
Guardo con un mezzo sorriso la mia edizione del Il nome della rosa nell’edizione della Biblioteca di Repubblica, mentre ripenso ai primi 32 punti dell’anno al Fantamorte. Il sentimento è del tutto contraddittorio: sorrido mentre saluto un compagno fedele di vita intellettuale che è, contemporaneamente, uno degli obiettivi politici e culturali della mia personalissima contestazione. Apro Google Immagini: le prime foto che compaiono cercando “Umberto Eco” sono quelle che conosciamo tutti, con quel sorriso da vecchio zio, affabile e accogliente; le foto con cui abbiamo imparato a conoscerlo tutti – anche chi non lo leggeva – dalle pagine della Bustina di Minerva su l’Espresso, o dalle interviste sui giornali del centro-sinistra. Perché mai bisognerebbe volere tanto male a Umberto Eco da giocarlo al Fantamorte? Tra i miei romanzi preferiti c’è Il Pendolo di Foucault; La Struttura Assente è un saggio dal quale ho tratto parte del mio lessico filosofico, prendendo molto sul serio la critica che Eco rivolge a Michel Foucault e Jacques Derrida. Eppure mi sono dato due regole fondamentali, da giocatore del Fantamorte: non si gioca mai Fidel Castro; si gioca regolarmente Umberto Eco.

Parto da questa filiazione intellettuale per provare a sbrogliare il filo di questo rapporto contraddittorio. Umberto Eco parte dall’ermeneutica, approda poi alla semiotica, che attraversa diagnosticandone i limiti – il vaso di Pandora si apre nel ’62 con Opera Aperta, e tutto il decorso accademico di Eco si può leggere come un lungo percorso di risoluzione del problema posto con quel saggio: quali sono i limiti dell’interpretazione, che peraltro è il titolo di un suo saggio del 1990? Il gioco di Eco è di accogliere una visione debole dell’autorialità e dell’ontologia del vero, e contemporaneamente ricondurle a dei criteri ragionevoli di delimitazione; queste sue posizioni sono riassunte nel 2012 in una magnifica risposta a Ferraris e al suo conflitto edipico con Vattimo e Derrida.
In quella risposta, non è un caso che Eco risalga al 1985: tre anni dopo pubblicherà Il Pendolo di Foucault, recensito da Asor Rosa con l’idea di interpretarlo come un gigantesco trattato sull’impostura in forma narrativa, partendo dal presupposto che ciò di cui non si può teorizzare è da narrare, cioè da affrontare in un’altra forma di costruzione del discorso. Da questi pochi tratti, posso serenamente dire che la principale preoccupazione teorica e pratica di Eco è sempre stata quella di stabilire (verrebbe da dire: da piemontese, stando all’interpretazione della piemontesità che dà nel Pendolo col personaggio di Belbo) criteri di verità ragionevolmente pragmatici e in grado di essere condivisi per via illuministica. Il che di per sé basterebbe per dare sui nervi a chiunque. Per esempio, a Gilles Deleuze, che nello stesso anno della pubblicazione del Pendolo rilascia la lunga intervista nota come Abecedaire. Alla C di Cultura menziona, appunto, Umberto Eco.
Come al solito nel caso di Deleuze, questa cosa ci dice più del filosofo francese di quanto ci dica di Eco, ma è utile per individuare una polarizzazione che è la contraddizione principale dell’intellettualità europea in seno al postmodernismo. Da un lato, il tentativo di rinvenire i criteri di verità in un’azione pratica e politica ormai fuori tempo massimo, con dieci anni di riflusso del ’77 alle spalle (riflusso, peraltro, affrontato da Eco proprio nel Pendolo attraverso descrizioni tanto saporite quanto rivelatrici del suo atteggiamento verso la politica radicale degli anni di piombo, fatta interamente confluire nell’ambiguo milieu complottista, misterico e alchemico attraversato dai protagonisti del romanzo: insomma, devo tantissimo a Eco, ma è anche un po’ amico delle guardie); dall’altro lo stesso tentativo di stabilire dei criteri di verità in una razionalità empirica, per così dire, concentrata sul rapporto oggettuale più che sui rapporti interpersonali, sociali e politici – il ritratto di Umberto Eco che Deleuze restituisce in poche pennellate si concentra sull’uso, evidentissimo in Eco, dell’erudizione anzitutto come social skill, che evidentemente non esaurisce il rapporto di Eco con l’erudizione per quanto ne costituisca l’immagine pubblica preponderante. Per l’appunto. L’ho amato per la sua saggistica, ho trovato geniali quanto francamente irritanti per il loro rigore quasi tutte le soluzioni filosofiche che ha proposto negli anni. Ed esattamente quelle soluzioni che ho sempre trovato geniali costituiscono la solida base del più insopportabile e autoreferenziale Umberto Eco – e il rapporto non è eliminabile.
