Perché tutti odiano “10 Hours of Walking in NYC as a Woman”
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Perché tutti odiano “10 Hours of Walking in NYC as a Woman”

10 Hours of Walking in NYC as a Woman è stato odiato per un sacco di motivi. Iniziamo dal più semplice.

10 Hours of Walking in NYC as a Woman è stato odiato per un sacco di motivi.

Iniziamo dal più semplice, quello linguistico.

Street harassment

Le parole sono importanti.

A sceglierle male, qualcuno s’incazza. A volte però, anche se le scegli con il vocabolario sulle ginocchia, non te la cavi con il solito rompiballe che ti dà contro quasi per dovere statistico, ti tocca una massa di persone. Incazzate.

L’Oxford Dictionary online definisce harassment come: «the action of harassing, or the fact of being harassed; vexation, worry». E anche «aggressive pressure or intimidation».

In italiano molestia sta per: «sensazione incresciosa di pena, di tormento, di incomodo, di disagio, di irritazione, provocata da persone o cose e in genere da tutto ciò che produce un turbamento del benessere fisico o della tranquillità spirituale» (Treccani).

Lasciamo da parte per un attimo la strada, perchè era proprio l’idea che bastasse un «ciao bella» per fare di un normale galantuomo un molestatore che ha incendiato i form dei commenti di magazine e pagine Fb.

Però, se ipotizziamo di misurare le interazioni uomo/donna con una scala che va da -10 a 0, e diciamo che a 0 (il grado neutro) succede una normale interlocuzione mentre a -10 (il grado peggiore) avviene una violenza e che in mezzo ci sono un sacco di sfumature come persecuzione e scocciatura: ecco, in mezzo ci sta pure la molestia.

E cioè: per quanto un «ciao bella» sembri meglio di un «brutta troia» è comunque un messaggio non neutro che ha come obiettivo quello di forzare chi lo riceve a interagire  con chi l’ha espresso. Secondo Micaela de Leonardo, che pare essere stata tra le prime a darne una definizione nel 1981 (Political Economy of street harassment): «Street harassment occurs when one or more strange men accost one or more women in a public place which is not the woman’s/women’s worksite. Through looks, words or gestures the man asserts his right to intrude on the woman’s attention, defining her as a sexual object and forcing her to interact with him.»

Ora, siccome in ogni gruppo sociale l’allegrone che si sente più forte degli altri è una figura irrinunciabile, c’è stato chi si è sentito in dovere di dire che ci si può ridere sopra perché dove è nato quest’allegrone alle ragazze si promettevano rivestimenti in saliva e altre amenità – indubbiamente ben peggiori di un «ciao bella» – e quindi basta allenarsi un po’, indurirsi e va bene così. Oggi le donne non sono mica femminucce, ehi!

Più giù ci prendiamo tutto lo spazio per criticare il lavoro di Hollaback, ma su questo punto non è davvero possibile. Se parliamo di street harassment, la pesantezza delle espressioni passa in secondo piano: sia perché anche un «ciao bella», se ripetuto dieci volte diventa fonte di disagio, sia e soprattutto perché quello che si contesta è che con «ciao bella» l’uomo che lo pronuncia sta dicendo che si sente in diritto di richiedere un’interazione quando gli pare.

Se siete di quelli che «si ma allora dov’è la violenza qui?», guardatevi quest’altro video nato sulla scia di 10 Hours:

Com’è che quando la donna mette lo hijab a nessuno salta in mente di voler interagire con lei? Perché se togli il corpo, coprendolo, finiscono anche le apostrofi? (Adesso però non saltatevene fuori a dire che i problemi delle donne sono la parità sul lavoro e le politiche sociali: quelli sono sport differenti). É evidente che esiste un legame tra quel «ciao bella» e il corpo della donna. E ora potremmo allungarvi un paragrafo sullo sguardo che riduce la donna a un oggetto sessuale privandola del suo essere persona, ma non lo faremo: sono cose che già sapete.

Marketing o studio scientifico?

