentatosi alla manifestazione con un’ascia bipenne, gli stia alla larga.
Ecce Bossi. Avendo letto un numero incalcolabile di articoli e di saggi scritti sulla Lega, mi aspettavo scene di isteria collettiva, pire accese in onore del dio Odino, autoimmolazioni e padri di famiglia che regrediscono all’età pre-puberale al cospetto del Capo. Ed invece, niente di tutto ciò. L’accoglienza è estremamente tiepida, per non dire fredda rispetto ai soliti standard. «Devo ringraziare tutti, tutti quelli della Lega hanno dimostrato saggezza facendo un passo indietro per impedire ogni rottura», esordisce Bossi. Partono i primi fischi. Il leader prosegue: «Chi montava le cose erano i giornali di regime che speravano nelle spaccature all’interno del nostro movimento. Questa è la scelta che hanno fatto tutti, da Maroni a Reguzzoni a me stesso. La Lega è lo strumento fondamentale per portare alla libertà i popoli padani. Abbiamo messo da parte i rancori e ci siamo stretti le mani». Dalla piazza sale l’invocazione a Maroni – un’invocazione che puntellerà più volte il comizio di Bossi. Quest’ultimo, oltre ad invitare Monti ad andare «fuori dai coglioni» (se vuole evitare che la gente venga a prenderlo a casa) e chiedere a Berlusconi di far cadere questo «governo infame» (pena il ritiro dell’appoggio in regione Lombardia), non riesce a dire molto altro2.
I militanti sono irrequieti. Quando Bossi, aggrappato al microfono, chiama Rosi Mauro (membro di spicco del “cerchio magico”), una gragnuola di fischi sommerge la piazza e sovrasta le parole del Capo. È una contestazione aperta? Non credo. Piuttosto, è un concentrato di delusione e frustrazione. Nel saggio del 1994 La Lega ce l’ha crudo! Il linguaggio del Carroccio nei suoi slogan, comizi, manifesti, Bossi diceva: «Con la gente devi semplificare e caricare, devi fare brillare i colori». Da quando il Capo è malato, i colori si sono spenti sempre di più, fino ad arrivare ad un’indistinta tonalità di grigio. La “base” se ne rende perfettamente conto – come chiunque altro – ma non si azzarderebbe mai a rinunciare al suo fondatore, o peggio ancora a farlo fuori. In poche parole, non è pronta al parricidio. In questo frangente, i fischi sono il linguaggio del lamento, l’unico modo accettabile (in una logica leghista) di esprimere un sentimento d’impotenza.
All’una la manifestazione che doveva dare la spallata al governo è già finita. Padania Libera, Roma ‘Fanculo, Maroni che non viene fatto parlare, cori che reclamano l’intervento di Maroni, Va’ Pensiero. Le bandiere vengono arrotolate. Alcuni militanti cominciano a raccogliere le loro cose e dirigersi verso i pullman, altri formano piccoli capannelli di discussione. Gli agricoltori padani rimontano sui loro trattori.
Tutto qui? Questa gente ha macinato chilometri su chilometri, magari partendo alle due di notte, per appena tre ore scarse di manifestazione? Esattamente così. Ripenso a quello che scrive l’antropologa francese Lynda DeMatteo nell’ottimo saggio L’idiota in politica:
Tra il fervore di un militante e quello di un tifoso, a prima vista, non c’è alcuna differenza. La Lega è per lo più un luogo di socialità, forse nient’altro che questo. Sono felici di stare insieme, tra leghisti, felici di essere riconosciuti, se non altro per la loro appartenenza politica.
Del resto, una partita di calcio – tra andare allo stadio, vedere il primo/secondo tempo e tornare a casa – dura circa tre ore. La militanza leghista, che i giornali riconducono sempre e comunque ad una forma grottesca di folklore, è una scelta totalizzante: o si è leghisti o non lo si è. Nessun compromesso. Nessuna via di mezzo. Quello che c’è in piazza oggi è il risultato di un processo di costruzione identitaria che va avanti da vent’anni.
Le troupe televisive iniziano i collegamenti con i vari telegiornali e la piazza progressivamente rientra in territorio italiano. Ad un certo punto incrocio un militante travestito da crociato, con tanto di spadone di cartapesta (spero), elmetto e scudo pieno di adesivi leghisti. Tiene in mano un cartellone dall’asta molto lunga. Il testo è un sussidiario della propaganda leghista degli ultimi anni, presumibilmente vergato tra fatiche disumane, litigi familiari e mexican standoff con la grammatica italiana e il vocabolario:
I porci kapò che col golpe hanno bloccato il federalismo son gli stessi che han deciso le delocalizzazioni, l’invasione delle cavallette migranti; proteggon i loro pari mafiosi, fanno drogare i giovani, ostacolano le nostre imprese (quindi i lavoratori) e le nostre famiglie, culture, tradizioni! Il loro mandante è la massoneria internazionale! I 30 denari arrivan dalla Cina, Germania, Arabia, Usa, UK: c’hanno venduti! Solo la Lega può fermarli!