Naturalmente, questa immagine di Eco “erudito per eccellenza che lotta contro l’ignoranza che percorre il mondo” non vale fin dall’inizio della sua carriera: il lungo e frastagliato percorso intellettuale di Eco non è immediatamente e precisamente schierato contro la falsificazione universale. C’è piuttosto un ingaggio-fascinazione che contemporaneamente lo allontana e lo avvicina alla cultura di massa. En passant, vale la pena però mettere a confronto due modelli intellettuali: Deleuze non è in grado di capire Eco come pletorico inseguitore del sapere completo; Eco è terrorizzato dall’approccio post-strutturalista, perché pur sapendo – che lo sappia è evidente per chiunque abbia letto La Struttura Assente – che lì la posta in gioco non è l’esistenza o meno della verità, individua il post-strutturalismo come una delle radici di quella contemporaneità postmoderna (che lui stesso ha contribuito a costruire da mediatore tra razionalità pratica e infinità ermeneutica) nella quale il rischio è perennemente quello della falsificazione universale per via informatica. La stessa messa in moto dai protagonisti del Pendolo attraverso il computer Abulafia e la rielaborazione infinita delle connessioni stabilite dai sostenitori delle teorie del complotto.
Il tema ritorna ossessivamente nella letteratura di Eco in forme diverse: Baudolino, L’Isola del giorno prima, La misteriosa fiamma della Regina Loana, sono tutti romanzi il cui nesso è la confluenza del falso nel vero, la strutturazione del reale ad opera del falso, la falsificazione della memoria, la memoria come unico garante della continuità soggettiva. La questione del criterio di verità diventa per Eco un’ossessione perenne (prima di tutti questi romanzi pubblica, come si diceva, I limiti dell’interpretazione). Ci possiamo stupire che tra le ultime cose che ha detto pubblicamente ci sia l’affermazione per cui internet ha dato sfogo a legioni di imbecilli, che prima avevano diritto di parola soltanto al bar dello sport? No, non ci possiamo stupire, e rimaniamo sempre lì a esitare sull’amarlo o odiarlo, sull’aderire completamente alla sua scomunica dell’umanità incolta o nell’invitarlo, come ci ha insegnato Belbo, a “togliersi il tappo” e fare un po’ meno il pallone gonfiato.
Beninteso: l’affermazione, di per sé, è corretta. Il modo in cui è impostata, però, tradisce un atteggiamento preciso – e tipico di una cultura di centro-sinistra che ha lungamente dominato il panorama culturale italiano – che diagnostica una situazione culturale (e la diagnostica in forma apocalittica) nella quale non si vede via di uscita se non nella riproposizione degli schemi di azione culturale già esistenti. Questo approccio è, contemporaneamente, perfettamente coerente con l’ossessione di Eco e completamente contraddittorio rispetto a una celebre dicotomia che metteva in piedi, da critico della cultura, a metà anni ’60: Apocalittici e integrati; un’affermazione come quella cui accennavo sopra può facilmente essere ricondotta al primo atteggiamento. Ma la contraddizione arrivava probabilmente già da quei tempi – gli stessi tempi in cui aveva appena scritto la Fenomenologia di Mike Bongiorno.
