Attualità: Perdere i contorni
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Perdere i contorni

Durante questi viaggi momentanei, comunque, negli ultimi tempi ho cominciato a notare qualche differenza rispetto alle altre volte. E da lì sono partito per capire meglio, per capirmi meglio.

La quarantena e le varie fasi mi stanno concedendo più tempo per riflettere, ma già di mio sono sempre stato uno molto riflessivo, che spesso è tornato nel passato, con la testa. Non per un motivo preciso, neanche per nostalgia o mancanze: solo per predisposizione naturale. Io sono in qualche modo orientato verso il passato, tendo a ri-guardare ieri, forse per capire meglio chi sono oggi, o forse solamente perché mi va. Questo fortunatamente non pregiudica il presente: riesco serenamente ad affrontare l’oggi, e a programmare un minimo il domani. Almeno credo. 

Durante questi viaggi momentanei, comunque, negli ultimi tempi ho cominciato a notare qualche differenza rispetto alle altre volte. E da lì sono partito per capire meglio, per capirmi meglio. 

 

Contorni persi

Ho perso dei contorni, e per contorni intendo proprio limiti fisici, muri, finestre, quadri, parti finali o accessorie di una realtà che esiste solo nella mia testa, in quello che ricordo. Erano luoghi di cui ero assolutamente sicuro, dove sono successe cose che per me sono importanti: in quella stanza ho vissuto un momento cruciale della mia vita, eppure oggi resta solo un ricordo sfocato. Non riesco a visualizzare bene l’armadio, non sono in grado di dire se su quel tavolo ci fosse un vaso meno. Non ricordo i quadri, e neanche il colore preciso del divano. 

Sono cose che mi mandano in tilt: realizzare che la vita non è una serie tv, che non c’è nessun rewatch possibile, è tristemente desolante. Dicono che alla fine, al momento della nostra morte, tutta la vita ci passerà davanti. Ecco: io probabilmente metterò in pausa per zoommare su quel tavolo, giusto per vedere se c’era o meno un vaso. 

Questa cosa in un certo senso mi fa anche paura: crescendo si scordano parecchie cose, e per cose in questo caso intendo roba fisica, come armadi, divani e quadri. Me ne sto accorgendo adesso, con i ricordi che hanno contorni sfocati, come quando in tv vogliono far capire che quello che stiamo vedendo è solo un sogno: è tutto opaco e troppo illuminato per essere messo a fuoco. 

 

Oggetti mai più rivisti 

Sapete quella citazione molto famosa tipo «Se avessi saputo che quello sarebbe stato l’ultimo abbraccio, t’avrei stretto più forte»? Ecco: io se lo avessi saputo mi sarei guardato meglio intorno. Sembra superfluo, ma il contesto per me è fondamentale, come una scenografia. I miei film mentali non funzionano bene, senza uno sfondo definito. 

Oltre a questo, c’è il fattore “mai più”, che scatta quando penso a un posto in cui, molto probabilmente, non tornerò in futuro. Ad esempio: è molto difficile che io ritorni nell’appartamento in cui ho abitato l’anno scorso, quindi semplicemente non lo rivedrò più. Ho traslocato di fretta, lo scorso dicembre, e quando ci ripenso mi dico che non l’ho salutato a dovere: era la mia prima casa da solo, meritava un’attenzione diversa, al momento dell’addio. E invece me ne sono andato come un ladro. Eppure avevo pagato tutti gli affitti regolarmente. Il letto, le maniglie degli sportelli, la scrivania, il balcone, le tegole e quella scala di legno che stava fuori in terrazzo: tutto andato, io quegli oggetti non li rivedrò mai più in vita mia. Forse è anche per questo che ho provato a farci andare una mia amica, in quell’appartamento, nel momento in cui ho saputo che l’avrei lasciato per sempre. Tentativo fallito, purtroppo.

E poi ci sono le case di persone che oggi per un motivo o per un altro ho smesso di frequentare, nelle quali sicuramente non entrerò più, in futuro. Mi sforzo, fisso un punto vuoto e provo a ricordarne ogni angolo. In alcuni casi ci riesco, in altri no: chissà da cosa dipende. Il tempo che ci ho passato dentro sicuramente influisce, così come gli anni passati dall’ultima volta in cui ci ho messo piede. Credo che contino anche le cose che sono successe lì dentro, e i periodi nelle quali le ho vissute: i contorni si aggrappano ai ricordi più forti, che a loro volta restano tali proprio perché contengono oggetti gravi, consistenti. 

 

Gli spazi aperti

Fino ad ora ho parlato solo di case e muri e oggetti, ma in realtà lo stesso processo si applica pure alle strade e ai posti all’aperto. Con una differenza fondamentale, però: nei parchi ci sono tornato, così come nelle vie che un tempo usavo frequentare. Tornare nei luoghi fisici è un’esperienza quasi mistica, per me: mi tremano le gambe, i ricordi si fanno più nitidi, quei contorni di prima tornano netti e inquadrano perfettamente i ricordi. Le memorie si incastonano tra i palazzi e i muri alti e gli alberi e tutto ritorna come un tempo, nello spazio di una passeggiata. Quando torno nei posti del mio passato vengo colto da un senso di nostalgia tangibile e spudoratamente felice: tutti i problemi, le litigate, i brutti pensieri sono alle spalle; mi tengo solo il meglio, respiro forte l’aria e guardo il cielo di un posto che è stato così usuale, per me, e che a distanza di anni mi accoglie di nuovo. 

Nei luoghi si può sempre  tornare, salvo restrizioni e autocertificazioni, e a me piace farlo per tenere viva la fiamma di un ricordo. Ad esempio, ormai da mesi io non percorro più il tragitto dalla metro al mio vecchio appartamento. Quel tratto di strada è stato senza dubbio quello che ho percorso di più, l’anno scorso: avanti e indietro, indietro e avanti, per andare a lavoro. In quel pezzo di strada ho mandato messaggi, ho chiamato, ho pensato, ho ascoltato musica, ho progettato cose, ho dato una direzione alla mia vita, un passo alla volta. Oggi non mi capita più di passare di lì, ma sono sicuro che un giorno tornerò a fare quel percorso, per rivivere per un secondo l’illusione di essere tornato indietro, di poter rivivere quello che non c’è più. E sorriderò, come faccio sempre in questi casi. 

 

Se qualcuno mi vedesse camminare da solo e sorridere, probabilmente penserebbe che sono matto. Vaglielo a spiegare, che invece sono solo felice. 

 

In copertina: Interieur van een kamer, Cornelia Hendrika Jonker (attributed to), 1880 — 1940 photographic paper, h 128mm × w 178mm, Rijks Museum.

Leonardo Mazzeo
Classe 1993, di solito scrivo di calcio, qualche volta però esco e vado altrove, non importa dove. Colore preferito: arancione. Segni particolari: nessuno.
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