Richiamo la sua attenzione per fotografarlo. Scatto. Lo ringrazio. Mi congeda con un «Padania Libera!». «Augh», gli rispondo.
Questo articolo è on-line anche su La Privata Repubblica.
Noi diciamo stupidaggini che muovono l’Italia.
?Umberto Bossi
Per La Padania del 23 gennaio, la manifestazione è stata un successo oceanico, senza precedenti. «Che cannonata. E per fortuna che la gente non crede più alla politica. Bossi ha puntato, mirato e sparato. Con lui un esercito di 75mila che in un’altra politica ci crede». Già. L’house organ della Lega riporta anche lo status su Facebook che Maroni ha postato per ringraziare i (suoi) militanti: «Una folla immensa ha invaso la nostra Milano! Un popolo di barbari sognatori! Vorrei ringraziarvi uno per uno: tutti! Ognuno di voi! Il mio pensiero va alle/ai militanti che si sono alzati a notte fonda per essere in piazza uniti più che mai! GRAZIE, GRAZIE!!!». Peccato che i redattori del Rodong Sinmun padano si siano dimenticati di trascrivere anche l’ultima riga del post di Maroni: «Mi è dispiaciuto molto non poter parlare per salutarvi e condividere con voi queste sensazioni».
In realtà, Maroni ha poco da dispiacersi. Nel giro di pochi giorni è riuscito ad ottenere sia la testa di Reguzzoni che la convocazione di congressi in cui forse sfiderà apertamente la leadership di Bossi – o meglio, di chi sta intorno al Caro Leader. Ma gli attacchi non finiranno certo qui. Il 24 gennaio Libero dava conto di alcune indiscrezioni secondo le quali nell’ultima riunione della segreteria della Lega emiliana (di cui Rosi Mauro è responsabile federale) si sarebbe deciso di non invitare l’ex Ministro dell’Interno ai comizi organizzati in regione. Il segretario nazionale della Lega Nord Emilia, Alessandro Alessandri, ha tuttavia smentito la circostanza: «Nella riunione sono state dette cose ben diverse da quelle che oggi leggiamo sulla stampa, perché evidentemente qualcuno ha volutamente strumentalizzato».
Poi c’è anche la questione del blog La velina verde, che secondo il quotidiano online L’Indipendenza è riconducibile a Marco Reguzzoni, e quindi al «cerchio magico». Il sito, che si autodefinisce «la pistola fumante della base incazzata che non ne può più di poltronieri e intrallazzi», risulta essere registrato tra Nassau e l’Islanda e nel settembre del 2011 ha sferrato degli attacchi pesantissimi a Maroni, arrivando persino a tirare in ballo la massoneria. L’ultimo post (intitolato «Che cosa vuole veramente Maroni») è apparso, dopo mesi di silenzio, il 19 gennaio 2012:
A Maroni piace Roma, e piacciono i laghi romani, le ville sul lago di Bolsena e le belle barche (ma i soldi per tutte queste barche a vela dove li trova?). […] È uno che fa fatica a pronunciare la parola “Padania” visto che dei Padani gli interessano solo i voti. […] A Maroni interessa il potere, non la libertà della Padania. Vuole il posto di capogruppo per mettere le mani sui soldi della Lega, che sono i soldi dei militanti. […] Il cerchio magico non esiste! È una tua invenzione, e la dimostrazione è che tutti i dirigenti della Lega che hanno avuto e dato balzelli, privilegi, posti etc etc oggi sono con te. […] Maroni, sei il Fini della Padania! Giuda in confronto non era nulla, parricida!
«Parricida» – l’accusa più infamante, per un leghista della prima ora.
Maroni deve aver letto l’articolo de La velina verde. In un’intervista a Panorama (in edicola questa settimana) ha detto: «Non sono un Bruto. Non accoltellerò mai Bossi. Sono un barbaro sognante». E ha aggiunto: «Non mi interessa avere posizioni di potere, ne ho avute anche troppe. Voglio invece dedicarmi alla Lega, in difficoltà per diverse ragioni: voglio rafforzare l’identità del partito in cui sono nato e in cui, sia chiaro, voglio morire». Bossi, dietro questa volontà di «rafforzare» il partito, vede altro: «Maroni si vuole prendere il partito, dobbiamo metterlo noi in condizione di non nuocerci».
Ad ogni modo, la spaccatura dentro il Carroccio sembra ormai insanabile. Queste non sono semplici lotte di potere – e anche se lo fossero, Bossi non ha più la forza di prevederle e neutralizzare. Questa è una guerra di successione in pure stile ottomano. «Siamo tutti fratelli», ha detto Bossi sul palco di piazza Duomo. Ed è vero. Solo che sono fratelli che stanno affilando le sciabole per prepararsi al fratricidio.
Fossi in Maroni, comunque, nei prossimi mesi eviterei di bere caffè padano.
Fa schifo.
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