Sintetizziamola così: a inizio anni ’60, Eco si rende conto, contemporaneamente, che con la società di massa bisogna averci a che fare, e prova a studiarla cercando anche di oltrepassare un approccio “negativo”, che tuttavia riemerge continuamente. Eco non subisce la stessa fascinazione che Warhol, da “deeply superficial person”, ha nei confronti della cultura di massa. Studia, piuttosto, la cultura di massa come fenomeno soprattutto di ricezione, maturando – da ermeneuta – la consapevolezza dei limiti dello “strutturalismo ontologico” (per cui esisterebbero “strutture” che reggono la realtà; per Eco si tratta invece, appunto, di griglie operative che servono a leggere il rapporto tra un testo e le sue interpretazioni possibili, e anzi sono costruite proprio a partire da queste interpretazioni). Della cultura di massa, di questo affascinante gioco di produzione, ricezione e ri-produzione del discorso, ama soltanto alcuni aspetti che spera – con la sua operazione di studio, comprensione e scandaglio – di far assurgere a elementi di cultura alta. Fumetto in primis.
Se qualcuno, a questo punto, si sta chiedendo per quale motivo ho totalizzato 32 punti al Fantamorte, non volendo più seguire il pippone che sto scrivendo, è giusto dargli una risposta: il calcolo del punteggio, nel torneo a cui partecipo, è dato dall’anno di nascita del defunto sottraendo 1900. Perciò Eco, essendo del 1932, mi dava diritto ai 32 punti di cui parlavo. 1932. È morto a 84 anni. E non sapete quanto questo fatto sia fondamentale per l’argomentazione che segue.
Questa ossessione interpretativa di Eco – il tentativo di comprendere e incanalare la cultura di massa per esorcizzare il pericolo percepito di un perenne agguato del falso – si è facilmente intrecciata con un manicheismo di centro-sinistra che è forse la traccia più duratura e grave del berlusconismo: venendo a mancare la polarizzazione geopolitica tra USA e URSS, e anzi con gli Stati Uniti sempre più visti come esempio intellettuale e civile positivo da seguire, nel centro-sinistra, la nuova polarizzazione (politica e culturale) si è strutturata come onestà contro corruzione, cultura alta contro cultura di massa e volgare, televisione pubblica contro televisione privata berlusconiana. Una categorizzazione molto rigida, che peraltro recuperava aspetti di una cultura di destra elitaria come soluzioni al “dilemma francofortese” (condannare o partecipare alla cultura di massa?) e aveva le sue radici nella questione morale di Berlinguer, nel PCI dell’eurocomunismo trasformato nel centro-sinistra della socialdemocrazia a caratteristiche liberali. I criteri di verità nello spazio pubblico venivano così decisi in base all’appartenenza politica, perché l’intero campo del vero e del falso veniva ricondotto alle posizioni di centro-sinistra (il vero) e di centro-destra (il falso). La mossa così descritta può sintetizzare la macchina discorsiva messa in piedi dal centro-sinistra. Beninteso: il “vero” così costruito è un “vero ragionevole”, che ha la stessa struttura del “grande partito riformista che l’Italia non ha mai avuto” sistematicamente invocato da Scalfari. Fine delle grandi narrazioni, fine dell’utopia comunista: la nuova ragione del mondo è necessariamente e senza alcun dubbio capitalista, ed è necessario muoversi al suo interno con criteri di ragionevolezza, meno utopisti possibile, più concilianti possibile.
Non poteva durare: il centro-sinistra e le intelligenze coalizzate intorno a quella nozione di “vero politico” (ancora più totalizzante del “vero politico” degli anni di piombo) si sono ritrovate poi sistematicamente nella condizione di dover mettere il loro “ragionevole vero” al servizio di funzioni di governo (che il centro-sinistra, contrariamente a ogni sua affermazione, ha assunto in vari momenti negli anni del berlusconismo). Si è verificato così un allineamento che è anche un corto circuito: il vecchio centro-sinistra, erede del vecchio PCI, fiancheggiato da vecchi intellettuali, tradizionalmente all’opposizione, si è ritrovato a governare avendo contemporaneamente impostato un’egemonia culturale dall’alto che, essendo ideologia del vero politico ragionevole, destinava necessariamente il centro-sinistra al governo – e al buon governo, in particolare. Non poteva non incontrare delle resistenze.