Non si possono presentare due minuti di video come una ricerca sociale e antropologica. Uno studio scientifico di un fenomeno richiede la raccolta e l’analisi di una grande quantità di dati, in modo da ottenere statistiche che abbraccino un campione quanto più ampio possibile. Non ci aspettavamo certo che il video ci mostrasse davvero tutte le dieci ore in cui Shoshana B. Roberts cammina per le strade di New York. Il problema è che le scelte effettuate in fase di montaggio restituiscono un’immagine distorta della questione. Arriviamo al punto: tra i molestatori c’è solo un ragazzo bianco (che pronuncia un innocuo «nice»), mentre la totalità di essi è composta da neri e latinoamericani. Questa ingenuità in fase di montaggio sembrerebbe liberare il maschio bianco dal problema dello street harassment. Inoltre punterebbe il dito sul ceto medio basso, in quanto gli uomini in questione, come ha messo in evidenza Slate, non hanno certo l’aspetto del business man in pausa pranzo.

Se l’obiettivo del video era quello di sensibilizzare gli uomini sulle difficoltà incontrate da una donna nella vita di ogni giorno, allora non lo centra. Il maschio bianco che guarda il video seduto alla scrivania del suo ufficio o mentre fa una pausa dallo studio non si sentirà toccato dal problema, perché i molestatori sono nigga o latinos, comunque dei perdigiorno che stanno in giro per le strade di NYC a fare niente. Il montaggio implica sempre scelte soggettive che hanno un loro peso, soprattutto in un video come questo. La difesa dell’agenzia di marketing Rob Bliss Creative, che ha collaborato con Hollaback alla realizzazione del filmato, non regge e sembra, anzi, piuttosto ingenua, come le scuse di un ragazzino che non ha fatto i compiti: «C’era una buona quantità di ragazzi bianchi, ma per qualche ragione molte delle cose le hanno dette passando velocemente o fuori campo o sono state rovinate dalle sirene o da altri rumori». Rob Bliss conclude dandosi la zappa sui piedi: il prodotto finale «non è una perfetta rappresentazione di tutto ciò che è successo».

Altre accuse di discriminazione razziale sono arrivate per la scelta della protagonista del video, una ragazza bianca. Altre campagne create da donne appartenenti a minoranze etniche e focalizzate sui loro problemi di harassment (come #YouOKSis e The Window Sex Project) non hanno avuto la stessa eco mediatica: se una donna appartiene a una minoranza è automaticamente esclusa dal discorso femminista?

Tutti questi fattori hanno contribuito a giocare a sfavore di Hollaback: la viralità del video è diventata un boomerang, dando vita numerose parodie.

Sarcasmo virale

Nel 2012, Sofie Peeters realizza un documentario di diciassette minuti sulle molestie di strada: Femme de la rue. Nel video si vedono uomini che apostrofano l’autrice in modo volgare o la insultano, mentre cammina per le vie di Anneessens, il quartiere di Bruxelles in cui vive. Queste riprese, realizzate con una telecamera nascosta, si alternano alle testimonianze di donne che raccontano la loro esperienza con le molestie in strada e a quelle di uomini che rispondono alle domande dell’autrice.

Il documentario, tesi di laurea di Peteers, proiettato a Bruxelles e ripreso sui media nazionali e francesi, ha convinto il sindaco di Bruxelles a mettere una tassa di 250 euro sulle harcèlement de rue.

Visualizzazioni di Femme de la rue: 10.251

Visualizzazioni di 10 Hours: 36.769.814

I numeri non sono nemmeno paragonabili ma, se è vero che tra i due prodotti le differenze sono parecchie – dalla lunghezza (17 minuti sono un tempo di approfondimento, due minuti un tempo pubblicitario), al fatto che Peeters ha dichiarato il pericolo che il video fosse recepito come un prodotto razzista per la scelta del quartiere (a maggioranza musulmana) e ha spiegato statisticamente il perchè di quella decisione, all’idea di montare scene di molestie alternate a interviste – è anche vero che sempre di street harassment stiamo parlando. Ma è come se la Peeters criticasse stando dentro il problema, mentre Hollaback fa il contrario: uno sputo di due minuti dritto in faccia.

Pare che il web abbia una strana pervesione per i prodotti che odia: continua a fruirli. Perchè così può ingurgitarli, assorbirli e sputarli fuori. Rimasticati.

