
Per chi ancora non lo conoscesse, Padania Classics è un progetto di ricerca visiva che l’artista Filippo Minelli ha condotto per identificare i “classici padani” nel campo dell’estetica, dell’architettura e dei comportamenti umani attraverso un’attività documentativa sfociata due anni fa in uno dei saggi antropologici più interessanti degli ultimi tempi: L’Atlante dei Classici Padani.
Usando le parole di Emanuele Galesi, autore dei testi dell’Atlante, Padania Classics «è il marchio del delirio, della cementificazione, del consumo di suolo, della dispersione urbanistica, della schizofrenia […] ha unito gli epicentri del disastro rendendo indifferente la loro collocazione sulla cartina, mescolando cantieri, centri commerciali, palme, sushi wok, tangenziali, tralicci, chiese aziendali, capannoni, cartelloni pubblicitari, statue neoclassiche, compro oro, piscine o lotti a destinazione abitativa, per portarli verso una dimensione identitaria».
Dalla pubblicazione del testo epico, l’attenzione al progetto è andata sempre crescendo arricchendosi quotidianamente di contenuti raccolti dagli abitanti della macroregione e quindi spediti alla pagina facebook: un daily report di villette e palme piantumate culminato con l’installazione degli artisti di Starbucks che hanno finalmente donato un palmeto a piazza Duomo, la “capitale morale del califfato di Padania”.
Forse gasati da questo segno, dalla spinta dell’arte partecipativa o dall’imperativo “enjoy calcestruzzo”, i ragazzi di Padania Classics lanciano a febbraio questo annuncio in timeline:
«Sembra una burla ma non lo è:
IL PRIMO APRILE SCATTA IL TOUR AZIENDALE!
Abbiamo organizzato una conferenza informale su 4 ruote durante la quale terremo ostaggio architetti, sociologi, antropologi, giornalisti, accademici, curatori e anche quello che sul bus sta sempre in fondo cercando di ammaliare emettendo il suono dal chitarrino. Filmeremo tutto per raccogliere materiale ed opinioni per il documentario PADANIA CLASSICS in cui cercheremo di raccontare cosa siamo diventati, usando il paesaggio come chiave di lettura esistenziale.»
Tra i tanti a partecipare Marco Belpoliti, Wu Ming 2, il curatore Carlo Sala e il collettivo Alterazioni Video.
Segue la cronaca fedele di una giornata di freak out industriale.
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Alle 10:30 di sabato mattina sto già ritirando la mia goody bag all’interno dell’autobus Brescia Trasporti parcheggiato alla stazione di Lambrate. L’azienda vuole il reporter produttivo e lo dota di blocco note più penna brandizzati con font Comic Sans, macchina fotografica usa e getta filotedesca KlassiskCam, poster pieghevole/road map. L’aria è frizzante come il pattern anni ’90 dei vellutini che tappezzano gli interni del pullman, l’autista Salvatore non fa un chilometro che All That She Wants degli Ace of Base parte dalle casse, è da subito il delirio.
La colazione è il pasto più importante e noi la facciamo al
centro commerciale Mega di Vimercate, prima tappa del tour.

Il nome del centro rivela un carattere macro, che ora non è più. Si tratta infatti di un capostipite del suo genere sorto quando la colonizzazione del territorio era appena cominciata, ormai trent’anni fa. Una bomboniera di cemento che è un inception di classici architettonici multilivello: c’è una rotatoria dentro il supermercato sormontata da una struttura a cupola, adornata da colonne e rinfrescata da piante tropicali. Scale concettuali conducono a un secondo piano inesistente.
50 reporter con una toy camera in mano terrorizzano i consumatori del Mega innescando una surreale situazione safari, una signora chiede «chi c’è di famoso? No perché vedo fare foto». Emanuele Galesi poi spiegherà «se qualcuno chiede perché facciamo foto diciamo che siamo la gita aziendale 2017, a nostro modo siamo un’ azienda… una startup». Sotto una pioggia di petali di ciliegio lasciamo Vimercate, gli anziani salutano dai balconi il nostro autobus già arenatosi in una rotonda al cui centro sorgono fiori d’acciaio grandi come pale eoliche.
Città Perfetta e bunker aziendale: Zingonia, seconda tappa.