Da un lato, le resistenze storiche dell’Autonomia e dei suoi strascichi – i cosiddetti “movimenti” – che tuttavia si sono ritrovati invischiati in una complicità ambigua che storicamente si radica nel rapporto di odio-amore tra movimenti e PCI, i cui effetti di lungo periodo sono evidenti nella cultura politica degli anni ’90 e 2000; si noti comunque che lo strumento della “verità ragionevole” è sempre stato usato dal centro-sinistra per moderare e riassorbire le spinte che gli venivano da sinistra per via di questo rapporto ambiguo: e così bisogna sempre discutere ragionevolmente sulla fattibilità della TAV, magari falsificando i dati, o sulle alternative assenti all’austerità europea, e via processionando. Dall’altro lato, una fetta consistente di popolazione si è disaffezionata a questo regime di docile conduzione delle coscienze, trovandolo non solo contraddittorio rispetto alla continuità tra i governi di centro-destra e centro-sinistra, ma percependolo anche come una sistematica violenza culturale. Per intenderci: più ancora che la mutazione antropologica pasoliniana, è l’atteggiamento di Fantozzi di fronte all’ennesima visione imposta de La corazzata Potëmkin. La cultura di centro-sinistra (e della sinistra tutta, in molti casi) ha raramente trovato di meglio da fare che indirizzarsi a questo atteggiamento etichettandolo come “populista”. Come se esistesse una “verità del gusto”, e magari del “buon gusto”, a Fantozzi verrà risposto sistematicamente che il suo gusto è sbagliato, che quello che pensa è sbagliato, che gli italiani “non hanno capito” e per questo hanno votato “il populista” che propone programmi inapplicabili (in un primo momento rappresentato Berlusconi), che ci sono dei limiti all’interpretazione, che Hitler è salito al potere perché i tedeschi erano un popolo di stupidi che si era allontanato dall’eredità illuminista (un illuminismo, naturalmente, inteso in maniera rigida come imposizione del pensiero ragionevole in quanto autoevidente). E vista la situazione finora descritta, la tentazione di stare dalla parte di Fantozzi (dalla quale ci si ritroverebbe comunque, messi all’angolo da questa persistente e insopportabile posa di superiorità morale) è forte per chiunque. D’altro canto quasi qualunque manifestazione culturale o politica esterna al legalitarismo ragionevole di centro-sinistra, per Umberto Eco, finisce per essere riconducibile a una qualche forma di manifestazione di Ur-Fascismo, no? Che poi è un altro modo di dire che «gli italiani non hanno capito». E di preparare bene il terreno a una nuova avanzata delle destre fasciste.
Quale condizione migliore per far emergere un movimento come il Movimento 5 Stelle? La rivincita di Fantozzi è eludere qualsiasi inquadramento a destra o a sinistra, promuovendo un uso asistematico e incontrollato di entrambe le culture, mischiando Pasolini e Pertini, Ezra Pound e Nilde Iotti, Oriana Fallaci e Umberto Eco stesso; trasformando nel suo rovescio la critica francofortese – diserzione sistematica dall’impegno politico, condanna della rappresentanza politica, forte adesione alle procedure senza alcun riguardo rispetto alla plasticità della macchina democratica; condanna della burocrazia e adesione ferma a quella stessa burocrazia; dubbio sistematico sulla ricerca scientifica, e più si dice a Fantozzi che le scie chimiche non esistono, più Fantozzi dirà di non credere alla scienza ufficiale dei professoroni. Naturalmente, questi comportamenti eccedono largamente il Movimento Cinque Stelle, né si può dire che tutte queste figure – anche caricaturali – che ho elencato esauriscano completamente il “popolo a Cinque Stelle”. Il punto che mi interessa segnalare, però, è che questo atteggiamento di imposizione culturale verticale occulta sistematicamente le sue premesse: il “vero ragionevole”, i “limiti dell’interpretazione”, partono dal presupposto che la realtà esiste esattamente nei termini – fenomenologici – in cui è possibile osservarla, e dunque non c’è modo di cambiare la macchina del potere come la macchina della contestazione; proprio in questo occultamento, si rifiuta di fronteggiare una porzione di realtà che gli sfugge – la realtà sociale che è organizzata da quest’ordine del discorso, al quale però oppone delle resistenze. Non è un caso che la cultura alta e media, in Italia, abbia goduto della sconfitta di Tsipras nel corso della trattativa europea. Tsipras era colpevole di aver sfidato “i limiti dell’interpretazione”: anche lui, come Berlusconi, diventa “un populista” che vende sogni, tralasciando la violenza sistemica che si è abbattuta sul tentativo di contrattazione messo in campo dal governo greco.