Le parodie vanno da quelle più spietatamente sarcastiche, 10 Hours of Walking in NYC as a Man – in cui il concetto di molestia viene ridotto a quello di interazione (il grado 0 di negatività di cui dicevamo prima) o spostato sul piano del non sense e della comicità “alla Griffin” – a quelle più sinceramente divertenti come 10 Hours of Princess Leila Walking in NYC  o 10 Hours of walking in Austin as a Hipster o 10 Hours of Walking in NYC as a Jew: Queste sono quelle che abbiamo trovato più divertenti, ma ce ne sono a decine, basta cercare su YouTube «10 Hours of Walking».

Ogni nuova parodia che si aggiunge alla precedente ha l’effetto di segnalare – sarcasticamente – l’esistenza di una nuova differenza che si aggiunge alla condizione di svantaggio vissuta dalla diversità originaria di cui parlava 10 Hours: l’essere donna.

Il risultato di questa moltiplicazione delle differenze (leggi anche minoranze) è paradossale: nessuna differenza. Succede così quando a un’eccezione ne accosti altre cento: l’eccezione diventa normalità. In termini di impatto (quello che vediamo su YouTube nella colonna di destra) non importa più che reazioni produce la nuova differenza: importa che una voce si sia distinta dal mucchio per dire: «ehilà gente, cos’ha Shoshana di tanto speciale?»

Nulla. Rumore bianco, una specie di censura qualunquista autogenerata dallo stesso qualunquismo con cui 10 Hours è stato prodotto.

Pov

L’accumulo strepitoso di parodie sarcastiche ci dice banalmente anche un’altra cosa, molto più semplice: questo video è antipatico. Un po’ come l’amico saccente e un po’ spocchioso che in classe ti si sedeva accanto molto più spesso di quanto potessi sopportare. Con la differenza che in genere quello era pure secchione, mentre gli autori di 10 Hours qualche errore l’hanno commesso.

Empatia: dal greco ἐν, “in” e –πάθεια (dalla radice παθ– del verbo πάσχω) “soffro”. Praticamente è la capacità di una persona di sentire dentro di sé, a un livello preverbale e spesso pre-razionale, quello che sente l’altro. Una forma di immedesimazione, insomma, che può succedere automaticamente tra due persone ma anche una reazione che chi sa comunicare bene riesce a stimolare.

Hollaback e Rob Bliss Creative erano così concentrati sul messaggio da comunicare che si sono dimenticati di come il destinatario l’avrebbe ricevuto.

Il problema riguarda semplicemente il linguaggio audiovisivo: dove hanno posizionato la camera?

Il cinema ha codificato l’uso della soggettiva come mezzo per far vedere allo spettatore quello che vede il protagonista: così il punto di vista del primo coincide perfettamente con quello del secondo. Prendiamo l’incipit di Halloween di John Carpenter (1978): è lo spettatore che commette insieme al piccolo Michael Myers l’omicidio della sorella.

Passiamo al porno che, per tirare lo spettatore dentro la scena, ricorre al cosiddetto pov: point of view. Essendo un prodotto per maschi, ovviamente a tenere in mano la camera è un attore, per cui tutta la scena di sesso è girata in soggettiva, con il vantaggio che chi vede il video ha l’impressione di partecipare e si eccita di più.

Nel campo dei videogiochi, il corrispettivo del pov si chiama fps: first person shooter. Praticamente il player, per tutta la sessione di gioco, vede la sua mano che impugna un’arma e deve difendersi dall’aggressione diretta dei nemici. Anche qui, uno stato di empatia viene amplificato dall’uso della soggettiva che funziona come una cassa di risonanza e accresce l’intensità dell’esperienza di gioco: quando vengo aggredito ho più paura, quando sparo sono più eccitato.

La soggettiva esiste da centoquattordici anni precisi (Grandma’s reading glass, G. A. Smith, 1900) e cosa fanno gli autori di 10 Hours? Se ne dimenticano e, anzi, scelgono l’opzione opposta, ovvero girano la camera e la puntano contro Shoshana con il risultato di negarsi una narrazione in prima persona e la partecipazione emotiva degli spettatori.

Non siete convinti: bene, guardate qua.

In questo caso la soggettiva fa il suo dovere. Guardando il video, non si riesce a provare antipatia o disaccordo o sarcasmo perché, prima di ragionare, lo spettatore è impegnato a sentire tutti gli occhi di quegli uomini su di sé.

Valentina Rivetti e Sebastiano Iannizzotto
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