La Scampia bergamasca è un disastro edilizio nato negli anni ’60 come cittadina per lavoratori e presto regredita da “città del futuro” a progetto urbano fallimentare.
Attraversiamo le aree degradate senza soste per evitare che gli architetti del bus si fondano con le bande di spacciatori dando vita a una nuova forma di “creativo” sul mondo del lavoro.
La direzione è quella della redenzione, nostra e dell’imprenditore Zingone. Preghiamo tutti insieme nella chiesa bunker del paese. All’esterno ci protegge la maxi croce annessa alla rotatoria sacra per processioni circolari, all’interno ci raccogliamo in un canto collettivo, Ode al Parcheggio, recitato non al contrario ma con devozione sincera: «Grazie parcheggio perché ci sei nei giorni feriali e festivi, perché a te possiamo rivolgerci quando siamo in affanno, perché dentro di te non ci può capitare alcun male».
Pausa pranzo presso il Sushi-Wok di Orzinuovi e promenade digestiva nell’Orceana Park.

Salvatore ci lascia all’Iper Tosano centro commerciale “Le Piazze”, che prende il nome dello spazio pubblico della condivisione e ne sposta il significato per diventare spazio privato di consumo. Il Wok Sushi è sovrastato dalla scritta CHICCO, ma dopo un’infilata continua di parole vuote come Metalmark, Leolandia o Gugliel-Motel ogni mostruosa chimera linguistica viene metabolizzata velocemente. Anche nell’all-you-can-eat la dimensione è macro, sia nella sala grigia con sedute fetish in ecopelle nera, che nei volumi delle pietanze fusion. In una composizione psicotica da happy hour dilatato alle 24 ore, adagio sul mio piatto un letto di patatine fritte, un foratino di pizza, un raviolo al vapore, poca tempura, del sushi fluo e riso alla cantonese.

Lunga e lenta è la digestione sulla via crucis del parco commerciale. Orceana è un monumento allo sfascio fallito dopo una vita di appena tre anni (2009-2012), conserva solo i colorini fotogenici, non più il rame o i tombini, rubati dai professionisti del profitto.
Abbraccio collettivo al pilone della A21 racc “Corda Molle”
Ovvero: il momento spirituale della gita. Citando un autorevole studio americano sui Koala pubblicato dal sito scientifico greenme.it, «la silvoterapia è un vero e proprio metodo terapeutico di cura e di prevenzione delle malattie attraverso la pratica di abbracciare gli alberi». Tanto meglio se la ruvida corteccia di un albero è sostituita da un pilone di cemento armato. Ci stringiamo tutti in uno scambio di energia cosmica con la colonna abbandonata. Qualche lacrima.
Dopo la catarsi, Il ritorno a Milano è senza sosta percorrendo al tramonto la Bre-Be-Mi «un’autostrada così poco frequentata che nessuno ha mai aperto un distributore o un punto di ristoro».
Una tratta ad alto pedaggio fondamentalmente inutile, però si sa «il cemento costa meno della cocaina ma dà più dipendenza». È una polvere non riciclabile dice Marco Belpoliti, un materiale a cui si può dare ogni forma, e questi piloni e cavalcavia che hanno già l’aspetto di reperti archeologici sono il nostro lascito al futuro.
La veste ironica della giornata happening è la maschera di quella che in realtà è un’ intenzione molto seria, la riappropriazione del territorio da parte di chi lo abita. Lottare contro lo zeitgeist padano non è inutile, è doveroso, ce lo ricorda ogni villetta-casa padronale palladiana più di qualsiasi capannone, il segno di una colonizzazione che ha nella taverna la sede simbolica di un inconscio sotterraneo devastato.