Il centro-sinistra si è ritrovato a operare un tradimento strutturale del proprio compito culturale: l’amministrazione del vero universale, naturalmente, è un compito irraggiungibile e continuamente sabotato dalla realtà stessa; i limiti dell’interpretazione diventano così sempre più rigidi e sempre più stretti, e costruiscono la figura di un’oppressione culturale che ha volto, età e ragione sociale. Il problema è che, nella sua contraddizione perenne, la “cultura a cinque stelle” non oltrepassa in alcun modo il rapporto ambiguo che intercorre tra movimenti sociali e partiti di sinistra: si limita a renderlo trasversale tra destra e sinistra, allargando il problema anziché risolverlo. Problema che naturalmente resta sempre lo stesso, e può sintetizzare per quale motivo ho giocato Umberto Eco al Fantamorte: in un meccanismo di ri-significazione forsennato in cui nessuna rottura si può operare, perché bisogna sempre riconoscere qualcosa ai padri ingombranti che danno tanti utili strumenti, i padri da ammazzare sono contemporaneamente punti di riferimento culturali. Quale immagine migliore può rappresentare il ceto intellettuale giovanile di questi anni, estremamente mobile nell’attraversare posizioni di destra, sinistra e centro nel tentativo di svincolarsi dalla pastoia culturale dei limiti dell’interpretazione? A questo punto, la falsificazione universale del Pendolo di Foucault si è trasformata in una profezia che si auto-avvera: l’imposizione di una stabile condizione di minorità al ceto medio e alle generazioni più giovani ha come correlato culturale la precarietà culturale come sistematica opposizione alle verità dominanti – che siano davvero vere o meno, poco importa.
La storia del professor Umberto Eco è la storia di un sistema interpretativo che va incontro alla sua decostruzione storica. Invecchiano le persone e con esse il pensiero, che col tempo mostra i suoi limiti. Le une e l’altro provano sistematicamente a giocare le proprie ultime carte, per continuare a rilanciarsi oltre il proprio fallimento. In questo impaludamento sistematico – in questo gigantesco dominio del falso – il tentativo di rilanciarsi continua a operare come una colpevolizzazione della vittima, con l’argomento che è sempre complice del carnefice. Gli effetti si vedono tutt’ora: il direttore de Linkiesta, Francesco Cancellato, non sa se attribuire la colpa del declino delle università alle riforme degli ultimi anni o a chi quelle riforme le ha non solo subite, ma anche combattute. Ripenso al motto che conclude Il Nome della Rosa: «stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus» – la cui poesia, peraltro, la dobbiamo a una variante incastrata in una nota che Eco non consultò. E il tema, ancora una volta, è quello della falsificazione. Finché altre verità non verranno affermate nello spazio pubblico a sciogliere l’impaludamento, da parte di soggetti che riusciranno davvero a rompere con la tradizione del Novecento. Nel frattempo, forse, la morte di Eco è un passo avanti: per lui e per la sua inquietudine teorica, per noi e per le possibilità di riscatto di una generazione che ha ancora tutto da guadagnare e riprendersi.
In copertina immagine tratta da A Umberto Eco piace “Umberto Eco”